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Anderson. Alla conquista di Wes

Jason Schwartzman and Tom Hanks nel film Asteroid City. redit: Courtesy of Pop. 87 Productions/Focus Features

 
Arriva in sala il 28 settembre “Asteroid City” e Anderson sarà alla Mostra di Venezia con “La meravigliosa storia di Henry Sugar”
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Gli attori lo chiamano Wes-World quel suo mondo fantastico fatto di paesaggi grandiosi e dettagli ossessivi, di cui Anderson è autore e al tempo stesso prigioniero. L’ultimo titolo, Asteroid City, allo scorso Cannes e in sala con Universal il 28 settembre, accorpa tre film in uno (oltre a partorire una mostra dedicata): è la storia di una convention nella Monument Valley del ‘55 di giovani geni, ma anche una commedia televisiva con lo stesso nome e uno sguardo dietro le quinte sul travagliato drammaturgo che lavora alla commedia stessa. Un omaggio al lavoro degli attori e allo stesso tempo un set che è lo Shangri-La degli attori, che chiamati a viverci dentro lo considerano esperienza irrinunciabile, immersi in un backstage grandioso e pianificato quasi quanto il film.

Rupert Friend, in Asteroid City un cowboy, spiega: «Wes organizza ogni dettaglio, dal trasporto alle pietanze, non ci sono gerarchie, non c’è un camper più grosso dell’altro, viviamo, mangiamo insieme, siamo spinti da…

Gli attori lo chiamano Wes-World quel suo mondo fantastico fatto di paesaggi grandiosi e dettagli ossessivi, di cui Anderson è autore e al tempo stesso prigioniero. L’ultimo titolo, Asteroid City, allo scorso Cannes e in sala con Universal il 28 settembre, accorpa tre film in uno (oltre a partorire una mostra dedicata): è la storia di una convention nella Monument Valley del ‘55 di giovani geni, ma anche una commedia televisiva con lo stesso nome e uno sguardo dietro le quinte sul travagliato drammaturgo che lavora alla commedia stessa. Un omaggio al lavoro degli attori e allo stesso tempo un set che è lo Shangri-La degli attori, che chiamati a viverci dentro lo considerano esperienza irrinunciabile, immersi in un backstage grandioso e pianificato quasi quanto il film.

Rupert Friend, in Asteroid City un cowboy, spiega: «Wes organizza ogni dettaglio, dal trasporto alle pietanze, non ci sono gerarchie, non c’è un camper più grosso dell’altro, viviamo, mangiamo insieme, siamo spinti da Wes ad aprirci, intrecciare amicizie sincere». La maestrina Maya Hawke: «Chi vuole stare nel camper a guardare la tappezzeria e le macchie sul tappeto? Con Wes si fa una vita in comunità e alla partenza ero così triste che lui ha scritto nuove scene per trattenermi». Hope Davis: «Wes reagisce con calma a tutto, perfino quando nei campi di angurie in Spagna, non pioveva da anni, si sono riversati rovesci torrenziali che hanno gonfiato i muri degli alloggi, devastato tutto». Steve Park s’emoziona: «L’ultimo giorno di riprese Wes ha deciso di allungare una inquadratura in cui ero sospeso con l’imbracatura che era talmente stretta che sono praticamente svenuto mormorando: Wes vedi che morirei per te?». Bryan Cranston evoca il momento in cui sul set durante il monologo si è ritrovato come spettatore Francis Ford Coppola, in visita al nipote Jason Schwartzman. L’incontro con Anderson è in un albergo con affaccio sulla Croisette a Cannes.

Tom Hanks, Hope Davis, Tony Revolori, and Liev Schreiber in Asteroid City. Credit: Courtesy of Pop. 87 Productions/Focus Features

 

Sono reduce da un pomeriggio in cui i suoi attori l’hanno definita un mago, un dio, un alieno.

«Chi ha detto un alieno? Steve Park? Mi piace».

Il film è una lettera d’amore agli attori.

«Da ragazzo immaginavo i miei amici immersi in avventure. Il primo film l’ho girato con gli amici con cui vivevo, non veri attori. In Rushmore ho avuto Jason (Schwartzman ndr), un adolescente mai salito sul palco. Poi però è arrivato Bill Murray, a cui mi sono avvicinato come fan. Non sapevo come convincerlo a lavorare insieme. Abbiamo parlato a lungo, alla fine ha deciso di fidarsi: farò quel che dici, sostengo la tua visione.È stato un dono enorme, di cui avevo bisogno. Se gli attori non credono in me, anche se sono grandiosi, non sono in grado di lavorarci. Con Asteroid City, c’era un gruppo di persone che volevano stare insieme e volevano questo film quanto me. È stato commovente e il film parla anche di questo, vent’anni fa non lo avrei fatto, ma oggi gli attori sono diventati parte della mia vita».

Una scena da Asteroid City. Credit: Courtesy of Pop. 87 Productions/Focus Features

 

Come ha raccontato in “Moonrise Kingdom”, lei è stato un fratello di mezzo che si sentiva trascurato, tra il primogenito di talento e il cucciolo da coccolare. E poi c’è stata la separazione dei suoi quando aveva otto anni. Da allora la sua famiglia sono stati gli amici, autori e attori. E ogni film un capitolo della sua vita.

«Sì. I primi film che ho fatto erano figli del Texas, Austin, dove sono cresciuto. Quando mi sono trasferito a New York ho girato I Tenenbaum, ho assaporato la città, ma volevo viaggiare. Ho girato in Italia, in India, poi in Inghilterra. Ogni esperienza ha costruito quella successiva. Le avventure acquatiche di Steve Zissou era un film grande e complicato, la parte in mare era difficile da governare, travolgente. Ho ideato Un treno per Darjeeling per sbarazzarmi di quella macchina gigantesca e ritrovare in India una libertà e un clima studentesco, pochi attori.Il successivo è stato ancora il suo opposto, l’animazione in stop motion dell’Isola dei cani, preparazione lunga, un metodo che poi ho usato nei film successivi».

Wes Anderson sul set di Asteroid City. Credit: Courtesy of Roger Do Minh/Pop. 87 Productions/Focus Features

 

Creare video storyboard?

«Sì, ci sono io che interpreto tutte le voci, registro le scene col cellulare descrivendo tutto quello che costruiremo».

La carovana artistica si allarga.

«Si, non solo quello degli attori. Da Le avventure acquatiche di Steve Zissou è entrata Milena Canonero, venuta poi in India, Francia, Spagna, da vent’anni insieme. In India ho incontrato Sanjay Sammy, le cui inquadrature aderiscono alla mia visione. In Asteroid City è venuto Tom Hanks con la moglie e il figlio, che ora lavora con noi. Agli inizi nel gruppo c’erano solo texani, la prospettiva dei film limitata come la mia esperienza del mondo. Oggi mi confronto con punti di vista diversi ed è prezioso: ho 54 anni e ho già fatto undici film».

Il prossimo è “La meravigliosa storia di Henry Sugar”, un ricco annoiato che si trasforma in straordinario benefattore, alla Mostra di Venezia. Un film di 37 minuti da “Un gioco da ragazzi e altre storie” di Roald Dahl.

«Ci sono Benedict Cumberbatch, Ben Kingsley, Rupert Friend e Ralph Fiennes, che interpreta Roald Dahl. Ma tutti loro interpretano più personaggi, in storie diverse. Quattro storie, qualche momento animato. Non è un racconto tradizionalmente cinematografico:, riguarda più l’esecuzione del testo di Dahl.».

Cosa l’affascina di Dahl?

«Da ragazzino adoravo Fantastic Mr. Fox, sognavo un film animato con quei personaggi. Dopo mi sono avvicinato molto alla famiglia di Roald Dahl, alla moglie Lizzie Dahl, che ha passato il testimone al nipote Luke Kelly. Da anni pensavo a questo film, nel frattempo i diritti sono passati a Netflix. Finalmente ho individuato il mio problema: non mi divertivo a cercare di adattare le storie di Dahl senza le sue parole, non solo per il dialogo, ma per l’intera narrazione. È ciò che ho fatto».

Molti vorrebbero vivere nel Wes-World. Ha mai pensato di distruggerlo per andare altrove?

«Beh, sa, a volte mi sembra di farlo e alla fine mi ritrovo a somigliare a me stesso. Penso che anche quando distruggo tutto, nel modo in cui rompo tutto riconosco il mio modo, il mio mondo. Ma la risposta è che mi piacerebbe molto».

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