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Woody Allen suona il clarinetto al Blue Note a Milano, 6 settembre 2023. ANSA/ROBERTO CIFARELLI/UFFICIO STAMPA 

 (ansa)

Suonala ancora Woody Allen

Dal nostro inviato speciale a Milano al concerto del re della commedia americana. Qui alle prese con la sua vera passione: il clarinetto. A cui si dedica con la New Orleans Jazz Band
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«Non ho paura di morire, spero solo di non esserci quando succederà» recita una delle più famose e quintessenziali battute di Woody Allen sul tema. Caro Woody, io ti auguro di non esserci; ma io, a occhio, ci sarò. Così come c’ero l’altra sera al Blue Note di Milano, per la prima data del tour europeo della sua New Orleans Jazz Band: non accadeva dal 2019 (e io c’ero anche lì, il 28 giugno al Teatro Arcimboldi sempre a Milano). E, ancora più importante, Woody e la sua band non suonavano in pubblico dal 16 marzo 2020, quando i suoi concerti del lunedì all’Hotel Carlyle di Manhattan (sono stato anche lì, ben due volte) furono interrotti – e mai più ripresi – per la prima volta nella storia di questa tradizione decennale: è noto che Woody Allen non andò a ritirare l’Oscar per Io e Annie perché la cerimonia coincideva con uno dei suoi appuntamenti jazzistici, allora al Michael’s Pub; ma dove non ha potuto l’Academy è riuscito, purtroppo, il Covid. La pandemia non ha solo interrotto l’appu…

«Non ho paura di morire, spero solo di non esserci quando succederà» recita una delle più famose e quintessenziali battute di Woody Allen sul tema. Caro Woody, io ti auguro di non esserci; ma io, a occhio, ci sarò. Così come c’ero l’altra sera al Blue Note di Milano, per la prima data del tour europeo della sua New Orleans Jazz Band: non accadeva dal 2019 (e io c’ero anche lì, il 28 giugno al Teatro Arcimboldi sempre a Milano). E, ancora più importante, Woody e la sua band non suonavano in pubblico dal 16 marzo 2020, quando i suoi concerti del lunedì all’Hotel Carlyle di Manhattan (sono stato anche lì, ben due volte) furono interrotti – e mai più ripresi – per la prima volta nella storia di questa tradizione decennale: è noto che Woody Allen non andò a ritirare l’Oscar per Io e Annie perché la cerimonia coincideva con uno dei suoi appuntamenti jazzistici, allora al Michael’s Pub; ma dove non ha potuto l’Academy è riuscito, purtroppo, il Covid. La pandemia non ha solo interrotto l’appuntamento e la routine alla quale Allen è da sempre così legato: si è anche portata via Eddy Davis, morto di Covid il 7 aprile 2020. Eddy Davis era il vero band leader della formazione: grande suonatore di banjo, ottimo cantante dalla voce baritonale e allusiva, la sua bonarietà e la sua allegria erano trascinanti per tutti, persino per Woody Allen. Durante i concerti succedeva spesso che i due si scambiassero qualche battuta (inside jokes per lo più inudibili alla platea), alle quali lo stesso Woody non mancava mai di ridere con uno sghignazzo che gli si vedeva solo lì, in quel contesto; e al termine dei concerti al Carlyle, mentre gli altri musicisti scendevano dal palco, Eddy Davis s’intratteneva sempre ancora qualche minuto con Allen, il tempo di un’ultima canzone, che lui pizzicava sul suo strumento mentre Woody la cantava – sì, cantava! – intanto che si rinfilava il maglione. Eddy Davis ora non c’è più, al banjo c’è il giovane Josh Dunn ma in una posizione musicalmente defilata nonostante occupi il centro della scena, la direzione musicale è affidata al pianista Conal Fowkes, veterano della formazione assieme al trombettista Simon Wettenhall e al trombonista Jerry Zigmont – entrambi schierati in prima fila assieme all’occhialuto clarinettista; e durante il concerto a turno cantano un po’ tutti, tranne Woody.

Woody Allen suona il clarinetto al Blue Note a Milano, 6 settembre 2023. ANSA/ROBERTO CIFARELLI/UFFICIO STAMPA 

 (ansa)

Durante la serata Eddy Davis non viene mai citato, ma è chiaro che questo tour europeo è come fosse un funerale di New Orleans tutto per lui, quando una volta sepolto il corpo la musica cambia e dai canti cupi e tristi si passa a una musica allegra e popolare, che “libera lo spirito”. Così è stato l’altra sera al Blue Note: fra marce, blues e rags, il concerto di Woody Allen sono stati novanta minuti (come la durata dei suoi film; di cui dieci di bis) di pura gioia e godimento. Del resto, come lo stesso Woody Allen ha detto in conferenza stampa a Venezia soltanto pochi giorni fa nel presentare il suo ultimo film, «Non possiamo fare nulla contro la morte, l’unica cosa è non pensarci, distrarsi»: e il concerto si è scrupolosamente attenuto alla poetica rassegnata ma vitale del suo riluttante band leader.

 

Per una sera, io e le oltre duecento persone comodamente sedute nell’avvolgente Blue Note «non ci abbiamo pensato»: anche se non ho potuto non notare che stavolta il quasi 88enne Woody Allen ai piedi non portava le sue solite scarpe di cuoio – che vado cercando uguali da anni senza successo, bordeaux o cognac come le sue, con la tomaia leggermente bombata sulla punta – bensì la classica calzatura sportiva “da anziano”, magari con qualche funzione ortopedica o un plantare all’interno («Breve racconto: un uomo si sveglia al mattino e scopre di essersi trasformato nei propri plantari» è un’altra celebre battuta di Woody Allen, che del resto ha sempre incarnato le sue gag). E tutti noi l’altra sera abbiamo trattenuto il respiro nel vedere il nostro beniamino salire incerto i gradini del palco, traballare verso il suo posto, e quasi giunto alla sedia incespicare su una cassa, perdere per un attimo l’equilibrio, recuperarlo poggiandosi goffamente al pianoforte al suo fianco, per poi finalmente mettersi in salvo cioè seduto – e a quel punto Woody Allen ha tirato un vistoso respiro di sollievo, regalando a tutti noi una risata liberatoria.

Non ci sono battute nei suoi live, nessuna concessione allo spettacolo a parte la musica: un brano via l’altro, scelti lì per lì durante la serata. Sul Woody Allen musicista quasi tutti arricciano il naso, liquidandolo come clarinettista mediocre se non incapace. Lui stesso dice che la gente va a sentirlo solo perché è famoso in altri ambiti – «Suoniamo jazz di New Orleans soltanto per soldi», ha scherzato l’altra sera sul palco nell’introdurre il concerto. Eppure ci sono giorni che io ho voglia di sentire jazz suonato proprio da lui, come l’altra sera a Milano. E non solo perché Woody Allen ha l’intelligenza di circondarsi di ottimi musicisti, che hanno la generosità, la pazienza e la bravura di coprire le sue magagne; ma anche perché il suono incerto del suo clarinetto, spesso sfiatato, è quanto di musicalmente più simile al balbettio delle sue battute, alle sue esitazioni verbali, al suo incespicare nelle parole, al suo proverbiale schiocco della lingua sul palato. Non sarà Sidney Bechet né George Lewis: ma quella di Woody Allen non è mediocrità né incapacità, bensì personalità e stile. E non fa pensare alla morte.

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