Gli occhi di Lisetta Carmi. I suoi scatti in mostra a Firenze
di Valeria ParrellaRischierò di scrivere un pezzo iperbolico, voglio correre il rischio ma che sia di merito a questo allestimento e non di demerito agli altri: se c’è una mostra che può raccontare cosa stia succedendo in questi disgraziatissimi anni di trionfo del capitalismo, di ricchi ricchi contro poveri poveri, di perdita della coscienza politica, di inesistenza dell’opposizione proprio mentre al governo ci sono i figli dei fascisti, di mortificazione dei diritti civili, è questa fotografica di Lisetta Carmi, che ho veduto a Firenze.
Il luogo dove è allestita è perfetto: a Villa Bardini, su per la Costa San Giorgio, lontana da quel mercato a cielo aperto che è diventata la città, nonostante Firenze e i fiorentini, travolta, come tutte le grandi città d’arte italiane, dal degrado spacciato per folklore. Ma lì su per la Costa San Giorgio ci sali solo se ci vuoi salire, a destra ti lasci la casa in cui visse Galileo Galilei – pochi visitatori – a sinistra la Villa, recuperata dalla Fondazione CR Firen…
Rischierò di scrivere un pezzo iperbolico, voglio correre il rischio ma che sia di merito a questo allestimento e non di demerito agli altri: se c’è una mostra che può raccontare cosa stia succedendo in questi disgraziatissimi anni di trionfo del capitalismo, di ricchi ricchi contro poveri poveri, di perdita della coscienza politica, di inesistenza dell’opposizione proprio mentre al governo ci sono i figli dei fascisti, di mortificazione dei diritti civili, è questa fotografica di Lisetta Carmi, che ho veduto a Firenze.
Il luogo dove è allestita è perfetto: a Villa Bardini, su per la Costa San Giorgio, lontana da quel mercato a cielo aperto che è diventata la città, nonostante Firenze e i fiorentini, travolta, come tutte le grandi città d’arte italiane, dal degrado spacciato per folklore. Ma lì su per la Costa San Giorgio ci sali solo se ci vuoi salire, a destra ti lasci la casa in cui visse Galileo Galilei – pochi visitatori – a sinistra la Villa, recuperata dalla Fondazione CR Firenze, dignitosa, austera, con dei pigri giardini. Un gatto riposa sullo strapuntino all’ingresso, segno del pensiero lento necessario a decodificare quello che si vede, per farne inventario che sia chiave di accesso alla realtà che ci circonda. È un caso, certo, ma nell’ingresso agli Uffizi non avrebbe potuto, e questo non è un caso.
Lisetta Carmi terminò la sua quinta vita (Giovanna Calvenzi le elenca in una biografia per Contrasto: La musica, La fotografia, L’incontro con Babaji, La musica dell’assenza, La libertà) a Cisternino, in provincia di Brindisi, nel luglio 2022: sulla porta della sua ultima abitazione aveva affisso un bigliettino con su scritto «Carmi. Suonare forte», e questo è il titolo della mostra (fino all’8 ottobre) e del suo catalogo (curati la prima da Roberto Koch, edito da Skira, e il secondo da Giovanni Battista Martini): era una indicazione pratica, ma a noi giunge come un monito, come quello che ha fatto lei.
La fotografia è dunque la sua seconda vita: segue per caso Leo Levi, che va in Puglia a registrare i canti ebraici, e per il viaggio acquista una macchina fotografica e nove rullini. Dice Carmi nell’intervista che accompagna la mostra (volutamente non vi è un percorso imposto da seguire, entri ed esci dalle sale, ci torni, ragioni – fuori i giardini aggettanti sull’Arno): «io sviluppavo, asciugavo, stampavo, a volte rilegavo in volume, ho fatto tutto io» e poi: «non sono mai arrivata in un luogo sapendo cosa avrei fotografato», e ancora: «i paesaggi, sì: ma a me interessava come vivevano le persone, ero curiosa». Era curiosa perché era stata cacciata via da scuola a quattordici anni in quanto ebrea e sapeva che si stava perdendo qualcosa, così cercava. E questo è il tratto distintivo di questi quindici anni di fotografia che sembrano quaranta, dal 1962 al 1977.
E l’altro è la povertà: la testimonianza della povera gente, unico soggetto delle sue foto – farà eccezione a questo continuo interesse per gli emarginati solo Ezra Pound – motivato dalla stessa origine: «io so cosa significa essere considerato niente» e sostenuto da una grande fiducia politica: i poveri non li guarda nessuno, se lei li fotografa li guarderemo.
Ci sono le donne, e sembra non sia cambiato nulla in Afghanistan, Kabul, 1972: un burqa polveroso che avanza. Ci sono gli emarginati sociali,I Travestiti ( 1965- 1971), che Carmi fotografa per anni, a Genova. Le fanno una specie di processo poi, la chiamano depravata, malata, perché aveva fotografato i travestiti, lei spiega che sono suoi amici, all’inizio ha regalato loro tre fotografie a testa, così si sono fidati e sono diventati amici, «ho fotografato i miei amici».
Ci sono tre grandi serie sul lavoro: Calangianus – sugherificio (1964-1976) in cui un’operaia adolescente buca la corteccia del legno con un mezzo sorriso da Gioconda, Italsider ( 1962-1964) dove oltre le scintille delle foto operaie, dentro un groviglio di cavi, come una spirale, come l’occhio inesorabile del capitale, alcuni signori in cravatta chiacchierano rilassati. E quella, forse più terribile, ambientata al porto di Genova. Lì un uomo fermo, mezzo nudo, completamente ricoperto di polvere se non per gli occhi bassi, istupiditi dalla fatica, tiene una pala che è come il prolungamento del suo stesso braccio: l’umanità ha perduto, resta l’uomo macchina, l’uomo-fatica. Ma queste grandi istanze non andavano da sole: Genova porto: monopoli e potere operaio (1964) è patrocinata dalla Filp- Cgil, dallacasa della Cultura di Genova, e viene accompagnata dai testi di Giuliano Scabia.
E c’è il patriarcato in Erotismo e autoritarismo a Staglieno (1966), una serie di statue funerarie fotografate al cimitero che rappresentano vecchi uomini barbuti e panciuti che non rinunziano, neppure nel momento supremo, a farsi attorniare da fanciullette a seni scoperti, a farsi baciare da bambini, a farsi acconciare le coperte di marmo del sepolcro da mogli ancillari.
E poi c’è pure tutto quello che abbiamo perduto: presidente della commissione che premierà Carmi per i suoi ritratti di Ezra Pound (Ezra Pound, 1966) sarà Umberto Eco, nelle motivazioni dice che gli aveva detto più Lisetta Carmi, di questo poeta, in pochi scatti, che tante sue interviste.
E c’è l’Istituzione che commissiona un lavoro d’indagine sull’anagrafe e l’ospedale. Lisetta Carmi va in ostetricia, si mette davanti alle gambe aperte di una partoriente, e in otto scatti (Il parto, 1968) ci riconsegna la vita.