Luca Giordano, l’arte va veloce
di Antonio PinelliLuca Giordano, Enea e Turno ( 1670-1699)
Meno noto al grande pubblico, ma altrettanto proficuo e duraturo degli intensi scambi artistici tra Fiandre e Toscana di cui furono protagonisti, tra Quattro e Cinquecento, i manager delle filiali bancarie di Lucca e Firenze a Bruges, fu il ruolo eminente dei mercanti fiorentini insediati a Napoli, che tennero le fila delle finanze regnicole fin dall’epoca degli Angiò e degli Aragona, creando un legame così profondo da sopravvivere ai cambi di regime e perfino alle guerre tra le due “nazioni”. A suggello di questo vincolo con la Napoli spagnola, nel 1539 il duca Cosimo I, sotto l’egida di Carlo V, sposò Eleonora di Toledo, figlia del viceré spagnolo don Pedro.
Dieci anni dopo, i coniugi s’insediarono oltrarno, in Palazzo Pitti e nel suo vasto parco opportunamente ampliati, declassando a residenza secondaria il palazzo di famiglia in via Larga costruito da Michelozzo per Cosimo il Vecchio, accanto a San Lorenzo, chiesa palatina. Nel 1659 il granduca Ferdinando II vendette il palazzo …
Meno noto al grande pubblico, ma altrettanto proficuo e duraturo degli intensi scambi artistici tra Fiandre e Toscana di cui furono protagonisti, tra Quattro e Cinquecento, i manager delle filiali bancarie di Lucca e Firenze a Bruges, fu il ruolo eminente dei mercanti fiorentini insediati a Napoli, che tennero le fila delle finanze regnicole fin dall’epoca degli Angiò e degli Aragona, creando un legame così profondo da sopravvivere ai cambi di regime e perfino alle guerre tra le due “nazioni”. A suggello di questo vincolo con la Napoli spagnola, nel 1539 il duca Cosimo I, sotto l’egida di Carlo V, sposò Eleonora di Toledo, figlia del viceré spagnolo don Pedro.
Dieci anni dopo, i coniugi s’insediarono oltrarno, in Palazzo Pitti e nel suo vasto parco opportunamente ampliati, declassando a residenza secondaria il palazzo di famiglia in via Larga costruito da Michelozzo per Cosimo il Vecchio, accanto a San Lorenzo, chiesa palatina. Nel 1659 il granduca Ferdinando II vendette il palazzo in via Larga al marchese Gabriello Riccardi, esponente di una famiglia di facoltosi grand commis e colti collezionisti che erano da tempo — e rimasero fino all’estinzione della dinastia medicea — il pilastro finanziario dei granduchi.
Museo di se stesso, Palazzo Medici Riccardi custodisce al suo interno, nell’ampliamento al piano nobile voluto da Gabriello e da suo nipote Francesco, le due più strepitose decorazioni murali di soggetto profano dipinte a Firenze da Luca Giordano: la vertiginosa volta della Galleria degli Specchi e il soffitto dell’adiacente Libreria Riccardiana con l’Allegoria della Divina Sapienza.
La Galleria degli Specchi del Palazzo Medici Riccardi di Firenze
Fa perno su queste due sbalorditive imprese, portate a termine in una manciata di mesi da Luca “Fapresto”, l’odierna, importante mostra allestita in Palazzo Medici Riccardi, con una cinquantina di tele bozzetti e disegni autografi, ma anche incisioni, documenti e rari incunaboli. Il tutto scandito in otto sezioni, sei al piano terreno e due al piano nobile, ma che s’irradia anche, per chi voglia approfondire, negli altri itinerari giordaneschi in città – a cominciare dalla chiesa del Carmine, dove si può ammirare la smagliante cupola affrescata da Luca per i Corsini, e in Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, dove risplendono le sue due pale d’altare eseguite su incarico di Cosimo III (“Luca Giordano. Maestro barocco a Firenze”, a cura Riccardo Lattuada, Giuseppe Scavizzi, Valentina Zucchi fino al 5 settembre).
La mostra mira a rilanciare il tema del rapporto speciale che si stabilì tra quel prolifico e incontenibile genio nato all’ombra del Vesuvio e la committenza fiorentina, negli anni del dorato tramonto della dinastia medicea. Un rapporto cruciale che, grazie ai mai interrotti legami tra Napoli e Firenze, si sviluppò precocemente fin dagli anni ’60, quando Luca, figlio di un modesto pittore e mercante d’arte, mimava il brutale realismo d’impronta caravaggesca di Jusepe de Ribera (lo Spagnoletto), ma che toccò il suo acme nei due brevi, ma fecondissimi soggiorni del pittore a Firenze, durati ciascuno meno di un anno (il primo dal febbraio al dicembre 1682, il secondo dall’aprile 1685 al marzo seguente).
Interpretando da par suo il travolgente barocco di Pietro da Cortona, Giordano, come affermano i curatori «rappresenta l’evoluzione dal barocco pieno del maestro toscano al tardo barocco, o barocchetto». Uno stile altrettanto spettacolare – aggiungo io — ma meno fragoroso, perché declinato con un ritmo più lieve e giocoso.
Sull’importanza dei successi fiorentini di Luca, la cui eco, giungendo alla corte madrilena, indusse re Carlo II a innalzarlo nel ’92 sul trono di primo pittore di corte, c’è ormai piena concordia tra gli storici dell’arte, che da tempo si sono lasciati alle spalle il pervicace pregiudizio che la sua prodigiosa facilità di pennello fosse sinonimo di faciloneria. Numerosi, invece, restano i dispareri e i dubbi sul procedimento operativo di Luca nei soffitti fiorentini: un problema sollevato già da Cristina Giannini, che dimostrò che non rispondeva al vero l’affermazione di Baldinucci che Luca eseguì la volta degli Specchi «a buon fresco». Su ciò è in atto un approfondimento da parte dell’Opd fiorentino, i cui primi risultati parlano di «colori stemperati in acqua di calce direttamente sull’intonaco, che permettono al pittore di ritoccare le superfici come se stesse lavorando a olio».
Autoritratto di Luca Giordano (1634-1705), olio su tela realizzato tra il 1680 e il 1692, Pio Monte della Misericordia, Napoli
Introdotti dal magnifico Autoritratto, in cui un Luca nel pieno della maturità e con un velo di malinconia affida al solo attributo degli occhiali “à pince nez” il compito di alludere al suo mestiere, la prima sezione esemplifica con due disegni tratti dal glorioso soffitto Barberini di Pietro da Cortona, l’impatto sul giovanissimo Luca del barocco romano, assorbito in ripetute visite alla città pontificia negli anni ’50, in compagnia del padre.
Due tele risalenti agli anni ’60 ci mostrano invece il pittore che mima il “tenebrismo” di Ribera e Mattia Preti: il San Sebastiano proviene dalla raccolta del cardinale Leopoldo Medici, l’Apollo che scuoia Marsia apparteneva invece all’abate fiorentino Pier Andrea Andreini, che visse a Napoli per oltre un decennio e fu tra i più ascoltati consulenti e intermediari tra Luca, di cui era amico, e il collezionismo toscano. L’altro importante tramite commerciale fu la famiglia Del Rosso, tre fratelli amicissimi di Luca che, durante i suoi due più lunghi soggiorni a Firenze, risiedette nella loro casa. Come segnalò per primo Longhi, la loro quadreria annoverava nel 1689 oltre 40 dipinti del maestro. Nella seconda sezione, ne danno esempio due tele con Scene della Passione, e accanto ad esse il Trionfo di Galatea, che proviene dalle raccolte del Gran Principe Ferdinando, rimanda ad altre versioni possedute dai Del Rosso.
Luca Giordano, Atalanta e Ippomene, 1620-1630 circa (collezione privata)
Nel corso del suo primo soggiorno, Luca portò a termine in pochi mesi per i Corsini la decorazione dei pennacchi e della cupola della loro Cappella al Carmine, con la vorticosa Gloria di Andrea Corsini, il santo di famiglia.
La terza sezione allinea quattro bozzetti autografi di quest’impresa, che importava a Firenze i cieli barocchi di Lanfranco e Pietro da Cortona, con i loro cerchi concentrici di fioccose nuvole, popolate da santi in adorazione, da cui prese spunto il gustoso aneddoto narrato dal Baldinucci, sul “troppo pieno” rimproverato a Luca dall’esautorato campione locale Baldassarre Franceschini (il Volterrano), cui il napoletano avrebbe maliziosamente rinfacciato i comodi vuoti della sua recente Assunzione della Vergine all’Annunziata.
Due magnifiche tele, con soggetti tratti dall’Eneide, anch’esse eseguite per i Corsini, attestano la disinvoltura con cui Luca era in grado di variare registro, interpretando un tema “eroico”, mentre la sua inesausta curiosità tecnica è esemplificata da un luminoso tondo su supporto di vimini con Cristo e la samaritana al pozzo, in cui egli sperimenta una specialità del luogo, l’ “affresco portatile”, tipica del Volterrano. Ricalcando le orme della rassegna di diciott’anni fa, anche l’odierna mostra, grazie al generoso prestito della National Gallery di Londra, espone i dieci bozzetti a olio autografi che appartennero al grande studioso inglese Denis Mahon (e i due in altre raccolte, che sono stati individuati nel frattempo) con un allestimento che li pone in diretto dialogo con l’immenso soffitto della Sala degli Specchi.
Saltano agli occhi le non poche differenze compositive e cromatiche tra queste “macchie” o “ricordi” e i corrispondenti brani della volta. Un denso programma iconologico di conio neoplatonico, con al centro l’Apoteosi dei Medici e tutt’attorno le allegorie delle Quattro virtù cardinali e una sorta di storia dell’umanità. Con alle due testate l’Antro dell’eternità e Minerva protettrice delle Arti e delle Scienze, e nei lati lunghi narrazioni mitologiche con l’Ade e il Ratto di Proserpina, scene di agricoltura e Trionfi di Bacco, Nettuno e Anfitrite, nonché la Morte di Adone. Un programma che fu stilato dall’erudito fiorentino Alessandro Segni, ma nelle cui pieghe narrative si scorge anche nitidamente l’impronta dell’immaginifico Luca e della sua formidabile memoria visiva.