Travolti dal destino, il libro di Namwali Serpell
di Gabriele RomagnoliCarton Murrell,Thinking (1990)
È un dovere sacrosanto non fare spoiler, non rivelare cioè il finale o gli snodi di trama principali di un romanzo. In questo caso a essere fondamentale e sorprendente è piuttosto la struttura. Non parlarne è però impossibile. Nelle prime pagine di Tra le onde Namwali Serpell (nata in Zambia, ma ora negli Stati Uniti, dove insegna) racconta come la protagonista, a dodici anni, abbia visto (presumibilmente) annegare in mare il fratellino di sette. Erano soli in spiaggia, lei ha trascinato il corpo, c’era un uomo con una giacca azzurra, poi ha perso i sensi. Il bambino non è mai stato ritrovato: né cadavere, né vivo. Il padre si è fatto un’altra famiglia, la madre ha fondato un’associazione per la ricerca dei bambini scomparsi, incurante del fatto che il suo, se si crede alla figlia, è invece morto.
Come stanno le cose? La frase chiave è la prima: «Non voglio dirti cos’è successo. Voglio dirti cosa ho provato». Questa è una storia di dolore e perdita. Un’elegia, come l’autrice riconosc…
È un dovere sacrosanto non fare spoiler, non rivelare cioè il finale o gli snodi di trama principali di un romanzo. In questo caso a essere fondamentale e sorprendente è piuttosto la struttura. Non parlarne è però impossibile. Nelle prime pagine di Tra le onde Namwali Serpell (nata in Zambia, ma ora negli Stati Uniti, dove insegna) racconta come la protagonista, a dodici anni, abbia visto (presumibilmente) annegare in mare il fratellino di sette. Erano soli in spiaggia, lei ha trascinato il corpo, c’era un uomo con una giacca azzurra, poi ha perso i sensi. Il bambino non è mai stato ritrovato: né cadavere, né vivo. Il padre si è fatto un’altra famiglia, la madre ha fondato un’associazione per la ricerca dei bambini scomparsi, incurante del fatto che il suo, se si crede alla figlia, è invece morto.
Come stanno le cose? La frase chiave è la prima: «Non voglio dirti cos’è successo. Voglio dirti cosa ho provato». Questa è una storia di dolore e perdita. Un’elegia, come l’autrice riconosce ringraziando chi l’ha capito. È una preghiera senza richieste che si ripete, facendosi litania. È un’onda che si infrange e poi si ricompone, riapparendo con la stessa energia e lo stesso destino. È una ripetizione con minime variazioni, che si specchia fino a che il vetro si rompe. E di nuovo. E ancora. Come nelle scene del film Inception.
Dove accade tutto questo? Qui siamo alla sottile eppur decisiva questione del titolo. Non avviene “tra le onde”. Infatti la scomparsa del fratellino in mare si replica sulla strada, al parco o in possibili altri luoghi dislocati in universi paralleli. Accade piuttosto tra “i solchi”. The furrows, I solchi è il titolo originale dell’opera. Altra frase chiave: «Il tempo ha i solchi su di sé. Un momento è un ago e il tempo può saltare come un disco». E: «Il tempo è come la terra e quando succede qualcosa di grosso è un terremoto, quando invece è una cosa piccola sono solo increspature, come quegli scavi in una fattoria».
Il romanzo è una successione di increspature e di terremoti. Fino a che la sua superficie sembra placarsi e la storia cade in un’altra piega. È un passaggio percettibile che lascia nuovamente sconcertato il lettore. Di colpo c’è un altro narratore, la protagonista incontra l’ennesimo uomo che porta il nome del fratello scomparso, ma anche quest’uomo cerca qualcuno con quel nome. Gli specchi si guardano. Il mondo non può che essere sul punto di infrangersi nuovamente. La trama è l’emozione. Ciò a cui prestare attenzione è lo spaesamento. Quando si perde qualcuno si viene esiliati in un’altra terra di cui chi è svanito non è più cittadino, ma non significa che non la abiti. La terza frase chiave è l’esergo proustiano: «Un essere non muore subito in noi, resta immerso in una specie di aura di vita che non ha niente a che vedere con una vera immortalità, ma fa sì che egli continui a occupare i nostri pensieri allo stesso modo di quando viveva».
Sperimentare un lutto prematuro mette in viaggio verso quella terra di nessuno prima o poi frequentata da tutti. Il ricordo diventa una sorta di sogno ricorrente, la cui ripetizione dovrebbe svelare un significato. Invece, notte dopo notte dopo notte, aumenta la consapevolezza di trovarsi in un sogno, ci si risveglia, si è soli e non resta che aspettare di sognare ancora per rincontrare, con l’ombra dell’altro, la parte perduta di sé. Immaginiamo scarti del destino, scelte diverse, svolte, ma cosa succederebbe se ogni sliding door portasse alla stessa stanza vuota?
Nessuna spiegazione vale da riparazione, che cosa vuol mai significare “farsene una ragione”? La sorte non è logica, quel che si può accettare è la sua follia, adeguandosi al suo passo. Quelli che sono rimasti incontrano un dio ciabattino che offre loro un paio di scarpe sfondate dicendo che se cammineranno con quelle fino alla fine del mondo, là incontreranno chi hanno perduto. E quelli vanno, ma a ogni curva si perdono e debbono ricominciare dal via. E di nuovo, e ancora. Chi riesce arrivare incontra infine qualcuno che non è mai quel che si aspettava: è un omonimo, un sosia, un fantasma. Se fa finta di niente non è per giustificare il viaggio, ma per giustificare il tempo che resta. Perché ogni loro racconto smetta di essere parte di un’elegia.
Questo romanzo meriterebbe un voto alto per la prima parte. Uno più basso per la seconda. Nell’insieme fare la media sarebbe ingeneroso, merita mezzo punto in più per l’originalità e la forza con cui la sostiene. Non volevo dirvi cosa leggerete. Volevo dirvi cosa ho provato leggendolo.
Il libro
Tra le onde di Namwali Serpell (Fazi, traduzione Enrica Budetta, pagg. 324, euro 18, voto 6.5/10)