L’arte del racconto secondo Catherine Dunne: “Qual è la tua storia?”
di Catherine DunneNelle storie narrate nel corso dei secoli esiste una formula ricorrente, il viaggio nel bosco alla ricerca dell’oscuro segreto in grado di donare la vita». (John Yorke, Viaggio nel bosco narrativo). Amo moltissimo questa metafora della narrazione: chi scrive è un viaggiatore intrepido che si inoltra nell’oscurità della foresta per dissotterrare i segreti che vi sono sepolti e riportarli alla luce.
Negli ultimi trent’anni circa ho cercato di capire cos’è che spinge la narratrice che ho dentro a intraprendere più volte quel viaggio nel bosco. A entrare in uno spazio completamente sconosciuto e a vivere in quell’universo popolato da persone fittizie che più tempo trascorro con loro, più acquistano una capacità di agire indipendente.
Sono felice di dirvi che non ho una risposta.
Il momento in cui sono arrivata più vicina a comprendere l’arte della narrazione è stato quando ho letto una frase dello scrittore Graham Swift, secondo il quale la narrativa, per chi legge e chi scrive, contie…
Nelle storie narrate nel corso dei secoli esiste una formula ricorrente, il viaggio nel bosco alla ricerca dell’oscuro segreto in grado di donare la vita». (John Yorke, Viaggio nel bosco narrativo). Amo moltissimo questa metafora della narrazione: chi scrive è un viaggiatore intrepido che si inoltra nell’oscurità della foresta per dissotterrare i segreti che vi sono sepolti e riportarli alla luce.
Negli ultimi trent’anni circa ho cercato di capire cos’è che spinge la narratrice che ho dentro a intraprendere più volte quel viaggio nel bosco. A entrare in uno spazio completamente sconosciuto e a vivere in quell’universo popolato da persone fittizie che più tempo trascorro con loro, più acquistano una capacità di agire indipendente.
Sono felice di dirvi che non ho una risposta.
Il momento in cui sono arrivata più vicina a comprendere l’arte della narrazione è stato quando ho letto una frase dello scrittore Graham Swift, secondo il quale la narrativa, per chi legge e chi scrive, contiene «la scintilla della magia», qualcosa di intangibile che non si può spiegare, razionalizzare o analizzare.
Sono cresciuta con miti e leggende. Sin da quand’ero bambina sono stata una lettrice vorace e un’autrice di racconti inverosimili. Le storie mi nutrivano, mi sostenevano: mi hanno aiutato a dare un senso al mondo, a credere di poter impartire al caos un ordine tutto mio.
Ma le storie – leggerle e scriverle – somigliano un po’ al saluto tipico che ci si scambia a Dublino: “What’s the story?”, “Che storia mi racconti?” o più spesso semplicemente: “Story?”, perché anch’esse sono inviti. Inviti a lasciarsi coinvolgere, a entrare in un regno diverso: il regno dell’immaginazione empatica. L’empatia è cugina prima dell’intuizione, ma è più insistente, più decisa a scoprire cosa significa essere qualcun altro, vivere nella sua pelle, vedere il mondo attraverso i suoi occhi.
Sono sempre stata convinta che chi scrive narrativa non scelga le proprie storie: anzi, sono le storie a sceglierci. Raramente ho iniziato un romanzo con un’intenzione ben precisa. Nelle prime fasi a volte sento una storia pungolarmi finché non mi decido a mettere qualcosa su carta. Oppure mi imbatto in un bambino, un adolescente, un uomo o una donna, e lentamente la vita che immagino per loro comincia a rivelarsi, a insediarsi in uno spazio creativo interiore già pronto ad accoglierla; un luogo circondato dal silenzio.
Perché scrivere storie viene da dentro – che non significa dire che tutta la scrittura è autobiografica. Ma viene da uno spazio interiore: uno spazio che ho cominciato a riconoscere ogni volta che ci entro, anche se non so mai cosa ci troverò.
Foglie d'autunno di Wolstenholme (Private Collection; © Jonathan Wolstenholme)
Foglie d'autunno di Wolstenholme (Private Collection; © Jonathan Wolstenholme)
La storia mi si rivela solo quando intraprendo l’azione della scrittura. Azione che implica trasformazione. La trasformazione di ciò che è ordinario in qualcosa di magico; qualcosa che attira chi legge e chi scrive, e intesse un incantesimo unico coinvolgendoli entrambi nel processo.
È anche importante capire che l’arte della narrazione è qualcosa di organico. Un’idea porta a un’altra; un sentiero si biforca all’improvviso in un altro, cambiando la direzione di chi scrive. Come ha detto E. L. Doctorow: «Scrivere è come guidare di notte in mezzo alla nebbia. Puoi vedere solo fin dove arriva la luce dei fari, ma puoi viaggiare in questo modo fino in fondo».
Certi scrittori e scrittrici sognano le loro storie; altri le sentono, altri ancora le vedono. Io ho un’immaginazione di tipo prettamente visivo. Basta un’immagine particolare a costringermi a fermarmi, come mi è successo con Daniel, il ragazzino che pedala furiosamente sulla sua bicicletta che mi ha ispirato Quel che ora sappiamo. Oppure con Rose, la donna di La metà di niente che prepara le uova sode in una cucina della periferia di Dublino mentre tutto il suo mondo crolla. Immagini come queste mi spingono a cercare di scoprire cos’è successo dopo. E perché. E a pormi l’eterna domanda che si pone chi scrive: «E se...?».
Scoprire le storie dei miei personaggi, dissotterrarle nel bosco, è una specie di follia o esistenza magica, che prende il sopravvento una volta che l’istante di ispirazione o visione è trascorso. E secondo la mia esperienza, a chi scrive tocca un istante solo: quel che viene dopo è artigianato, è innesto e il processo organico della scoperta attraverso la scrittura creativa.
Un processo stupendo, compulsivo, onirico, capace di provocare rabbia e frustrazione, e che impone a chi scrive di mettere da parte la mente “ragionevole” mentre si aggira tra gli alberi seguendo il sentiero di briciole che lo porterà al luogo segreto dove l’attende ogni nuova storia.
Ora naturalmente so che la mia foresta contiene storie di persone senza voce, che sono state messe a tacere. Quando ho iniziato la mia vita di autrice non lo sapevo, ma sono queste le storie che mi sono state consegnate. Quelle che non mi lasciano in pace, che nutrono la mia immaginazione di scrittrice. Mentre scrivevo Un terribile amore sono stata perseguitata dai visi di tutte le donne che hanno subito violenze di genere. In Una buona madre non ho potuto evitare di vedere le immagini di tutti quei neonati sepolti in una cisterna sotterranea nel parco di uno degli istituti per ragazze madri in Irlanda occidentale.
Così va la vita: dall’oscurità del bosco, una dopo l’altra, emergono storie, che si fanno strada verso la luce sempre accompagnate da quella “scintilla di magia”.
(Traduzione di Ada Arduini)
Il festival – La manifestazione esplora le diverse forme del racconto: scritto e orale, in musica e per immagini, come genere letterario e come spettacolo. Dall’1 all’8 ottobre
Carpi, Novi di Modena, Soliera www.festadelracconto.it