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Così nacque Accabadora, il bestseller di Michela Murgia

Michela Murgia in una foto di Valerio Pennicino

 
Uno dei “figli d’anima” della scrittrice recentemente scomparsa ne racconta la vita tra impegno e letteratura. Mentre in edicola con Repubblica arrivano i suoi libri
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Quando, con le mie studentesse e i miei studenti, leggiamo poemi epici o cavallereschi in classe, trascorriamo più tempo a ragionare sulla prima stanza, sulla prima ottava, di quanto non ne occorra per attraversare intere dozzine di canti.

È un vecchio trucco: la soglia è sempre il punto più vantaggioso per capire come sono fatte certe case, e certe cose si conoscono già, tutte insieme, alla prima occhiata—anche quando poi, magari, bisogna dedicare una vita a spiegare quel che avevamo capito dall’uscio. Basta addirittura il primo rigo talvolta, due parole: le armi e l’uomo di Tasso (o di Virgilio), le donne e i cavalieri di Ariosto, i corpi e le forme di Ovidio, le imprese e gli affetti di Moderata Fonte…

L’urgenza di un incipit straordinario, capiente ma denso, e irriducibile come un seme o un osso, contiene tutta un’opera, tutto un mondo. E condivide con la preghiera, con la poesia, il potere di piantarsi nella memoria. Funziona così anche il primo capitolo del capolavoro narrativo …

Quando, con le mie studentesse e i miei studenti, leggiamo poemi epici o cavallereschi in classe, trascorriamo più tempo a ragionare sulla prima stanza, sulla prima ottava, di quanto non ne occorra per attraversare intere dozzine di canti.

È un vecchio trucco: la soglia è sempre il punto più vantaggioso per capire come sono fatte certe case, e certe cose si conoscono già, tutte insieme, alla prima occhiata—anche quando poi, magari, bisogna dedicare una vita a spiegare quel che avevamo capito dall’uscio. Basta addirittura il primo rigo talvolta, due parole: le armi e l’uomo di Tasso (o di Virgilio), le donne e i cavalieri di Ariosto, i corpi e le forme di Ovidio, le imprese e gli affetti di Moderata Fonte…

L’urgenza di un incipit straordinario, capiente ma denso, e irriducibile come un seme o un osso, contiene tutta un’opera, tutto un mondo. E condivide con la preghiera, con la poesia, il potere di piantarsi nella memoria. Funziona così anche il primo capitolo del capolavoro narrativo di Michela Murgia, Accabadora, che nel 2009 uscì per Einaudi e negli anni successivi per una trentina di altri editori, in diverse lingue e nazioni.

Tutto quello che Murgia ha scritto (e detto, e fatto), prima e dopo, si vede già nitido, terso come un cielo sereno d’agosto, dal balcone di quel primo rigo: due parole (anzi tre) in sardo: «Fillus de anima». Non è la figliolanza d’anima, del resto, il tema del suo successivo romanzo di grande respiro, Chirù? Non è dedicata a figli che ha cresciuto senza legami biologici la tetra satira del suo celebre trattato su come si diventa fascisti, che in America è stata associata ai pamphlet di Milton e all’ironia di Jon Ronson? Non è a quell’antico, futuribile modo di concepire la parentela, così specifico della cultura isolana ma così universale e arcipelagico, che Michela Murgia ha dedicato tutto il suo genio politico e comunicativo dal momento in cui ha scoperto di essere sul punto di consumare l’ultima delle sue dieci vite? E, quando anche quella si è compiuta in un commosso applauso sulle note di canti di chiesa e canti partigiani, non si sono riconosciute in quella formula le oltre ottomila persone che hanno preso a organizzarsi su Telegram per darsi appuntamento in ogni dove e leggere insieme, ad alta voce, i suoi libri, orfane e orfani d’anima?

Ricordo il file word di quel primo capitolo formidabile. Murgia lo aveva composto in treno, rapita com’era dalla fretta mercuriale di chi è così incosciente da vivere e scrivere al contempo, senza pause o diaframmi. Era in viaggio verso l’evento presso cui l’avrebbe letto: agli organizzatori aveva dato solo il titolo, S’accabadora, e solo con quello era partita.

All’arrivo aveva invece, pronte, quelle sette pagine, dense e dolci come sanguinacci, che hanno innamorato l’editore e poi, anni dopo, le giurie del Campiello e di altri prestigiosi premi. Saldavano già il debito con le fortune della sua vita, faticosa e favolosa: prima tra tutte quella di essere stata lei stessa figlia d’anima. E sbalordivano chi la conosceva come l’autrice, militante ed esilarante, di un bestseller sulla sua generazione precaria, Il mondo deve sapere, e di una guida anti-turistica d’alta temperatura letteraria, Viaggio in Sardegna.

Di lì in poi, quella viaggiatrice ha continuato a non addormentarsi mai dove le si faceva il letto, come i gatti, scrivendo saggi sulla madonna e podcast su Madonna, facendoci estranei il vangelo della domenica e la retorica dei titoli sessisti dei giornali, o i romanzi più popolari di Stephen King e Marion Zimmer Bradley, ma familiari il termine queer, la vita e l’opera di Grazia Deledda, la semiotica delle popstar coreane.

Ha tradotto la sua curiosità irrefrenabile e l’incandescenza della sua intelligenza in una serie di libri che sembrano scritti da dieci autrici diverse, ma che si abbracciano subito nella parentela di una felicissima coerenza se appena li si guarda dalla soglia del proemio di Accabadora. Opportunamente, Accabadora è dunque il primo dei suoi volumi che ora, lungo dodici settimane, usciranno in edicola per soddisfare le mille figlie e i figli d’anima di Michela Murgia — e anche coloro a cui non è ancora capitato d’innamorarsi di lei.

Mi auguro che questa collana multicolore ci aiuti non solo a riscoprire, accanto ai suoi titoli più famosi, alcuni gioielli come L’Incontro, o i due volumi di Persone che devi conoscere, ma anche a sfatare un paio di incongrui miti su Michela. Il primo è che abbia scritto poco. Ha scritto, invece, moltissimo: lo mostrano queste dodici opere, assieme ad altre altrettanto fortunate e premiate (dal sortilegio di L’inferno è una buona memoria all’anti-individualismo di Noi siamo tempesta), e una selva di perle disperse che il suo fandom sta rintracciando e catalogando — per non parlare del suo ultimo libro, Tre ciotole, e degli ulteriori che verranno dalle sue vitali, disordinate carte.

L’altro mito è che Michela Murgia sia divisiva. Solo chi non ha letto neanche l’incipit, neanche il primo rigo di un suo libro, può dirlo. Solo chi non le ha dato ascolto, riducendola al totem di ciò che questo paese teme di più (il femminismo, l’antifascismo, la subalternità dei margini geografici e sociali, la resistenza alle logiche d’azienda, la lettera della Bibbia, la queerness, l’indipendenza, l’autodeterminazione, la gioia) può non vedere che Michela unisce, non divide. Che affratella, combina, intreccia, tesse: fa incontrare le adolescenti su TikTok con le loro insegnanti in libreria, i lettori di Gramsci con quelli di San Paolo.

Ho un solo invito per chi si accapiglia sull’uso della parola “intellettuale”, o dello schwa, o di bella ciao in chiesa; un solo comando per il futuro che, secondo Chiara Valerio, è l’unico tempo che esista. Leggete Michela Murgia.

La collana

Un’autrice in dodici volumi

Dal romanzo, premio Campiello, ai saggi dedicati alle Morgane, dalla fede alla politica al precariato. Ecco cosa troverete in edicola

ACCABADORA, sabato 9 settembre

CHIRÙ, sabato 16 settembre

STAI ZITTA, sabato 23 settembre

GOD SAVE THE QUEER, sabato 30 settembre

IL MONDO DEVE SAPERE, sabato 7 ottobre

AVE MARY, sabato 14 ottobre

MORGANA. L’UOMO RICCO SONO IO, sabato 21 ottobre

L’INCONTRO, sabato 28 ottobre

ISTRUZIONI PER DIVENTARE FASCISTI, sabato 4 novembre

MORGANA. STORIE DI RAGAZZE [...], sabato 11 novembre

PERSONE CHE DEVI CONOSCERE, sabato 18 novembre

PERSONE CHE DEVI CONOSCERE 2, sabato 25 novembre

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