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La mia Amazzonia

Che cosa significa invadere, o peggio ancora distruggere, il più grande bacino idrografico del pianeta? Ne parla l’antropologa brasiliana qui e al Festival dei Sensi in Valle d’Itria
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S sorvolassimo lo spazio che chiamiamo foresta, e questa fosse l’Amazzonia brasiliana, vedremmo un manto verde, in varie tonalità, ritagliato in forme ondulate dai fiumi, come se fossero lunghi tratti di curve ripetute, spesso lunghe, disegnate sul manto. Il bacino del Rio delle Amazzoni è il più grande bacino idrografico del pianeta, composto da 25 mila chilometri di fiumi navigabili. L’area coinvolge nove Paesi: Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador,Colombia Venezuela, Guiana, Suriname e Guiana Francese, Dipartimento della Francia. Già: l’Amazzonia comprende un pezzo di Unione Europea.
Parliamo di un terzo delle foreste tropicali del mondo, ma anche del 20% delle risorse di acqua dolce del pianeta.

L’Amazzonia rappresenta solo il 7% delle terre emerse, ma concentra più del 50% della nostra biodiversità. Nel 2013 si stimava in 390 miliardi il numero di alberi, di 16 mila specie diverse. Sì, foresta e regione amazzonica sono sempre superlative. In Brasile nel 1966 è stata creata l’Amazzonia …

S sorvolassimo lo spazio che chiamiamo foresta, e questa fosse l’Amazzonia brasiliana, vedremmo un manto verde, in varie tonalità, ritagliato in forme ondulate dai fiumi, come se fossero lunghi tratti di curve ripetute, spesso lunghe, disegnate sul manto. Il bacino del Rio delle Amazzoni è il più grande bacino idrografico del pianeta, composto da 25 mila chilometri di fiumi navigabili. L’area coinvolge nove Paesi: Brasile, Perù, Bolivia, Ecuador,Colombia Venezuela, Guiana, Suriname e Guiana Francese, Dipartimento della Francia. Già: l’Amazzonia comprende un pezzo di Unione Europea.
Parliamo di un terzo delle foreste tropicali del mondo, ma anche del 20% delle risorse di acqua dolce del pianeta.

L’Amazzonia rappresenta solo il 7% delle terre emerse, ma concentra più del 50% della nostra biodiversità. Nel 2013 si stimava in 390 miliardi il numero di alberi, di 16 mila specie diverse. Sì, foresta e regione amazzonica sono sempre superlative. In Brasile nel 1966 è stata creata l’Amazzonia Legale, che comprende nove Stati: circa 5 milioni di chilometri quadrati, quanto mezza Europa. Oltre a diversi tipi di foreste (dense, aperte, stagionali) che ricoprono il 64% dell’Amazzonia Legale, altri paesaggi non forestali (savane, campi naturali, campinarane) ne ricoprono un altro 22%.
A terra si possono intravedere i segni di aree di coltivo coltivate più recenti, di zone coltivate in passato ed in via di rimboschimento, nonché delle case dei popoli indigeni, a volte case comunitarie, con reti di sentieri che ne orientano la mobilità nella foresta. 

Elaine da Silva Moreira

 

Camminando con gli indigeni nella foresta la diversità progressivamente si rivela: non è più il verde che predomina, si incrociano ruscelli di acque limpide, fiori, frutti, e si può intravedere che la diversità domina gli spazi, tra alberi giganteschi, palme, uccelli, formiche, farfalle colorate sulle rive di fiumi e ruscelli, oltre ai suoni diversificati. Tutto indica quanto lo spazio sia riempito di esseri, suoni e colori.

Difficile definire la foresta solo tramite l’idea di molti alberi. In Brasile ci sono più di 305 popoli indigeni diversi e oltre 280 lingue parlate, pur se molte a rischio. Il portoghese è generalmente parlato come prima o seconda lingua, talvolta come terza. Ogni popolo ha un modello diverso di produrre modi d’essere e di vivere, di cui fanno parte forme alimentari, feste, riti, arti pittoriche culturali.
Nei campi coltivati, sui loro corpi, in colori e disegni, dagli artefatti di perline, a quelli intrecciati di fibre. Molti tessono vesti di perline colorate, cesti con fibre diverse, seguendo canoni estetici ed etici nell’uso di cotoni, resine e fibre proprie. Questa diversità rimane invisibile al sorvolo della foresta: per comprenderla è necessario atterrare e camminare con questi popoli. 

Essi piantano, cacciano, pescano, raccolgono, addomesticano piante, creano tecnologie per vivere, alimentarsi, curare i loro familiari. Raccolgono insetti, frutti, resine, per produrre i loro modi di vita ed una cultura alimentare ricca e diversificata. Questo quotidiano tra persone e foresta è minacciato quando si avvelenano fiumi e ruscelli, quando gli spazi di foresta vengono invasi, quando irrompono i rumori delle ruspe che devastano il corso dei fiumi per il garimpo – l’estrazione mineraria illegale che contamina i pesci – fugano la cacciagione e minacciano la circolazione dei popoli in quegli spazi. La distruzione della foresta devasta il quotidiano di queste popolazioni. Le invasioni distruggono questa vita diversificata, sia dei popoli sia della stessa foresta.

Oggi, studi recenti indicano che, nel mezzo di tutta questa diversità, 227 specie arboree (su 16 mila) rappresentano più del 50% di tanti miliardi di alberi. Cosa può volerci dire tale dato? Una delle interpretazioni possibili è che ciò che chiamiamo foresta è anche il prodotto dell’azione umana. Se ci poniamo al fianco dei popoli della foresta riusciamo a vedere che essi sono come radici umane di ciò che, in modo riduttivo, chiamiamo foresta.

L’autrice è una antropologa brasiliana nota per l’impegno a favore del popolo Ye’Kuana


 

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