Kurkov. Il miele del Donbass
di Andrei KurkovIllustrazione ©Russell Cobb / Ikon Images
Dopo la nuova invasione russa dell’Ucraina, mi sono sentito chiedere spesso dai giornalisti cosa ne sarebbe stato a questo punto di Sergeič e Paška. Rispondevo che la zona grigia non esiste più, è stata distrutta, e con ogni probabilità Sergeič e Paška sarebbero morti sotto il fuoco dell’esercito russo, che lungo il suo tragitto ha ucciso e uccide tutto ciò che è vivo.
Adesso questi due abitanti di Malaja Starogradovka per me sono al contempo vivi e morti. Vivi nella memoria, come gli ultimi cauti ottimisti del Donbass. Magari definirli “ottimisti” è inappropriato, in fin dei conti l’unico motivo per cui li chiamo così è per la loro idea che, se avessero abbandonato il villaggio, dopo la guerra lì non sarebbe tornato nessuno. In poche parole, credevano che la vita potesse tornare a Malaja Starogradovka. Per quanto mi riguarda, osservando le foto di Bachmut, ho perso la speranza che la gente tornerà nel Donbass. Certo, da qualche parte tornerà pure, ma la maggior parte delle cittadine…
Dopo la nuova invasione russa dell’Ucraina, mi sono sentito chiedere spesso dai giornalisti cosa ne sarebbe stato a questo punto di Sergeič e Paška. Rispondevo che la zona grigia non esiste più, è stata distrutta, e con ogni probabilità Sergeič e Paška sarebbero morti sotto il fuoco dell’esercito russo, che lungo il suo tragitto ha ucciso e uccide tutto ciò che è vivo.
Adesso questi due abitanti di Malaja Starogradovka per me sono al contempo vivi e morti. Vivi nella memoria, come gli ultimi cauti ottimisti del Donbass. Magari definirli “ottimisti” è inappropriato, in fin dei conti l’unico motivo per cui li chiamo così è per la loro idea che, se avessero abbandonato il villaggio, dopo la guerra lì non sarebbe tornato nessuno. In poche parole, credevano che la vita potesse tornare a Malaja Starogradovka. Per quanto mi riguarda, osservando le foto di Bachmut, ho perso la speranza che la gente tornerà nel Donbass. Certo, da qualche parte tornerà pure, ma la maggior parte delle cittadine e dei villaggi cancellati dalla faccia della terra resteranno in rovine. Inoltre, il territorio adiacente ai confini con la Russia è disseminato di mine, bombe inesplose e morte, nel senso diretto e indiretto del termine. “Il miele del Donbass” è ormai storia, una storia che potrebbe non ripetersi. Un tempo, era opinione comune che il Donbass fosse una regione carbonifera, ma in realtà vi si produceva anche un’enorme quantità di miele. Il Donbass forniva agli Ucraini carbone e miele. Il miele non c’è più, lo stesso si può dire per il carbone.
Alcuni lettori mi hanno chiesto se il romanzo avrà un seguito, se scriverò ancora delle api di Sergeič. No, non ho intenzione di scriverne una continuazione. Non mi inventerò un lieto fine, perché le opportunità sono minime. Le api che hanno fatto in tempo a volare via dalle arnie si sono smarrite nei boschi e nei campi bruciati. Un’ape senza casa, così come un uomo senza casa, non ha alcun futuro.
A volte mi chiedo se avessi potuto immaginare Sergeič diversamente da un apicoltore. Per esempio, se avessi potuto immaginarlo come un solitario pensionato, che si prende cura di galline e anatre. In realtà non poteva essere altro che un apicoltore. Tutto sommato, gli apicoltori sono i più vicini alla natura e alla comprensione delle sue leggi. In ogni villaggio godono di rispetto, sono trattati un po’ come i medici. In più, non sono aggressivi, sembrano stati creati per una vita pacifica.
Adesso ho l’impressione che le api che vivevano nelle arnie di Sergeič siano assolutamente reali, talvolta posso sentirne il ronzio tra i fiori del mio giardino, lontane dal Donbass. A volte mi viene da pensare che pure il romanzo Api grigie sia un’arnia e che ogni volta che i lettori lo aprano, le api volino via da esso alla ricerca di nettare, pace e della semplice felicità delle api. Qual è la felicità delle api? Essere semplicemente un’ape e poter fare tutto ciò che dà senso alla propria vita senza ostacoli. Lo stesso si può dire per la felicità umana.
Andrei Kurkov, 2022. Foto: Ulrich Perrey/dpa (Getty Images)
Di recente il romanzo è uscito in Finlandia, adesso in Italia. E io ho come l’impressione che adesso in entrambi questi paesi ci sarà più miele. Al tempo stesso, i lettori italiani e quelli finlandesi ne sapranno di più sull’Ucraina. Della sua vita già non felicissima ancor prima che si compiesse la svolta più tragica nella storia contemporanea del mio paese. Della nuova e massiccia aggressione russa che ha cancellato dal territorio ucraino città e villaggi, apicoltori e contadini, fabbriche e teatri.
Ed ecco che adesso, quando penso ad Api grigie mi vengono in testa pensieri strani e opprimenti. Ho vissuto con Sergeič e Paška. A un certo punto ho iniziato a sentirli come persone reali, uomini-ape davvero esistenti, inclini a vivere in pace, senza disturbare nessuno e con la speranza che nessuno impedisca loro di vivere felici e tranquilli. C’è la possibilità che questa sensazione sia sorta in me dopo che al Teatro di Kiev sul Podol è stata messa in scena la prima parte del romanzo. La pièce è stata scritta da me. Ma solo quando ho visto Bogdan Banjuk, il migliore attore ucraino, nei panni di Sergeič, il personaggio «ha preso vita», divenendo reale in tutto e per tutto.
Di recente ho ricevuto il messaggio di una ragazza su Facebook. Mi ha scritto che suo nonno, anche lui apicoltore, era rimasto nella regione di Cherson durante l’occupazione, per continuare a prendersi cura delle sue api. Adesso il suo villaggio è stato liberato dall’esercito ucraino e lui vende il miele prodotto durante l’occupazione russa. Per sostenere idealmente lui e le sue api, ho ordinato alcuni barattoli di questo miele. Chi ha detto che il dolce non può essere amaro? Io penso di sì, che possa esserlo. Il miele, raccolto dalle api dei campi di battaglia, può avere un sapore amaro per la polvere bruciata, delle bombe e delle mine esplose, caduta sui fiori. Inoltre può risultare amaro a causa dei pensieri sulla guerra che prosegue, dell’amarezza depositatasi nel fondo dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti.
I libri, a differenza delle api, vivono a lungo. Può darsi che quando inizierete a leggere questo libro, la guerra in Ucraina sarà finita e divenuta storia. In tal caso, me ne rallegrerei, per voi, per me e per le api ucraine. Ma se avete appena finito di leggere questo romanzo e la guerra ancora prosegue, augurate all’Ucraina la vittoria. Senza la vittoria, per le api ucraine e per le donne e gli uomini ucraini non potrà esserci né felicità né miele né un futuro nel quale poter semplicemente vivere, lavorare e augurarsi bene e pace.
Traduzione di Rosa Mauro