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Arnaldo Pomodoro. I segni della genesi

Al Palazzo della Civiltà Italiana va in scena l’antologica di un decano della scultura. Un dialogo sulla nascita di miti e simboli
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Quali sono i segni primigeni di una civiltà? Come si coagulano in un sistema simbolico? Come scompaiono, diventando inintelligibili, e come sopravvivono, risignificati, fino alle generazioni future? Suscita interrogativi e desideri di scoperte, visioni, altre letture, l’antologica di Arnaldo Pomodoro, 97 anni compiuti a giugno, in corso al Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur, a Roma, fino al 1 ottobre.

Intitolata Il Grande Teatro delle Civilità e curata da Lorenzo Respi e Andrea Viliani, nasce dalla collaborazione tra la maison Fendi, la cui sede romana è ospitata nel Palazzo della Civiltà Italiana, e la Fondazione Arnaldo Pomodoro, creata 28 anni fa: a Milano, la casa di moda occupa gli ex spazi della Fondazione stessa, che custodiscono l’opera ambientale Ingresso nel labirinto.

Per magnificare questo legame tra istituzioni e luoghi e per valorizzare l’archivio dell’artista, ci si è inventati un’antologica che è insieme più ricca, e più scarna, di un’usuale retrospettiva. Più sca…

Quali sono i segni primigeni di una civiltà? Come si coagulano in un sistema simbolico? Come scompaiono, diventando inintelligibili, e come sopravvivono, risignificati, fino alle generazioni future? Suscita interrogativi e desideri di scoperte, visioni, altre letture, l’antologica di Arnaldo Pomodoro, 97 anni compiuti a giugno, in corso al Palazzo della Civiltà Italiana dell’Eur, a Roma, fino al 1 ottobre.

Intitolata Il Grande Teatro delle Civilità e curata da Lorenzo Respi e Andrea Viliani, nasce dalla collaborazione tra la maison Fendi, la cui sede romana è ospitata nel Palazzo della Civiltà Italiana, e la Fondazione Arnaldo Pomodoro, creata 28 anni fa: a Milano, la casa di moda occupa gli ex spazi della Fondazione stessa, che custodiscono l’opera ambientale Ingresso nel labirinto.

Per magnificare questo legame tra istituzioni e luoghi e per valorizzare l’archivio dell’artista, ci si è inventati un’antologica che è insieme più ricca, e più scarna, di un’usuale retrospettiva. Più scarna, perché della grande produzione di uno dei maestri della scultura italiana contemporanea si è fatta, volutamente, una selezione rarefatta di una trentina di opere; più ricca perché la genesi artistica di Arnaldo e la sua traiettoria, dalla fine degli anni Cinquanta a oggi, è raccontata anche dando spazio e dignità nell’allestimento alla riattualizzazione brillante del materiale documentale: bozzetti, prove d’autore, cataloghi, testi che lo hanno ispirato, progetti realizzati e irrealizzati.

Sta in questo il senso della parola Teatro, scelta per il titolo, ma anche nel lungo amore di Pomodoro per il palcoscenico ( esposti i monumentali Costume di Didone e Costume di Creonte), e nel dialogo instaurato con l’interno e l’esterno del Palazzo della Civiltà Italiana, «straordinario strumento di comunicazione, con un portato storico evidente » nelle parole di Villani, quinta perfetta per le sculture dell’artista. All’esterno, agli angoli dell’edificio, troneggiano le quattro sculture delle Forme del mito (1983): Il potere (Agamennone); L’ambizione (Clitennestra), La macchina ( Egisto) e La profezia (Cassandra), tratte dalle macchine sceniche realizzate per il ciclo di Emilio Isgrò, ispirato all’Orestea di Eschilo.

All’interno, in due sale speculari, la nerissima e gigantesca Le battaglie (1995), ispirata al rinascimento furioso di Paolo Uccello, che attira come uno spigoloso magnete di metallo, chiodi, corde, bulloni, e il bianchissimo Movimento in piena aria e nel profondo ( 1996- 1997): insieme, raccontano una dinamica di implosione ed esplosione che è l’anima stessa della scultura. Così come vanno alle origini dell’incisione come produzione di senso e di Storia la Rotativa di Babilonia (1991), ispirata a una grande ruota azteca vista da Arnaldo Pomodoro a Città del Messico, e lo scintillante Continuum( 2010), un grandioso rilievo che si staglia contro il paesaggio dell’Eur come una misteriosa stele ricoperta di simboli alieni. 

Qui, sottolinea Viliani, emergono quegli elementi che proprio il lavoro puntuale sull’archivio permette di rintracciare come fondativi per l’artista: « riferimenti allo studio di una molteplicità di civiltà, che sono quelle antiche: azteca, babilonese, sumera, assira. C’è l’idea della traduzione da un alfabeto a un altro, ma anche delle opere scultoree come portatrici di alfabeti. Lo stesso Continuum per Pomodoro rappresenta una summa, un dizionario dei propri alfabeti, e al tempo stesso una matrice che ne può generare altri». 

Tutto ha inizio con un manufatto umile: in mostra c’è l’osso di seppia, un lascito essenziale e leggero della Natura che è il materiale che Pomodoro ha iniziato a incidere agli esordi della sua carriera per provarsi orafo e scultore. Ma c’è anche, a simbolizzare lo scorrere del tempo, la permanenza e impermanenza della materia, il gigantesco, metallico Osso di seppia ( 2011- 2021), ideato come elemento dell’Ingresso del Labirinto a Milano. Qui è stato posizionato nel loggiato del terzo piano, tra esterno ed interno, come se fosse stato portato dal vento. Da un gesto nasce il senso. Da un gesto nasce l’umano.

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