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Iosif Brodskij. Per vincere non serve essere grandi

L’autore, premio Nobel per la letteratura 1987, esiliato dalla sua Unione Sovietica, racconta la storia di un umile rimorchiatore di navi. Che è una autentica lezione di vita
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La Ballata del piccolo rimorchiatore (con illustrazioni di Igor’ Olejnikov, traduzione di Serena Vitale, Adelphi) è un testo “fatale”, tra i pochi che il poeta Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura 1987, potè pubblicare in Unione Sovietica, prima del definitivo esilio del 1972, dopo anni di processi e internamento in carcere o in ospedale psichiatrico, dai quali venne salvato grazie agli interventi dell’opinione pubblica mondiale. Nato a San Pietroburgo, sul mar Baltico (che ancora alla sua nascita nel 1940 era detta Leningrado), poi naturalizzato americano, infine sepolto un anno dopo la morte del ‘96 nell’isolotto di San Michele, a Venezia, tra Laguna e mare Adriatico, quel rimorchiatore protagonista della favola è egli stesso, il poeta. Ha infatti confessato in Fuga da Bisanzio, parlando della Nevà: «E dal fiume grigio, carico di riflessi, che scendeva verso il Baltico, magari come un rimorchiatore lì in mezzo a lottare contro la corrente, ho imparato più cose sull’infini…

La Ballata del piccolo rimorchiatore (con illustrazioni di Igor’ Olejnikov, traduzione di Serena Vitale, Adelphi) è un testo “fatale”, tra i pochi che il poeta Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura 1987, potè pubblicare in Unione Sovietica, prima del definitivo esilio del 1972, dopo anni di processi e internamento in carcere o in ospedale psichiatrico, dai quali venne salvato grazie agli interventi dell’opinione pubblica mondiale. Nato a San Pietroburgo, sul mar Baltico (che ancora alla sua nascita nel 1940 era detta Leningrado), poi naturalizzato americano, infine sepolto un anno dopo la morte del ‘96 nell’isolotto di San Michele, a Venezia, tra Laguna e mare Adriatico, quel rimorchiatore protagonista della favola è egli stesso, il poeta. Ha infatti confessato in Fuga da Bisanzio, parlando della Nevà: «E dal fiume grigio, carico di riflessi, che scendeva verso il Baltico, magari come un rimorchiatore lì in mezzo a lottare contro la corrente, ho imparato più cose sull’infinito e sullo stoicismo che dalla matematica di Zenone».

Considerato uno dei più grandi poeti russi di ogni tempo (ma anche impareggiabile saggista), preso sotto l’ala protettiva del suo ispiratore W. H. Auden durante il primo soggiorno post-russo a Vienna, Brodskij ha rilasciato in questa fiaba tutto il magico rapporto con il mare. Non quello dell’avventura che porterà Stevenson nella leggendaria sepoltura di Mount Vaea, a Samoa; non l’altro dal cui porto londinese si salpa verso l’orizzonte oscuro del Cuore di tenebra di Conrad; e nemmeno il mare “iniziatico” delle grandi balene del Moby Dick di Melville. Piuttosto, il mare visto da un umile rimorchiatore, sempre destinato ad accompagnare a dimora le grandi navi che – loro sì – giungono da tutto il mondo, ma che mai può partire come loro. Anzi, la cui dimensione insulare e circoscritta – da risalire controcorrente – è impossibile abbandonare. Eppure, anche qui c’è l’isola del tesoro: si impara ugualmente l’infinito e, di più, anche la dignità di accettare gli eventi.

Il rimorchiatore di questa favola zen si chiama Anteo. Niente a che vedere, precisa subito l’autore, col gigante figlio di Poseidone e di Gea. Ma il suo mestiere è «bello da morire». Si vive tra cielo, mare, sirene, ciminiere, «tra i gabbiani, là dove hanno fine i fiumi» manovrato da umani che descrive: comandante, fuochista, nostromo, marinai, macchinisti, cuoca. Dai mari lontani, invece, arrivano le navi, portando «il chiacchierio di mille pappagalli». E di notte, «inseguito alle spalle dal tramonto impaziente, e la Nevà scintilla del suo fuoco d’argento», Anteo sente i cento saluti provenienti dai natanti che ripartono, tutti in una diversa lingua. E Anteo replica loro: «Non è la prima volta che dico addio. Qualcuno deve pur restare accanto a questa terra». Voi vedrete altre terre, dice ancora, e seppure mi addolora non vedere «meravigliosi mari», «devo restare lì dove di me hanno bisogno». Finché, «invecchiato nel golfo della vita», «farò rotta verso un sogno beato e tra foreste blu, e arriverò al paese d’oro da dove ancora, vuole la leggenda, nessun rimorchiatore è mai tornato».

Illustrazioni di Igor’ Olejnikov
 

 

Calviniana, abissale semplicità, come quella dei «poeti autentici», una razza che Vittorio Sereni definiva «gli unicorni, i mostri», parlando di Dino Campana, qui ulteriormente esaltata dalle tavole di Olejnikov. Ma è una semplicità macerata nei decenni. Come quando scoprì Venezia e ne scrisse in Fondamenta degli incurabili. Anche stavolta, il mare, sempre il mare: «In questa città l’occhio acquista un’autonomia simile a quella di una lacrima…il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, qui l’occhio nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola…indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le ha fatte affiorare alla superficie dell’esistenza».

Siamo al “sacro” laico catturato dai poeti, se “sacro” vuole dire attribuire un senso alle cose. Ancora in Fuga da Bisanzio, Brodskij ci ha lasciato la più alta interpretazione di questo stile, nella lode (senza sconti) a Pietroburgo, simbolo di ogni città sull’acqua, nelle cui notti bianche «il sole scompare dal cielo solo un paio d’ore». «E i ponti si ripiegano, come se le isole del Delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore alla realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua».

Nella Pietroburgo rimasta “congelata” dopo la Rivoluzione del 1917, dice Brodskij, verso la fine dell’Ottocento letteratura e realtà si fusero. «La letteratura, a furia di inseguire la realtà, la raggiunse. A tal punto che oggi, quando pensate a Pietroburgo, non potete distinguere quella raccontata nei romanzi da quella reale». Qui ogni anno tremila navi transitano nel porto. Solo qui un poeta poteva trasfigurare la meccanica di un piccolo rimorchiatore.

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