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La versione di Marina Abramovic

Il corpo, il gender, la realtà virtuale, il rapporto con gli anni. E il femminismo, al quale sente di non appartenere La regina indiscussa delle performance si confessa in esclusiva
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Marina Abramovic è la decana della performance art, una leggenda vivente il cui nome è sinonimo di un intero settore artistico. Con autentica perseveranza e grande dedizione, compiendo l’impossibile, Marina ha portato nel mainstream l’ermetico mondo dell’avanguardia europea del Dopoguerra. Con le sue autorevoli durational performances (performance basate sul tempo), è diventata famosa, una delle artiste viventi più affermate. È arrivata a un livello di popolarità e celebrità che soltanto poche pop star e pochi attori raggiungono, per non parlare degli artisti. Da questo fine settimana è aperta al pubblico la sua prima personale nel Regno Unito presso la Royal Academy di Londra. In vista di questo traguardo significativo, durante l’estate ho trascorso parecchi pomeriggi in sua compagnia, chiacchierando con lei di una molteplicità di argomenti relativi al suo lavoro, passando dal gender alla sessualità, dagli agenti patogeni e il nazionalismo fino al cambiamento del clima. Dalle nostre …

Marina Abramovic è la decana della performance art, una leggenda vivente il cui nome è sinonimo di un intero settore artistico. Con autentica perseveranza e grande dedizione, compiendo l’impossibile, Marina ha portato nel mainstream l’ermetico mondo dell’avanguardia europea del Dopoguerra. Con le sue autorevoli durational performances (performance basate sul tempo), è diventata famosa, una delle artiste viventi più affermate. È arrivata a un livello di popolarità e celebrità che soltanto poche pop star e pochi attori raggiungono, per non parlare degli artisti. Da questo fine settimana è aperta al pubblico la sua prima personale nel Regno Unito presso la Royal Academy di Londra. In vista di questo traguardo significativo, durante l’estate ho trascorso parecchi pomeriggi in sua compagnia, chiacchierando con lei di una molteplicità di argomenti relativi al suo lavoro, passando dal gender alla sessualità, dagli agenti patogeni e il nazionalismo fino al cambiamento del clima. Dalle nostre conversazioni è emerso il profilo di un’artista che mantiene una conoscenza profonda del corpo e del suo rapporto con l’arte, e che sa immaginare l’inimmaginabile: un mondo senza Marina Abramovic. In un piovoso pomeriggio di agosto, pochi giorni prima della sua partenza per il Regno Unito, sono andato nel suo appartamento di Manhattan. Marina era convalescente da un intervento medico effettuato da poco e, come ci si aspetta da un’artista il cui corpo è da tempo un mezzo espressivo imprescindibile, si è sentita obbligata a parlare dei limiti e del futuro della fisicità umana. Alla base di buona parte dell’opera di Marina ci sono le esperienze fisiche e umane condizionate da qualcosa, dall’amore al dolore.
Negli ultimi tempi l’artista ha dimostrato interesse anche per la presentazione del suo lavoro in ambienti virtuali. Il suo recente impegno per opere allo stesso tempo materiali e virtuali potrebbe sembrare contraddittorio, ma in verità rientra nel suo interesse di vecchia data per tutto quello che è nuovo e sperimentale. Rising, un’opera del 2019 basata su cuffie-visori VR, invitava gli utenti a sperimentare in modo virtuale il cambiamento del clima seguendo un avatar della stessa Abramovic.

«Non sono rimasta soddisfatta del risultato» ha detto Marina di quella sperimentazione. Quello stesso anno ha prodotto The Life, reclamizzata come “la prima performance artistica di Mixed Reality (realtà mista o ibrida) del mondo”.
Trentadue videocamere hanno ripreso una sua performance trasmessa in streaming ai visitatori della Serpentine Gallery di Londra. Vedere a distanza ravvicinata una realistica Marina Abramovic esibirsi in una performance di realtà mista induce a rivolgersi molte domande riguardo al suo lavoro, tra le quali le seguenti: qual è la funzione della presenza fisica, quando il suo creatore è assente fisicamente? L’aura di Marina trascende la sua presenza fisica? L’artista deve essere necessariamente presente?
Marina considera questo lavoro in funzione della sua posterità. Ha spiegato che «la realtà virtuale offre l’opportunità di afferrare e mantenere la realtà di una persona al punto da avvicinarsi a una verosimile immortalità. Credo che la RV sarà il futuro, per ciò che concerne le nuove modalità con le quali si assisterà a opere teatrali, performance, film e concerti. Quando non ci sarò più, questo materiale avrà molto più valore».
A 76 anni, Marina è molto scrupolosa per ciò che concerne il suo lascito e ha istituito e investito in iniziative atte a preservarlo e custodirlo nel tempo. Tra tali iniziative c’è il Marina Abramovic Institute, sede del Marina Abramovic Method, «un progetto permanente che unisce le persone in un’esperienza collettiva per metterle in comunicazione con sé stesse e tra di loro». Tramite il Method, l’istituto ambisce a insegnare agli artisti più giovani ed emergenti il frutto delle sue ricerche e delle sue conoscenze in fatto di durational performance. «Il frutto più importante della mia attività è il lavoro basato sul tempo». Ha fatto una pausa, mi ha riempito il bicchiere di acqua e, prima di proseguire, ha sostituito la fetta di limone. «Nel lavoro basato sul tempo è impossibile fingere, bisogna essere sé stessi ed esporsi al pubblico».
Una delle sue opere più importanti basate sul tempo – che affronta sia la vulnerabilità sia l’identità – è la famosa performance del 1977 Imponderabilia. Nella sua iterazione originaria, Marina e Ulay – suo partner creativo e nella vita, ora scomparso – rimanevano fermi in piedi, nudi, uno di fronte all’altro in un ingresso molto angusto che obbligava i visitatori a passare di traverso e, così facendo, a scegliere verso chi dei due rivolgersi. Oggi che il genere è percepito in maniera più ampia, in teoria si aprono nuove strade per prendere in considerazione la funzione di quell’opera. «Non ho alcun problema a mescolare i generi nel mio lavoro» ha detto Marina. «Ma Imponderabilia, così come è presentato adesso presso la Royal Academy, continuerà a essere con un uomo e una donna. Dato che Ulay è morto, l’opera sarà presentata nella sua forma originaria, com’era nel 1977». Avvertendo un limite, mi sono spinto un po’ oltre. In passato, in molte altre occasioni, Marina si è sottratta all’etichetta di artista femminista. Negli ultimi anni, però, il mondo è cambiato parecchio. Le ho chiesto se si considera una sostenitrice delle identità di genere e delle sessualità non codificate. «Come ho già detto innumerevoli volte, non desidero che mi si etichetti come artista femminista» ha risposto in modo asciutto. In piedi, sul suo balcone, guardavamo la pioggia cadere su Lower Manhattan. «Il fatto che io sia femmina, non vuol dire che anche la mia arte debba essere femminile. Credo decisamente nell’arte non connotata a livello di genere e di sessualità».
Tenuto conto che al centro del suo lavoro c’è il corpo, mi sono sentito obbligato a chiederle che cosa pensa degli interventi di chirurgia estetica. «Rispondono a una ricerca di libertà, rappresentano il diritto di fare quello che si vuole del corpo. Alla mia età, io devo accettarne i limiti, ma l’artista Orlan si è sottoposta a molti interventi di chirurgia estetica per trasformarsi in quello che lei credeva fosse lo standard più alto della bellezza. Il risultato non è stato buono. Si è trasformato in arte. Lei ambiva all’ideale della bellezza rinascimentale, e oggi gli impianti che ha sulla fronte sono qualcosa di unico e personale che la caratterizza».
Più tardi, quello stesso pomeriggio, prima di andarmene le ho chiesto anche se crede nel vero amore. Abbozzando un sorriso, mi ha detto: «Credo nel vero amore e che l’amore è la qualità umana più apprezzabile. Quando ci innamoriamo di qualcuno, anche senza conoscerlo, entriamo in una dimensione trascendente, incondizionata e illimitata sotto tutti i punti di vista. Si tratta di un’esperienza umana che tutti dovrebbero provare almeno una volta nel corso della vita».
Le esperienze che conciliano identità, corporeità ed emozione sono al centro della produzione artistica di Marina. Il nucleo delle sue performance basate sul tempo impone continuità, facilitata da una conoscenza profonda del proprio corpo e del proprio Io. Il caldo eccessivo, le stagioni che si alternano, i fenomeni atmosferici estremi, tuttavia, provocano drastiche alterazioni nella consapevolezza del proprio corpo. Questo elemento mi ha molto colpito nell’estate instabile e asfissiante di quest’anno a New York. Parecchie settimane dopo, mi sono incontrato di nuovo con Marina nel bar del Mercer Hotel. Fuori l’aria era opprimente ed era impossibile non pensare a tutto quello che il corpo deve sopportare in condizioni climatiche di quel tipo. Al di là di New York, il cambiamento climatico sta avendo ripercussioni sempre più gravi, rende inabitabili, precari o pericolosi interi territori. Le ho chiesto se il cambiamento del clima sta modificando il suo rapporto con il corpo, se sta avendo un’influenza sulla sua attività o se sta mettendo a repentaglio il suo lavoro.

Il bar e il ristorante dell’hotel, con l’aria condizionata fortissima, si stavano riempiendo. Marina ha socchiuso gli occhi, poi ha iniziato a parlare. «Da questo punto di vista, l’esperienza più fondamentale per me è stata vivere un anno con gli aborigeni nel deserto dell’Australia meridionale, dove di giorno le temperature possono raggiungere i 55 gradi Celsius e durante la notte scendono a 45». Ha riflettuto e mi è parso che volesse aggiungere altro. La folla fuori si stava disperdendo, il sole era tramontato. Doveva andare via da lì a poco, per imbarcarsi la mattina seguente sulla Queen Mary 2 per Southampton. Ha dato un’occhiata fuori e ha continuato: «Quando non riesci a camminare perché l’ambiente in cui ti trovi è stremato da un’ondata di calore e non riesci a respirare; quando sei costretto a stare fermo a lungo; quando il tuo cervello si blocca; quando i tuoi pensieri si interrompono… Ecco: le idee arrivano dalla purezza della mente. Il rapporto tra la natura e il corpo è importantissimo».
Chiacchierando con Marina, mi è venuto in mente di chiederle in che modo il movimento del corpo è condizionato e limitato. La mobilità e il movimento si sono trasformati in maniera significativa nel corso della sua vita. Marina ha costruito la sua intera carriera sugli spostamenti continui tra luoghi tanto diversi tra loro quanto l’outback australiano e le strade di Amsterdam. Questa versione di mobilità e di fluidità geografica, tuttavia, da qualche tempo è in pericolo. Lo spettro del Covid e di altri patogeni incombe, come lo stato precario della politica. Ho chiesto a Marina se pensa che la mobilità sia indispensabile per creare opere d’arte. Lei ha esitato prima di rispondere, poi ha detto: «Non si può generalizzare, quando si parla di questa esperienza. Alcuni artisti hanno affermato che quella del Covid è stata l’epoca migliore che hanno mai vissuto, perché sono stati costretti a rimanere in un unico posto, a leggere libri, a stare in casa e a creare. Naturalmente, altri hanno avuto una reazione diametralmente opposta, caratterizzata da profonda depressione ed emozioni tormentate».
Marina ha fatto una pausa e ha sorseggiato un tè verde freddo. «Durante il Covid, quando nessuno andava in giro, io ho viaggiato come non mai. Non so perché, ma proprio in quel periodo, per due mesi, a Monaco ho iniziato a esibirmi davanti a una platea deserta. Sono andata in India da sola per un ritiro ayurvedico. Mi sono ritrovata sola negli aeroporti di tutto il mondo. Quello, però, è stato anche il periodo in cui il mondo si è sentito unito più che mai, coeso da quella nuova minaccia. Ne ignoro il motivo, ma più il Covid esigeva di non muoversi e più io avevo voglia di farlo».
Gli spostamenti umani, tuttavia, non sono influenzati soltanto dai patogeni. Per buona parte della storia contemporanea, gli spostamenti non consensuali e la mobilità circoscritta sono stati determinati dalla geopolitica, più che da molti altri fattori. Negli ultimi tempi, la guerra in Ucraina ha contribuito enormemente alla più grande crisi di rifugiati in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale.
Marina è attivamente coinvolta in Ucraina dal 2021, quando ha eretto un’installazione interattiva per il Memoriale per l’Olocausto di Babij Jar, The Crystal Wall of Crying. In passato ha definito la guerra in Ucraina «il ripetersi della Storia». Tenuto conto del fatto che si è schierata subito dalla parte dei sostenitori dell’Ucraina, le ho chiesto se, secondo lei, gli artisti possono fare la loro parte, se possono fare qualcosa di concreto per scongiurare il ripetersi di questi eventi. Marina mi ha risposto determinata.

«Sono stata la prima artista a sostenere l’Ucraina nella guerra contro la Russia. La prima che ha fatto sentire la sua voce. Sì, la Storia si ripete, decisamente. Zelensky mi ha invitato a diventare ambasciatrice dell’Ucraina e ad aiutare i bambini colpiti ricostruendo scuole e altro ancora. Mi hanno anche invitato a diventare membro del consiglio dell’Organizzazione Babij Jar per continuare a tutelare il memoriale. La realizzazione del Crystal Wall of Crying è stata solo il primo passo per affrontarne la Storia e immaginare come aiutare questo nostro mondo sempre più diviso a ricomporre le sue lacerazioni».
Al termine del nostro incontro, mi è rimasta la sensazione che, nell’ambito della pratica artistica di Marina, vi sia un tema immutabile e ricorrente secondo cui il corpo è l’unico vero limite umano. Affrancando il proprio corpo della sua fisicità, si diventa liberi e senza limiti. Il proprio lascito si estende ben oltre il corpo materiale, anche nel caso di un’artista come Marina, la cui attività e la cui presenza fisica sono diventate sinonimi del suo lavoro. Il mondo, però, respinge di continuo i corpi e la loro ricerca di trascendenza. Li fa ammalare, li invecchia, rifiuta loro visti e ne bombarda le case. Mentre stavamo per salutarci, le ho chiesto in che modo riesca a conciliare questa misera realtà universale con la sua pratica utopica. Mi ha sorriso in modo furtivo. «Non esiste una risposta per questo tipo di domanda. Penso che un vero cambiamento sia possibile soltanto cambiando sé stessi. Cambiando sé stessi si può indurre il cambiamento di migliaia di persone e, di riflesso, si può cambiare il mondo. Nel corso della Storia, Gandhi ne è stato un esempio: ha fatto una rivoluzione senza versare neppure una goccia di sangue».
L’autore è Direttore artistico del Modern Art Museum di Shanghai
(Traduzione di Anna Bissanti)

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