Il catalogo dei geni
di Marino NiolaMadame De Stael (1766-1817)
C’è ancora posto per i geni universali? Leonardo, Galileo, Goethe, Leibniz, Einstein, Marie Curie possono ancora nascere nell’era di internet? Insomma, è possibile sapere tutto al tempo della specializzazione delle conoscenze?
Sono le domande che innervano le pagine de Il genio universale, il bel libro che il grande storico Peter Burke dedica a un tema di primo piano nel pensiero occidentale. Sin dai tempi della Storia Naturale di Plinio e delle grandi summe medievali, come le Etimologie di Isidoro di Siviglia e dell’Ars magna di Raimondo Lullo, che mettono insieme storia, filosofia, alchimia, astronomia, linguistica, teologia, matematica, fisica. O come si direbbe oggi, scienze dure e humanities.
In realtà i primi eroi culturali della nostra civiltà sono uomini poliedrici. Senza essere per questo dei tuttologi. E il loro padre nobile è Ulisse che il poeta medievale John Gower definiva “un chierico dai mille saperi”. E chierico, non a caso, era proprio l’antico nome degli studiosi…
C’è ancora posto per i geni universali? Leonardo, Galileo, Goethe, Leibniz, Einstein, Marie Curie possono ancora nascere nell’era di internet? Insomma, è possibile sapere tutto al tempo della specializzazione delle conoscenze?
Sono le domande che innervano le pagine de Il genio universale, il bel libro che il grande storico Peter Burke dedica a un tema di primo piano nel pensiero occidentale. Sin dai tempi della Storia Naturale di Plinio e delle grandi summe medievali, come le Etimologie di Isidoro di Siviglia e dell’Ars magna di Raimondo Lullo, che mettono insieme storia, filosofia, alchimia, astronomia, linguistica, teologia, matematica, fisica. O come si direbbe oggi, scienze dure e humanities.
In realtà i primi eroi culturali della nostra civiltà sono uomini poliedrici. Senza essere per questo dei tuttologi. E il loro padre nobile è Ulisse che il poeta medievale John Gower definiva “un chierico dai mille saperi”. E chierico, non a caso, era proprio l’antico nome degli studiosi.
In effetti la proverbiale astuzia dell’eroe di Troia deriva da una conoscenza generale degli elementi e dei comportamenti, delle azioni e delle reazioni che legano società e natura, umani e divini. Omero lo chiama politropo, cioè ingegno versatile.
Una parola molto vicina a polimata (dal greco poli, molto e matheia, istruzione), cioè il termine che usa Burke per definire i geni universali. Spesso dotati di una erudizione sterminata e preziosa che consente di dominare connessioni tra campi del sapere lontanissimi. Quelle connessioni che, ieri come oggi, sfuggono agli iper-specialisti, che spesso sanno tutto e non capiscono niente.
Sicuramente di questa specializzazione miope non soffrono i polimati che affollano il libro di Burke. Come il funambolico Athanasius Kircher il gesuita seicentesco che conosceva astronomia, fisica, chimica, mineralogia, scienze occulte, armonia, demonologia, teologia, filosofia, più una quantità di lingue vive e morte. E sapeva perfino di medicina, tanto che fu il primo a scoprire la formula musicale che guariva il morso della tarantola. È passato alla storia come l’ultimo uomo che sapeva tutto. In realtà non era l’ultimo, perché dopo ce ne sono stati molti altri, compreso il grande Umberto Eco, definito da Burke con un titolo alla Hitchcock, “l’uomo che sapeva troppo”. O come Joseph Needham, il massimo sinologo di sempre, che era anche un grande biochimico.
Tra le numerose menti poliedriche presenti nel libro, come Newton, Cartesio, Keplero, Heisenberg, Brunelleschi e tanti altri, c’è anche una nutrita rappresentanza femminile. Che si apre con Elena Corner patrizia veneziana, filosofa, teologa, letterata, filologa, grecista oltre che prima donna della storia a laurearsi in medicina a Padova nel 1678.
Seguita da Madame de Staël, una delle madri dell’idea di Europa, che scrisse di filosofia, di teoria della traduzione, di politica. E anticipò saperi che ancora non esistevano al tempo come sociologia, psicologia e la gender theory.
Particolarmente interessante il ritratto di Susan Sontag, la nota scrittrice e critica letteraria, firma eccellente della New York Revue of Books. I suoi saggi spaziavano dalla pittura al teatro, dalla danza alla psicanalisi, dalla fotografia al cinema. Fino all’antropologia, che le deve un memorabile testo su Claude Lévi-Strauss.
E il catalogo dei geni a tutto tondo non si limita all’Occidente. Burke vi include giustamente saggi medievali come Shen Kuo “il più interessante personaggio della scienza cinese” maestro di arti rituali, di astrologia, matematica, musica, medicina, amministrazione, arte della guerra e tanto altro. Ma anche il mondo islamico annovera star della polimatia come Ibn Sima e Ibn Rushd, nientemeno che Avicenna e Averroè. Il primo è considerato fra i padri della medicina, il secondo un supremo commentatore di Aristotele.
Tanto da meritarsi l’omaggio di Dante che, pur costretto a metterlo all’Inferno in quanto musulmano, lo tratta da maestro, “Averroè che il gran commento feo”. Oggi la poliedricità, scrive Burke, non gode di buona stampa. Passa spesso per conoscenza superficiale. La colpa di questa svista è innanzitutto dell’Università, sempre più dominata da un iper-specialismo comprensibile, solo in parte, per le materie scientifiche. Ma dannoso nelle discipline sociali e umane dove gli ordinamenti accademici degli ultimi anni stanno portando a un generale rimpicciolimento delle menti. E a dar ragione a Burke arriva un articolo appena uscito su Nature a firma di tre ricercatori delle Università del Minnesota e dell’Arizona. Da cui emerge, dati alla mano, che la parcellizzazione sempre più minuta della ricerca scientifica, produce più innovazioni che rivoluzioni. Sviluppa più brevetti che concetti. Spacca il capello ma non cambia la vita. E senza le grandi scoperte il cervello del mondo si atrofizza.
Il libro
Peter Burke, Il genio universale, Hoepli (Traduzione Emanuela Braida, pagg. 352, euro 25)