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Henri Matisse, lo scultore inaspettato

Al Man di Nuoro il ritratto di Henri Matisse fotografato da Marc Lenoir mentre lavora alla scultura Nu couché II, a Nizza nel 1927 (© Archives Henri Matisse © Succession H. Matisse, by SIAE 2023) è accostato a Nu couché II (1927, bronzo, Musée d’Orsay Paris Photo © François Fernandez © Succession H. Matisse, by SIAE 2023). Foto: Alessandro Moni © Succession H. Matisse, by SIAE 2023

 
Il Man di Nuoro riunisce in Sardegna 25 bronzi del grande artista del Novecento. Facendo luce su una produzione meno nota, con cui il francese sfidava l’amico rivale Picasso
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Basterebbe un’opera a dimostrare l’immensità di Matisse scultore: basterebbe la meravigliosa serie dei quattro Nu de dos intagliati nel gesso come fosse pietra e poi fusi in mastodontiche lastre di bronzo. «La scultura mi aiuta a mettere un po’ d’ordine nel mio cervello» diceva l’artista: e la processione di quelle quattro schiene nude, create tra il 1909 e il 1930, non potrebbe spiegarlo meglio.

La prima donna è ancora tondeggiante, con una gamba piegata, i volumi ispirati dall’amato Cézanne («il maestro di tutti noi»); nella seconda figura appare la coda di cavallo che diventerà l’asse plastico delle successive due; nella terza le forme iniziano a semplificarsi; nella quarta, infine, il corpo appare in una assoluta, perfetta verticalità: la gambe sono due potenti colonne, il vuoto tra di loro ospita il pieno della coda di cavallo. Tutto è diventato lineare, essenziale, potente: il pensiero di Matisse si è fatto via via più chiaro, preciso, acuminato. Un meraviglioso ordine si è cre…

Basterebbe un’opera a dimostrare l’immensità di Matisse scultore: basterebbe la meravigliosa serie dei quattro Nu de dos intagliati nel gesso come fosse pietra e poi fusi in mastodontiche lastre di bronzo. «La scultura mi aiuta a mettere un po’ d’ordine nel mio cervello» diceva l’artista: e la processione di quelle quattro schiene nude, create tra il 1909 e il 1930, non potrebbe spiegarlo meglio.

La prima donna è ancora tondeggiante, con una gamba piegata, i volumi ispirati dall’amato Cézanne («il maestro di tutti noi»); nella seconda figura appare la coda di cavallo che diventerà l’asse plastico delle successive due; nella terza le forme iniziano a semplificarsi; nella quarta, infine, il corpo appare in una assoluta, perfetta verticalità: la gambe sono due potenti colonne, il vuoto tra di loro ospita il pieno della coda di cavallo. Tutto è diventato lineare, essenziale, potente: il pensiero di Matisse si è fatto via via più chiaro, preciso, acuminato. Un meraviglioso ordine si è creato nel suo cervello.

Eppure per molto tempo le sculture del padre dei fauve sono passate in secondo piano. Vuoi perché non sono numerosissime (niente in confronto alle oltre 700 dell’amico rivale Picasso), vuoi perché oscurate dalla magnificenza dei quadri e dalla sua fama di colorista. Ma negli ultimi decenni l’attenzione critica si è spostata anche su questo aspetto del grande artista, e nel 2019 la Kunsthaus di Zurigo e il Museo Matisse di Nizza hanno organizzato una mostra dedicata esclusivamente alle sue sculture.

Ora Matisse/Metamorfosi approda in un’edizione riveduta e corretta al Man di Nuoro fino al 12 novembre, grazie alla direttrice Chiara Gatti che è riuscita a far arrivare in Sardegna dalla Francia e dalla Svizzera 25 bronzi (quasi un terzo della sua intera produzione tridimensionale).

Impresa non facilissima: Zurigo ha preteso, ad esempio, che il suo Grand nu accroupi (Olga) sia esposto in una teca a temperatura e umidità controllata e ogni giorno il Man deve inviare una foto del termometro agli attenti colleghi elvetici. Certo, non ci sono le quattro immense schiene nude – trasportarle sarebbe proibitivo – ma la qualità di una mostra non risiede nella sua maestosità: si giudica dall’intelligenza, dalla cura, dall’attenzione espositiva. E qui, all’ultimo piano del museo, possiamo facilmente immaginarci nell’atelier del maestro.

Alle pareti, tra i piccoli bronzi – quasi tutte le sculture di Matisse sono di dimensioni ridotte – sono appese infatti molte foto dello studio dell’artista alle prese con la creta o con il gesso. Ed è bello vederlo, vestito di tutto punto, gilet e cravatta compresi, intento a modellare l’argilla del Nu couche II, che possiamo ammirare proprio lì accanto.

Amava le fotografie: gli piaceva riprendere le sue opere da molte angolazioni, per vederle meglio, impossessarsene completamente. Gli piacevano anche quelle scattate dagli altri. Nel suo archivio sono state trovate le pagine de L’Étude académique, o di Mes Modèles, riviste che pubblicavano immagini di nudi: quelle figure lo ispiravano, visto che le pose si ritrovano, identiche, nelle sue sculture. Lui, che passava ore e ore davanti alle modelle prima di decidersi a disegnarle nella posizione che riteneva più autentica, evidentemente poteva lavorare anche non dal vero.

Era un uomo libero nella sua prorompente creatività. «I mezzi – diceva – non hanno l’immensa importanza che viene loro attribuita e non mi sento in alcun modo vincolato a quello che ho fatto finora. Pur riconoscendo una certa ricchezza in alcuni dei miei quadri non esiterei ad abbandonare la pittura se potessi esprimere me stesso al meglio in un altro modo, perciò, per esprimere la forma, talvolta mi dedico alla scultura che mi consente di muovermi intorno all’oggetto per conoscerlo meglio, invece di rimanere di fronte ad una superficie piana».

La mostra copre molti anni della sua produzione: dalla Madeleine II del 1903, con la figura sinuosa che sarà rievocata molti anni dopo nella celebre Serpentine, alla testa della figlia Marguerite del 1915, fino alle ultime prove in cui l’artista raggiunge una sintesi perfetta di linea e forma. Il bellissimo Nu debout (Katia), del 1950 ne è la prova: la donna ha le braccia levate dietro le testa, la sua silhouette evoca le forme sintetizzate nella serie Jazz. La statuetta mostra una frattura all’altezza dell’ombelico: forse è caduta durante la modellazione, forse è stata creata apposta. In ogni caso quel taglio orizzontale aumenta lo slancio del corpo, l’allunga verso l’alto, lo fa librare senza peso nel vuoto.

Ma il cuore della mostra è la strepitosa serie delle cinque teste di Jeannette, nelle quali Matisse segue, in piccolo, lo stesso percorso dei grandi Nudi di schiena. D’altronde le due opere sono nate nello stesso periodo. La prima testa di Jeannette Vaderin, una sua vicina di casa, è del 1910: è modellata dal vero, in modo molto realistico, il volto vagamente sofferente. La giovane è in quel periodo convalescente, come ci dice il titolo di un suo ritratto ad olio. La seconda testa è forse ancora più sofferta: il collo è scomparso, i capelli sono diventati più voluminosi, incombenti sul volto. Ma la cosa interessante è il metodo: Matisse in questo caso non parte dal vero, ma dal calco in gesso della prima scultura. Così come farà anche per il quarto e il quinto volto di Jeannette. E così come farà per i Nu de dos.

Lavora cioè sulla formalizzazione raggiunta per spingersi oltre i confini del già visto: e così la terza Jeannette ha occhi e naso più grandi, e i capelli diventano cinque volumi tondeggianti e prominenti. La gran capigliatura scompare nell’ultima versione, ridotta drasticamente ai tratti essenziali di una maschera: una grande fronte, un grande naso, una grande bocca. Non è più Jeannette, è più che mai Jeannette. Questa è la sua metamorfosi. Una metamorfosi nata dall’arte – Michelangelo insegna – di togliere.

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