King fa ancora paura
di Giancarlo De CataldoFoto Lambert/Getty Images
Il problema con Stephen King (se di problema si può parlare), è che il vecchio sciamano ti sorprende sempre. La moltitudine che da una vita legge i suoi romanzi e racconti, non fa mai fatica a riconoscere stilemi, situazioni, caratteri, conflitti e persino i trucchi che ne connotano lo stile inimitabile. E c’è da scommettere che tanto fra gli adepti del culto quanto fra i detrattori – che del resto accompagnano la carriera di ogni star degna dell’appellativo – sia comunque diffusa una certa perversa voglia di cogliere King in castagna: sbaglierà una trama, prima o poi; la sparerà troppo grossa; scivolerà su una buccia di banana letteraria. Ci deluderà, insomma, e finalmente potremo dire: non c’è più il King di una volta.
Dov’è finita la forza di It e del Miglio Verde? Del resto, ha settantacinque anni, il tempo passa per tutti… E invece, niente. Holly, l’ultimo romanzo, non solo non delude, ma, al contrario, convince, e convince molto. E viene da scommettere che persino un pubblico a…
Il problema con Stephen King (se di problema si può parlare), è che il vecchio sciamano ti sorprende sempre. La moltitudine che da una vita legge i suoi romanzi e racconti, non fa mai fatica a riconoscere stilemi, situazioni, caratteri, conflitti e persino i trucchi che ne connotano lo stile inimitabile. E c’è da scommettere che tanto fra gli adepti del culto quanto fra i detrattori – che del resto accompagnano la carriera di ogni star degna dell’appellativo – sia comunque diffusa una certa perversa voglia di cogliere King in castagna: sbaglierà una trama, prima o poi; la sparerà troppo grossa; scivolerà su una buccia di banana letteraria. Ci deluderà, insomma, e finalmente potremo dire: non c’è più il King di una volta.
Dov’è finita la forza di It e del Miglio Verde? Del resto, ha settantacinque anni, il tempo passa per tutti… E invece, niente. Holly, l’ultimo romanzo, non solo non delude, ma, al contrario, convince, e convince molto. E viene da scommettere che persino un pubblico avvezzo ai sapori forti proverà autentici brividi di paura scorrendo le pagine di questo romanzo che viene da definire un hard-boiled con ampi squarci di terrore, forti venature di critica sociale e una neanche troppo sottintesa – ancorché, come sempre nelle scritture di valore, ambigua – traccia politica. Il tutto, come si accennava, nel rispetto più rigoroso del canone King: che consiste nell’azzannare il lettore alla gola alla prima riga e mollare la presa solo all’ultima battuta.
Con quell’incomparabile eleganza che rende commestibili persino le non poche puntate “splatter” che talora affiorano: d’altronde, quando chi legge scoprirà il piano dei cattivi (presto, ma è comunque il caso di non guastare il gusto della rivelazione) riconoscerà che King è stato pure troppo sobrio, in certi passaggi.
Si può però subito dire che già da pagina 7 l’autore dà volto e voce a due malvagi serial-killer chiamati a riempire di una sequenza di atroci efferatezze le cinquecento pagine del volume. Sono il signor e la signora Harris. Una coppia di anziani e stimati professori universitari che più insospettabili di così si muore. Autentici mostri che si aggirano nella «vecchia città un po’ malridotta» dove opera la protagonista del romanzo. È una vecchia conoscenza, Holly Gibney. King ce l’ha presentata la prima volta nel 2014, in Mr. Mercedes.
Holly – che ora ha cinquantacinque anni – ha ereditato l’agenzia investigativa “Finders Keepers”, ed è destinata ad imbattersi nei crudeli Harris mentre indaga sulla scomparsa di una giovane donna. Si diceva: hard-boiled. Era negli intenti della serie di Holly, anche se poi King l’ha messa alle costole di qualche Outsider (creatura che si alimenta delle umane sofferenze), sfondando il muro dell’irrazionale. In questa indagine, però, niente viene dall’altro mondo, e il male sta tutto dentro di noi, come dimostrano i candidi, adorabili, innamoratissimi Harris. Che sembrano una riedizione degli austeri – e inquietanti – «americani al cento per cento» del capolavoro pittorico di Grant Wood, American Gothic. E qui entriamo nel “mood” politico del romanzo.
Siamo nel 2021. L’America è spaccata in due: da un lato i MAGA, con le loro teorie complottiste, il rifiuto di vaccini e mascherine, il razzismo neanche troppo strisciante, l’odio per le minoranze, l’arroganza verso gli afroamericani. La madre di Holly, dura e anaffettiva, e anche capace di giocare scherzi atroci alla figlia, è morta di Covid perché no-vax: no-vax sino all’ultimo respiro, è il caso di dire. Sullo sfondo, il fantasma del trumpismo appena sconfitto. Ragione per la quale la caccia agli assassini di Holly diventa anche scontro frontale con i valori di quell’America che gli Harris sembrano incarnare in una versione tanto “soft” quanto distruttiva: personcine gentili che godono quando possono far del male a un gay, una vegana, una nera, e poi magari si rammaricano di aver usato un’espressione politicamente scorretta perché potrebbe pregiudicare le loro relazioni sociali. Ecco il terzo punto di forza.
La sottolineatura sull’enfasi che oggi si pone sul linguaggio. Una costante, quasi ossessiva, del romanzo. Non sai mai se King si dilunga in giustificazioni per evitare la polizia “woke”, se sta evidenziando che chi parla male poi male agirà (ma c’è troppa ironia per credere davvero a un “manifesto” di questo tipo), o se sta esercitando un sublime sarcasmo: mentre noi ci dilettiamo con la superficie, i MAGA, i Q-Anon e compagnia cantante menano, ammazzano, e – lo scoprirete solo leggendo – fanno pure di peggio. Ambiguità benedetta, che costringe chi legge a interrogarsi. In fondo, anche i “farmer” del dipinto di Wood possono essere letti come un enfatico omaggio alla solidità dell’America profonda e rurale, o come l’inquietante disvelamento di ciò che può celarsi dietro la normalità: un It riveduto a corretto alla luce di Capitol Hill.
Stephen King, “Holly”, Sperling & Kupfer. Traduzione Luca Briasco, pagg. 512, euro 21