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Jacovitti geniale, folle e dimenticato: due mostre per il grande fumettista

Tavola da Zorry Kid (1968)

 
A cent’anni dalla nascita si celebra un artista ancora oggi modernissimo, ma spesso trascurato: considerato di destra dalla sinistra e troppo anarchico da destra. Parla la figlia Silvia
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C’è un autore del fumetto italiano i cui personaggi sono apparsi in ogni luogo, dalle scuole ai giornali, fino agli oggetti più disparati. Un fumettista che ha lavorato su storie e linguaggio da un personalissimo punto di osservazione. Ironico, dadaista, dallo stile gommoso e colorato. È stato ammirato, contestato, imitato e ha influenzato intere generazioni di autori e autrici. La sua vita autoriale attraversa quella del nostro paese, le sue opere sono state pubblicate più e più volte.

Si è scritto molto su di lui e i suoi eroi, certe volte solo sulla superficie e altre cercando vie più inaspettate. Oggi, a cento anni dalla nascita, possiamo vedere degli aspetti nella sua immensa produzione che prima non emergevano perché lo sguardo mirava ad altri elementi, che erano l’oggi di allora. Benito (Franco) Jacovitti ha creato un mondo fatto per durare. Oltre alle riedizioni previste, Zorry Kid e Cocco Bill per la Editoriale Cosmo/Nona Arte e Jak Mandolino per Sbam!, ha inaugurato ieri la…

C’è un autore del fumetto italiano i cui personaggi sono apparsi in ogni luogo, dalle scuole ai giornali, fino agli oggetti più disparati. Un fumettista che ha lavorato su storie e linguaggio da un personalissimo punto di osservazione. Ironico, dadaista, dallo stile gommoso e colorato. È stato ammirato, contestato, imitato e ha influenzato intere generazioni di autori e autrici. La sua vita autoriale attraversa quella del nostro paese, le sue opere sono state pubblicate più e più volte.

Si è scritto molto su di lui e i suoi eroi, certe volte solo sulla superficie e altre cercando vie più inaspettate. Oggi, a cento anni dalla nascita, possiamo vedere degli aspetti nella sua immensa produzione che prima non emergevano perché lo sguardo mirava ad altri elementi, che erano l’oggi di allora. Benito (Franco) Jacovitti ha creato un mondo fatto per durare. Oltre alle riedizioni previste, Zorry Kid e Cocco Bill per la Editoriale Cosmo/Nona Arte e Jak Mandolino per Sbam!, ha inaugurato ieri la prima parte del progetto Jacovittissimevolmente, che espone oltre 500 opere originali, divise fra due mostre complementari. Tutte le follie di Jac!, curata da Luca Raffaelli per il MACTE di Termoli, dove Jacovitti è nato, che resterà aperta fino al 25 febbraio, e L’incontenibile arte dell’umorismo a cura di Dino Aloi e Silvia Jacovitti con Giulia Ferracci per il MAXXI di Roma, dove Jac ha vissuto a lungo, che apre il prossimo 25 ottobre e resta visitabile fino al 18 febbraio.

Sono due punti di vista diversi: da un lato con Le follie c’è il metodo di lavoro, con la ricerca e l’analisi sugli elementi di stile che reinventano il medium, sulle innovazioni ai limiti del linguaggio; dall’altra, ne L’incontenibile arte c’è un’ampia antologica che segue il percorso biografico d i sessant’anni di fumetto,. Ne parliamo proprio con la figlia, Silvia Jacovitti.

Dalla mostra di Termoli emerge un artista inedito, complesso, istintivo, unico.

«Lo era, soprattutto se pensiamo che usava un pennino intinto in un calamaio, non un rapidograph e neppure i pennarelli. Andava a mano libera, senza traccia a matita e senza sceneggiatura, e dal tratto componeva la linea. Cominciando dal basso verso l’alto, e da sinistra verso destra, faceva solo questo movimento di un’onda che si muove. Una logica collegava tutti i personaggi e i balloon, nulla era messo a caso: ma come è possibile quando non sai neanche tu cosa stai facendo, come andrà a finire? Era come se fosse posseduto da qualcosa quando disegnava. Non era mica normale, mio padre, come persona, davvero. Quando ho parlato con Luca Raffaelli della mostra all’inizio dicevo: “ Vorrei che si capisse in maniera semplice soprattutto come lavorava e la tecnica che usava”».

Lui ha iniziato molto presto.

«Quando stava a Termoli, a cinque o sei anni, disegnava sui lastroni delle strade dei puttini, che non so dove abbia visto. Erano talmente carini che la gente lasciava dei soldi. Mio nonno lo aveva capito, e così, nel pomeriggio lo accompagnava. Mio padre disegnava, e portava a casa dei soldi per la famiglia».

Come riusciva a trovare la via per i suoi mondi?

«Stava chiuso nel suo studio. Sempre, dalle sette alle sette. Con la porta chiusa. Lavorava al buio. Penombra. La stanza era proprio scura, non c’era luce, c’erano sempre le tapparelle abbassate. Non si è mai capito come facesse ma lo ha tramandato a me: odio la luce e sto sempre in penombra anch’io. Non sbatto, non inciampo. Non so perché ma ci vedo. È una cosa bella perché, quando arriva la sera, il buio a me piace. E poi non entrava mai nessuno in casa. Solo la domenica gli amici, per giocare a poker. I disegnatori Giovannini, Zeccara, Landolfi e De Luca, anche loro simili a lui. Altrimenti non si poteva entrare soprattutto quando doveva dare i chiaroscuri e fare il lettering. Serviva anzi un silenzio pazzesco. Tanto che quando andavo a trovare i nonni, la prima cosa che mi faceva fare mio nonno era urlare. Urla, diceva».

È vero che tutti quei pezzi, dita che spuntano da terra, ossa, vermi, salami tagliati, sono una carneficina dove c’è il dolore della guerra, e un modo per sublimarlo?

«Mio padre era una persona tanto tanto sensibile. Io credo che la guerra, questa sofferenza mondiale, l’abbia tutta messa dentro di sé, era rimasto inorridito. E aveva un lato oscuro, così cupo che qualche volta usciva fuori, in alcune situazioni. Tanto che lui diceva: “Certe volte io mi metto paura di me stesso, io penso e ho paura di quello che sto pensando, entro dentro di me e ho paura di me. Ha patito il fascismo, lo odiava. Ha capito cos’era da ragazzo, quando è andato a Weimar, dove ha saputo che c’era il campo di concentramento lì vicino, a Buchenwald. Era un viaggio organizzato tra disegnatori umoristici (che poi erano illustratori, non fumettisti) in giro per la città. Lì si è accorto dell’orribile e ne è rimasto scioccato. Mio padre non era fascista. Anche se poi, quando parlavi di politica, lui era come un ragazzino di 13 anni che deve sempre farti i dispetti. Se tu eri di destra lui faceva quello di sinistra, se tu eri di sinistra lui faceva quello di destra. Nessuno ci stava alle sue prese in giro e quindi insisteva e la cosa lo faceva tanto ridere. Però era interessatissimo ai giovani, il movimento giovanile del ’77 lo incuriosiva, perché lui si sentiva, secondo me, un ribelle dentro. Ti ricordi Mad, la rivista americana? Si era abbonato e gli piaceva tutto di Mad, per il fatto che prendeva in giro l’America. Era una rivista abbastanza libera».

In “Mad” c’era anche Basil Wolverton, lo Jacovitti americano. E tra i giovani c’era Andrea Pazienza che vedeva in Jac un maestro. Alcune battute e slogan del ’77, tipo “cara Mella è morta Della”, sembrano scritti da Jacovitti: il movimento usava i giochi di parole come lui, per smontare il linguaggio.

«Smontava tutto, smontava tutta la famiglia e la rimontava. Faceva degli scherzi terribili, non so perché avesse questa voglia continua di mettere in confusione una persona, di parlare in modo strano in modo che l’altro non capisse cosa volesse dire apposta per riderci su. Aveva questa immane voglia di entrare nella vita, ma proprio nella vita vera di tutti, tra la gente. Era curioso dell’umanità. Una cosa bella che mi ha lasciato mio padre,era stare seduta al bar con lui, con questo Negroni doppio, triplo, quadruplo sul tavolino. Io stavo lì seduta con lui a guardare la gente che passava, in silenzio per un’ora o due. Tutti e due a osservare le persone. Perché se le guardi con attenzione è bellissimo, ognuno di noi è il personaggio di un fumetto. Ognuno di noi è un mondo incredibile, ma non lo sa . Ognuno di noi è una panoramica di Jacovitti. Ma il suo cervello era in grado di vedere quello che gli altri non vedevano. A lui interessava conoscere, osservare che cosa c’è dentro le persone. Per questo forse è arrivato fino a oggi, perché dentro noi siamo sempre quelli, immutabili. Lo sguardo di Jac resterà sempre attuale, perché anche noi sempre quello siamo...».

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