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Quel Tiziano? Un giovane che farà strada

Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, i primi passi (e capolavori) di un vero maestro del colore
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Venezia, 11 agosto 1508: chiesa di San Bartolomeo. Luca Pacioli, il più famoso matematico d’Italia – amico di Piero della Francesca e Leonardo – tiene una prolusione sul V libro degli Elementa di Euclide. Ad ascoltarlo c’è il gotha degli intellettuali lagunari. Fra costoro il romano Aldo Manuzio (che aveva rivoluzionato l’editoria europea), il marchigiano Ottaviano Petrucci (l’inventore della stampa musicale), il pavese Lorenzo Gusnasco (il più noto fra i costruttori di strumenti musicali in Italia) e un pittore, il fiorentino Fra Bartolomeo della Porta. Assieme a loro patrizi, scienziati, filosofi... la crème de la crème di una Venezia all’apice della sua potenza, politica, militare, economica e culturale.

Chissà se sull’organo di quella piccola chiesa, addossata al ponte di Rialto, erano già state montate le ante cui – proprio nel 1508 – stava lavorando Sebastiano Luciani (detto poi del Piombo), oggi alle Gallerie dell’Accademia. Di sicuro sull’altare della confraternita del Rosario…

Venezia, 11 agosto 1508: chiesa di San Bartolomeo. Luca Pacioli, il più famoso matematico d’Italia – amico di Piero della Francesca e Leonardo – tiene una prolusione sul V libro degli Elementa di Euclide. Ad ascoltarlo c’è il gotha degli intellettuali lagunari. Fra costoro il romano Aldo Manuzio (che aveva rivoluzionato l’editoria europea), il marchigiano Ottaviano Petrucci (l’inventore della stampa musicale), il pavese Lorenzo Gusnasco (il più noto fra i costruttori di strumenti musicali in Italia) e un pittore, il fiorentino Fra Bartolomeo della Porta. Assieme a loro patrizi, scienziati, filosofi... la crème de la crème di una Venezia all’apice della sua potenza, politica, militare, economica e culturale.

Chissà se sull’organo di quella piccola chiesa, addossata al ponte di Rialto, erano già state montate le ante cui – proprio nel 1508 – stava lavorando Sebastiano Luciani (detto poi del Piombo), oggi alle Gallerie dell’Accademia. Di sicuro sull’altare della confraternita del Rosario da due anni luccicava la pala realizzata da Albrecht Dürer, il maestro di Norimberga che – secondo quanto riferisce Vasari nelle Vite – nel 1505 si era precipitato in laguna per bloccare le falsificazioni delle sue stampe, con cui il giovane Marcantonio Raimondi si stava riempiendo le tasche. Strano ambiente, quello dei pittori veneziani. In una lettera del 1506 a un amico, Dürer confessa che i suoi colleghi locali continuavano a criticare in pubblico le sue opere, salvo poi copiarle di nascosto; e rivela di guardarsi dal mangiare con loro, per il concreto rischio di essere avvelenato. Usciti dalla chiesa di San Bartolomeo, sulla destra del ponte di Rialto, fiammeggiavano i colori della facciata del Fondaco dei Tedeschi affacciata sul Canal Grande. Lì, in quei mesi, vi lavorava Giorgio da Castelfranco, con scene che Vasari ammette essergli impenetrabili.

Di quegli affreschi resta oggi solo una figura di Nuda (pure alle Gallerie dell’Accademia) e poche incisioni che nel Settecento un erudito locale, Anton Maria Zanetti, realizzò, sapendoli destinati alla consunzione. Accanto a lui, in quello stesso 1508, sulla facciata di terra del Fondaco cui si accede superando il ponte di Rialto, vi lavorava anche Tiziano Vecellio, più o meno ventenne. Originario di Pieve di Cadore e pure allievo di Giorgione, era alle prese con una decorazione non meno complicata, per molte ragioni: non ultima la volontà di ammonire pubblicamente la comunità germanica che vi era ospitata. Come spiegare altrimenti la Giuditta che, calpestando la testa di Oloferne, brandisce una spada su un soldato tedesco? Erano tempi tesissimi. Venezia era al culmine della sua espansione territoriale, e non solo l’Italia, ma l’Europa intera, meditava su come arginarla, e magari annichilirla.

La magia della mostra intitolata Tiziano 1508: agli esordi di una luminosa carriera si realizza nella seconda delle due grandi sale che le Gallerie dell’Accademia (fino al 3 dicembre) le riservano. Qui, ad accogliere chi entra, si staglia la Nuda giorgionesca, sormontata dalle riproduzioni in formato 1:1 di due delle stampe acquerellate di Zanetti. Ectoplasmi del miracolo che fu quella decorazione leggendaria, rendono comunque, per frammenti, l’idea folgorante di quel Giorgio da Castelfranco che due anni dopo sarebbe uscito di scena per peste. Sulla parete sinistra troneggiano le quattro ante di Sebastiano già in San Bartolomeo: monumentali, intrise d’antico, a tratti languide. Sebastiano aveva lavorato gomito a gomito con Giorgione, tanto che nei celeberrimi Tre filosofi di Vienna da qualche parte sta nascosto pure il suo pennello. Dopo tre anni, avrebbe riempito i bagagli per seguire a Roma Agostino Chigi, il ricchissimo banchiere del papa, e da lì non si sarebbe quasi più mosso. E sulla parete destra, ecco la Giuditta di Tiziano: pur essa a brandelli, ma non muta, anzi. I tre parlano lo stesso linguaggio, che – se non lo spazza via, perché così non è – fa sentire irrevocabilmente distante il mondo di Giovanni Bellini e di Carpaccio. È la “maniera moderna” osannata da Vasari, che a Venezia riconobbe introdotta dalla triade costituita da Giorgione e dai «due eccellenti suoi creati», Sebastiano e Tiziano.

La mostra nasce come un omaggio ad Alessandro Ballarin, “maestro” dei tre curatori (Roberta Battaglia, Sarah Ferrari e Antonio Mazzotta) e figura leggendaria per metodo, acribia ed erudizione nel panorama accademico italiano. Ciò che compone il resto dell’esposizione è un corollario all’approccio proposto in decenni di studi da Ballarin, con qualche nuova proposta, argomentata in un catalogo denso, tipico di un’iniziativa di ricerca seria, antitetica al modello blockbuster. Non tutto è condivisibile, ma non importa. Chi entra in quelle due sale sarà come elettrizzato dall’energia emanata dai giovani leoni di quel decennio irripetibile che aprì il secolo XVI. Prima che – alla fine del 1508, a Cambrai – mezza Europa decidesse di cancellare Venezia dalla faccia della terra. Non riuscendoci, come suol dirsi, solo per un pelo.

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