✕

Marcel Duchamp: l’uomo che fece i baffi alla Gioconda

Marcel Duchamp L.H.O.O.Q. (1964) 
Alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia arriva il mondo del maestro che si è preso gioco del Novecento. Cambiandolo. E riducendo tutte le sue opere in una scatola
2 minuti di lettura

«Io sono il risultato di mezzo secolo di osservazione e di ostinazione, del desiderio di perfezionare ciò che era già perfetto». Con queste parole Charles Adrien Wettach detto Grock, uno dei più grandi clown della storia del circo moderno, figlio di un orologiaio svizzero, definiva il suo percorso fatto di infinite ripetizioni dello stesso numero, ogni volta uguale e ogni volta impercettibilmente diverso. Perché come disse Dario Fo, parlando proprio di Grock in un’intervista inedita di molti anni fa, la macchina tragica, che è sempre presente nel comico, deve essere espressa attraverso una meticolosità, una precisione, un’economia assolute, altrimenti vai fuori ritmo. Che non va confuso con la velocità, perché il ritmo lo puoi avere anche rallentando enormemente. Sono gli equilibri del gioco della comicità, della violenza, della provocazione. Il grande clown è di una essenzialità stravolgente. «E come tutti quei pochissimi uomini che hanno osato essere liberi, Marcel Duchamp era un cl…

«Io sono il risultato di mezzo secolo di osservazione e di ostinazione, del desiderio di perfezionare ciò che era già perfetto». Con queste parole Charles Adrien Wettach detto Grock, uno dei più grandi clown della storia del circo moderno, figlio di un orologiaio svizzero, definiva il suo percorso fatto di infinite ripetizioni dello stesso numero, ogni volta uguale e ogni volta impercettibilmente diverso. Perché come disse Dario Fo, parlando proprio di Grock in un’intervista inedita di molti anni fa, la macchina tragica, che è sempre presente nel comico, deve essere espressa attraverso una meticolosità, una precisione, un’economia assolute, altrimenti vai fuori ritmo. Che non va confuso con la velocità, perché il ritmo lo puoi avere anche rallentando enormemente. Sono gli equilibri del gioco della comicità, della violenza, della provocazione. Il grande clown è di una essenzialità stravolgente. «E come tutti quei pochissimi uomini che hanno osato essere liberi, Marcel Duchamp era un clown». Lo dice Octavio Paz in uno dei più bei libri mai scritti sull’artista più rivoluzionario del XX secolo, Apparenza nuda, precisando che «la libertà non è una conoscenza ma ciò che si trova dopo la conoscenza. È uno stato d’animo che non solo ammette la contraddizione ma cerca in essa il suo alimento e il suo fondamento».

A Marcel Duchamp, e alla sua ironica, elegante, poderosa rivoluzione, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dedica la mostra Marcel Duchamp e la seduzione della copia, a cura di Paul B. Franklin (fino al 18 marzo 2024), studioso indipendente tra i massimi esperti del maestro francese. È complesso parlare di un artista secondo cui l’arte non ha bisogno di pubblico ma di complici, che ha affrontato il periodo delle avanguardie passando dal Cubismo giovanile al Dadaismo più irriverente ma non distruttivo, fino al ruolo di mentore del Surrealismo, che per lui aveva una vera e propria adorazione, e dei pittori americani del secondo dopoguerra. È difficile perché Duchamp non ha cambiato il modo di dipingere come ha fatto Picasso, anche lui clown ma nel ruolo di Augusto, pulsionale e godereccio, complementare al lucido e lunare clown bianco Marcel. Non ha rinnegato il passato né affermato nuove regole, bensì ha cambiato i paradigmi svelando la struttura più profonda dell’Arte, di tutta l’Arte, come fece Vladimir Propp quando ridusse a uno schema di funzioni la morfologia della fiaba. Un lavoro linguistico legato alla parola prima ancora che all’immagine, alla nominazione che crea e stravolge l’identità e l’ontologia, alla macchina che muove il sole e l’altre stelle. Dagli scapoli alla Sposa del Grande Vetro, il suo ermetico e appassionante capolavoro, ai ready-made, stravolgimento concettuale che rovescia, rinnovandolo, il senso dell’opera d’arte e dell’autorialità stessa dell’artista. E lo fa, una volta abbandonata la pittura e, più tardi, l’intera attività artistica, attraverso la copia, la ripetizione che non è mai tale ma è sempre infra-sottile, come definiva lui stesso le differenze invisibili ma sostanziali tra una riproduzione e l’altra. L’originale non esiste, dichiarava. Come non esiste in musica, in letteratura e neppure in scultura, così non deve esistere in pittura. La perdita dell’aura teorizzata da Benjamin trova qui, e non nelle mondane serigrafie pop, il suo pieno compimento, in un’operazione esistenziale che fa tabula rasa dell’arte retinica e olfattiva, incrostata in superficie, per protendersi verso il significato, il senso, il dubbio, l’ironia.

Duchamp, Marcel; franz.–amerik. Maler. Blainville 28.7.1887 – Neuilly-sur-Seine 2.10.1968. In seinem Atelier in Paris, 5. Arrondissement, Rue Larrey 11. Foto, 1938, von Denise Bellon (1902–1999). Aus der Serie: Peintres modernes. 

In mostra a Venezia, dunque, si concretizza questa ossessione per la ripetizione come mezzo di produzione di novità e di boicottaggio del mercato, con immagini, oggetti e idee che si intersecano a creare un universo coerentissimo e avvolgente. Una per tutte, la sala in cui si rispecchiano l’una nell’altra la tela originale Il re e la regina circondati da nudi veloci, del 1912, con la matrice ridipinta a mano su fotografia dello stesso soggetto e la sua riproduzione in collotipia contenute in de ou par Marcel Duchamp ou Rrose Sélavy (Boîte en-valise), la scatola in valigia del 1935-’41 che contiene le riproduzioni di tutte le sue opere. Di questa monografia in valigia Peggy, di cui Marcel fu amico e consulente, acquistò e portò in salvo in America durante il conflitto la prima copia dell’edizione deluxe di venti esemplari. Peggy Guggenheim, che aveva capito il valore di quella che non era una semplice riproduzione ma un serissimo, maniacale, perfetto numero di clownerie. Nel senso più sublime del termine.

Leggi i commenti