Mircea Cartarescu e Antonio Moresco. A cosa serve la letteratura
di Salvatore ToscanoMan Reading di Ruth Addinall (1998) © Ruth Addinall
Mircea Cartarescu e Antonio Moresco saranno due dei protagonisti di FLIP, il Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco giunto quest’anno alla terza edizione. L’occasione per un “corpo a corpo” letterario di riflessione intorno a temi come l’utilità e il futuro della letteratura e il valore dei festival e degli eventi culturali.
Qual è la prima cosa letta da bambini che vi ha emozionato per davvero in maniera profonda e indelebile?
Mircea Cartarescu «Da quando ho imparato a leggere, fatico a dire di avere fatto qualcos’altro. Durante tutta l’infanzia – e fino a oggi – ho praticamente letto tutto il tempo, a letto, alla scrivania, in bagno, a scuola, in autobus e in ogni momento libero che ho avuto disponibile. La lettura non è stata per me principalmente uno strumento di conoscenza o di svago mediante storie, ma una mania insaziabile, un bisogno organico simile alla fame o alla sete».
M…
Mircea Cartarescu e Antonio Moresco saranno due dei protagonisti di FLIP, il Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco giunto quest’anno alla terza edizione. L’occasione per un “corpo a corpo” letterario di riflessione intorno a temi come l’utilità e il futuro della letteratura e il valore dei festival e degli eventi culturali.
Qual è la prima cosa letta da bambini che vi ha emozionato per davvero in maniera profonda e indelebile?
Mircea Cartarescu «Da quando ho imparato a leggere, fatico a dire di avere fatto qualcos’altro. Durante tutta l’infanzia – e fino a oggi – ho praticamente letto tutto il tempo, a letto, alla scrivania, in bagno, a scuola, in autobus e in ogni momento libero che ho avuto disponibile. La lettura non è stata per me principalmente uno strumento di conoscenza o di svago mediante storie, ma una mania insaziabile, un bisogno organico simile alla fame o alla sete».
Mircea Cartarescu
Antonio Moresco «Ero un bambino intontito, traumatizzato, che aveva grandi difficoltà ad apprendere. Perciò da piccolo non riuscivo a leggere niente, neanche Topolino. Ho cominciato dopo, mentre ero in un seminario dove ero stato mandato, e nei tre mesi estivi in cui ci portavano in un orfanotrofio. La prima voce che mi ha raggiunto e ha aperto una breccia nel muro della prigione in cui ero rinchiuso è stata quella dell’Infinito di Leopardi, poesia trovata su un’antologia scolastica che mi aveva rapito per la sua densità musicale e di pensiero, mi aveva fatto per la prima volta pensare che potesse esserci anche per me un posto e una patria nel mondo. È la voce che mi ha sbloccato».
Antonio Moresco
Sapreste individuare il momento esatto in cui avete pensato che sareste diventati scrittori? Quando avete capito che nel vostro destino c’era la letteratura?
M.C. « Non ho mai avuto un momento del genere, non ho voluto diventare uno scrittore e persino oggi la parola “scrittore” mi provoca un particolare disagio. La scrittura non è il mio mestiere. Non è nemmeno la mia arte, attiene piuttosto a una sorta di istinto, come quello della sopravvivenza o della riproduzione. Scrivo così come la chiocciola secerne il proprio guscio, o come l’occhio produce lacrime. Mi sento fatto per questo e mi sento inesistente al di fuori di questa attività che devo svolgere, proprio come devo respirare, poiché altrimenti non potrei vivere».
A.M. «Dai quindici ai diciannove anni ho letto molto e ho anche scritto molto, tutte cose che poi ho distrutto: poesie, diari, romanzi, cose teatrali, racconti… Poi mi sono gettato in altre imprese e follie e, per dieci anni, non ho più letto e scritto niente, ho tradito e rinnegato quella parte di me. A trent’anni, ritornato a Milano dopo un lungo giro attraverso l’Italia, ho cominciato a scrivere ciò che avrebbe visto editorialmente la luce soltanto 15 anni dopo. Da quel momento la letteratura è stata per me una questione di vita e di morte, che non mi potevo permettere di tradire e rinnegare una seconda volta».
Con l’avvento delle nuove tecnologie, delle piattaforme di streaming, dei social network, degli smartphone, che futuro immaginate per la letteratura? Esisteranno ancora i romanzi tra cento anni?
M.C. «Sono totalmente indifferente al futuro della letteratura. Io scrivo oggi, perché oggi soffro, oggi amo, oggi respiro e oggi il mio cuore batte. Oggi sento la gioia e il terrore di vivere nel mondo, e di conseguenza oggi scrivo su di esso».
A.M. «Noi non possiamo sapere con precisione cosa succederà nel futuro, perché esiste sempre l’imprevisto, l’imponderabile, l’impensato, nel bene come nel male. Quanto al romanzo, è la forma più irriducibile e duttile, la “puttana della letteratura”, che va a letto con tutto e con tutti e accoglie, digerisce, rende fluido, moltiplica e irradia tutto: alto e basso, narrazioni mitiche, religiose, scientifiche, fiabesche, filosofiche, di testimonianza, poesia, profezia… Se mai ce n’è una, è la forma letteraria virale più adatta alla sopravvivenza».
Sarete entrambi ospiti al FLIP, il Festival di letteratura indipendente: vi sembra che questi eventi siano soltanto frivole passerelle oppure ha senso per voi avere la possibilità di incontrare da vicino, in carne e ossa, i vostri lettori e altri scrittori che stimate?
M.C. «Sono felice di venire a Pomigliano d’Arco, perché mi piace molto viaggiare, vedere il mondo, incontrare persone nuove, nuovi paesaggi, scambiare idee e stati d’animo. Ogni angolo dell’Italia ha un effetto magico su di me: mi fa sentire più giovane, mi rallegra, mi trasforma nella mia variante migliore. Ogni viaggio nel vostro Paese è per me una pura gioia».
A.M. « Io non sono tra gli scrittori che girano e presenziano di più, e devo dire che a volte, quando lo faccio, provo un po’ di sgomento e di angoscia, come di uno che si deve aprire l’impermeabile in pubblico. Però è anche vero che per me – che non sono sui social – è anche un modo per incontrare i miei sconosciuti lettori, e questo mi fa piacere e a volte mi emoziona. Perché la letteratura non è solo un incontro mentale attraverso lo spazio e il tempo ma può essere anche un incontro ravvicinato del terzo tipo tra corpi di persone che si trovano a vivere nello stesso breve arco di tempo».
La traduzione dal romeno delle risposte di Mircea Cartarescu
è a cura di Bruno Mazzoni
Il Festival – Flip è il Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Tra gli ospiti Juan Pablo Villalobos, Gian Marco Griffi
e Carmen Verde. Info su https://flipfestival.it