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Enea: l’eroe ossessionato dal fato

Virgil and the Muses, Roman mosaic from Sousse, Tunisia, 3rd century AD. Located in the collection of the Bardo Museum, Tunisia. (Photo by Art Media/Print Collector/Getty Images) 
Irene Vallejo, già autrice del cult “Papyrus”, si cimenta con personaggi e suggestioni del poema virgiliano. E per Didone si ispira anche a Ovidio
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Infandum, regina, iubes renovare dolorem: tu mi costringi, o regina, a rinnovare un dolore indicibile.

L’esametro virgiliano è un balsamo incandescente che cola, filologicamente e letterariamente, nella scrittura di Irene Vallejo, autrice spagnola che ha conseguito il dottorato europeo nelle università di Saragozza e Firenze, con una tesi sul canone letterario grecolatino.

La classicità è la vera ossessione di Vallejo, che svolge un’intensa attività di divulgazione e tiene una rubrica settimanale su El País: dopo aver pubblicato il cult Papyrus, torna in Italia con Il mio arco riposa muto (Bompiani). Dopo aver esplorato giunchi, papiri e copiature manoscritte, Vallejo ora si concentra sulla storia più incantatoria dell’antichità latina: quella del pius Aeneas. Il libro si apre come un prisma, e mostra le sue facce rifrangenti che si guardano felicemente e incestuosamente l’una con l’altra: romanzo di genesi e formazione, idillio amoroso, èpos, trasfigurazione del presente secondo g…

Infandum, regina, iubes renovare dolorem: tu mi costringi, o regina, a rinnovare un dolore indicibile.

L’esametro virgiliano è un balsamo incandescente che cola, filologicamente e letterariamente, nella scrittura di Irene Vallejo, autrice spagnola che ha conseguito il dottorato europeo nelle università di Saragozza e Firenze, con una tesi sul canone letterario grecolatino.

La classicità è la vera ossessione di Vallejo, che svolge un’intensa attività di divulgazione e tiene una rubrica settimanale su El País: dopo aver pubblicato il cult Papyrus, torna in Italia con Il mio arco riposa muto (Bompiani). Dopo aver esplorato giunchi, papiri e copiature manoscritte, Vallejo ora si concentra sulla storia più incantatoria dell’antichità latina: quella del pius Aeneas. Il libro si apre come un prisma, e mostra le sue facce rifrangenti che si guardano felicemente e incestuosamente l’una con l’altra: romanzo di genesi e formazione, idillio amoroso, èpos, trasfigurazione del presente secondo gli stilemi classici. Il mio arco riposa muto è il romanzo dell’Eneide virgiliana, ma non è di certo narrato secondo le direttive del princeps Ottaviano Augusto, che voleva glorificare le origini della gens Iulia e allacciarle al mito della fondazione di Roma: è, più che altro, un’epopea orchestrata secondo l’impianto di sublimazione del romanzo. C’è una notevole componente di inventio ma non mancano dei piccoli gioielli filologici, perché Vallejo è abilissima a nascondere schegge di versi virgiliani nel tessuto romanzesco, che è policromo e finemente intarsiato.

Il rigore filologico si mescola con il sortilegio immaginifico del romanzo, con visioni che attingono al serbatoio antico: si entra nella narrazione con lo scricchiolare delle navi, i crepacci dei lampi e i precipizi delle onde, si avverte la potenza sterminatrice della procella latina e anche il senso di divinazione e allegria dei naufragi. Si entra nel testo con le caviglie bagnate e con gli occhi incendiati di sale, si avverte l’odore delle fiaccole e il fumo dell’incenso che brucia sull’altare del sacrificio.

L’impianto affabulatorio è affidato agli stessi personaggi: c’è la narrazione di Enea, ossessionato dal fato, dal figlio Iulo e dal rimpianto verso il padre Anchise; c’è quella della regina Didone e quella di sua sorella, la mitica soror Anna, e ci sono anche i respiri di Eros e Virgilio. Qui Didone viene chiamata Elissa, con un chiaro guizzo ovidiano: nella settima epistola delle Heroides di Ovidio, Didone si battezza con il nome di Elissa.

Questo libro non è solo un omaggio alla classicità, ma è una vera festa rapsodica, capace di entusiasmare non solo chi ama l’antichità, ma anche chi vuole abbandonarsi alla marea della narrazione. Vallejo mette in scena la coreografia tragica di Elissa, che fonda Cartagine da sola e che si fa spazio in un mondo maschile di soldati violenti e di pretendenti che vorrebbero prendere il posto del defunto marito Sicheo. La regina accoglie il profugo Enea e comprende che la sovranità esercitata dagli dèi in realtà è molto fragile, perché gli dèi invidiano il sorriso mortale degli uomini e sparigliano le carte soltanto per vederli giocare alla morte e all’amore. Originalissima è anche la versione di Anna che Vallejo scolpisce sulla pagina: «Non voglio essere questa bambina brutta dalle braccia ossute», perché Anna porta sulla faccia la macchia torbida dei sacrifici, del nefas di sua madre che squartava gli animali, un fiore nero raggrumato sulla sua guancia. Lo stile di Vallejo tratteggia con delicatezza serpentina le tempeste, i palazzi e i litorali sabbiosi, è come spuma bianca del mare che illumina la notte buia e acquatica; al tempo stesso, però, ha qualcosa di selvaggio e non domabile, un quid seducente che rifiuta ogni mansuetudine. Vallejo, infatti, padroneggia il mito ma lo attraversa anche, perché riesce ad abitare le fitte maglie dell’esametro ma anche il mare magnum della malizia romanzesca.

Nella lungimiranza di Elissa che aiuta gli esuli, c’è l’orrore degli esuli dei giorni nostri che non hanno il destino di Enea e non incontrano regine e aiuti di nessun tipo, e in ciò c’è tutta l’accezione politica del romanzo. In una girandola di zolle di terra, vino che bagna la sabbia e navi capovolte, in questo libro c’è tutta l’empietà e la grazia dell’antica fiamma, quella che si avvita e si svita nel rogo del sacrificio, quella fiamma che porta Didone a dire quel verso, memorabile e perfetto nella sua scansione metrica: adgnosco veteris vestigia flammae: “riconosco i segni dell’antica fiamma”. E Irene Vallejo riconosce i segni dell’antica fiamma, e la ricrea in riva al mare con una potenza da piromane della letteratura, con il tipico sorriso beffardo da oracolo o da aruspice o da vera affabulatrice, che forse poi è la stessa cosa.

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