Arte. Ed Ruscha. Le parole sono icone
di Antonio Spadaro© Edward Ruscha. Courtesy Museum of Modern Art, department of imaging services,. Photo Denis Doorly.
Oof, Smash, Honk sono le parole che accolgono il visitatore della straordinaria retrospettiva di Ed Ruscha al MoMA di New York, dal titolo Now Then (fino al 13 gennaio), che raccoglie dipinti, opere su carta, fotografie e libri d’artista, svincolando l’artista dalle caselle che lo legano rigidamente o alla pop art o all’arte concettuale o al surrealismo. Le sue prime opere rappresentano parole monosillabiche e gutturali che hanno una intraducibile «potenza vocale». In italiano diremmo forse “uffa”, “fracasso” e “strombazzo”, ma i monosillabi hanno tutt’altra forza. «È come se entrassi in una macelleria – ha dichiarato – e chiedessi un chilo di pancetta e loro ne prendessero un chilo e lo sbattessero sul bancone. È lo sbattimento (slam) che cercavo».
Tante solo le parole rappresentate da Ruscha nelle forme più svariate, isolate da ogni contesto. Esse si declinano solo per dimensione e proporzione: dalle più profane a Faith, Hope, Miracle, Sin. Ruscha mostrando la parola com’è scritta,…
Oof, Smash, Honk sono le parole che accolgono il visitatore della straordinaria retrospettiva di Ed Ruscha al MoMA di New York, dal titolo Now Then (fino al 13 gennaio), che raccoglie dipinti, opere su carta, fotografie e libri d’artista, svincolando l’artista dalle caselle che lo legano rigidamente o alla pop art o all’arte concettuale o al surrealismo. Le sue prime opere rappresentano parole monosillabiche e gutturali che hanno una intraducibile «potenza vocale». In italiano diremmo forse “uffa”, “fracasso” e “strombazzo”, ma i monosillabi hanno tutt’altra forza. «È come se entrassi in una macelleria – ha dichiarato – e chiedessi un chilo di pancetta e loro ne prendessero un chilo e lo sbattessero sul bancone. È lo sbattimento (slam) che cercavo».
Tante solo le parole rappresentate da Ruscha nelle forme più svariate, isolate da ogni contesto. Esse si declinano solo per dimensione e proporzione: dalle più profane a Faith, Hope, Miracle, Sin. Ruscha mostrando la parola com’è scritta, la rende icona: «mi piace l’idea che una parola diventi un’immagine», ha detto. C’è chi dipinge fiori, lui dipinge parole. Questo culto per le parole si traduce nel fatto che la loro scrittura è infinitamente scalabile. Walter Benjamin aveva osservato che dopo secoli nei quali la parola era rimasta distesa sul letto delle pagine dei libri, la cultura della pubblicità l’aveva esposta alla verticalità autoritaria dell’architettura. L’ispirazione di Ruscha si fonda sul fatto che ormai le parole «vivono in un mondo senza dimensioni». Ma c’è di più: esse per lui «hanno un grado termico»: «a volte sogno – confessa – che se una parola diventa troppo calda e attraente, esploda». Qui c’è tutta la potenza germinale dell’opera di Ruscha che ci costringe a ripensare la parola come performance.
Da dove vengono le parole? Indifferentemente dai sogni e dai giornali, risponde l’artista. Ma certamente anche dai cartelli delle highway. «Non ho un fiume Senna come Monet – ha detto una volta –. Ho solo la US 66 tra l’Oklahoma e Los Angeles», le due città della sua vita, anche se è nato a Omaha, Nebraska nel 1937. Quella strada, percorsa guidando o in autostop, lo ha ispirato profondamente nel raffigurare i suoi soggetti: dall’architettura stradale, fino al tramonto infuocato sul quale campeggia la scritta “Hollywood”. Lungo la strada c’era una stazione di servizio “Standard” di Amarillo, in Texas, che ha rappresentato varie volte. La struttura viene inquadrata nelle sue linee geometriche dal basso. Così si genera una composizione diagonale che schiaccia la tridimensionalità alla bidimensione. L’umile architettura stradale viene elevata a qualcosa di monumentale, la «monumentalità del mondano». Ruscha compie quest’operazione anche con le scritte pubblicitarie. Notevole, ad esempio, la rappresentazione del logo della 20th Centrury Fox.
Ed Ruscha, Large Trademark with Eight Spotlights (1962, matita, olio, vernice su tela)
Il culto per la parola lo ha portato a dar vita nel 1966 a una «storia d’amore con i liquidi». Continuando la sua esplorazione materiale del linguaggio, Ruscha inizia a rendere le parole come forme gelatinose, viscose. Spruzzate su sfondi sfumati, esse sono colte in un momento di leggibilità prima della loro dissoluzione. In questo periodo l’artista sperimenta anche nuovi media, tra cui la polvere da sparo, che nel 1967 scopre essere un’alternativa superiore alla grafite in polvere. Straordinario che un artista che vuole rendere lo slam adesso giunga al bang. Gli elementi di entrambe le serie, uno fluido e l’altro infiammabile, si fondono in modo spettacolare nelle pozze e nelle fiamme che circondano il Los Angeles County Museum of Art, un dipinto completato nel 1968. La composizione nasce dal desiderio di rappresentare una «cosa attiva e impetuosa che sta accadendo su uno sfondo molto tranquillo e pacifico».
Verso la fine degli anni Sessanta, nella sua continua ricerca, Ruscha sperimenta materiali organici e non convenzionali: invece di applicare uno strato di pittura su un supporto di tela, ne macchia la superficie con qualsiasi cosa, dalla gommalacca al proprio sangue. Splendida, ad esempio, un’opera del 1971 che disegna la parola Satin su un foglio che Ruscha ha macchiato con petali di rosa strofinati sulla carta con un movimento circolare. Considera la trasformazione dei materiali che usa come parte integrante del suo lavoro, affermando che «vedere le cose invecchiare è una forma di bellezza».
Edward Ruscha. Standard Station, Ten-Cent Western Being Torn in Half (1964, olio su tela)
Un altro caso davvero peculiare è Evil, cioè “male”, del 1973. Per questo quadro, Ruscha ha usato il proprio sangue per “macchiare” la parola evil su un supporto di raso cremisi. La scelta dei materiali e del soggetto è legata alla sua formazione sacramentale cattolica, un’influenza su cui Ruscha ha riflettuto qualche anno dopo aver realizzato quest’opera. «C’è un legame tra il mio lavoro e la mia esperienza con le icone religiose: le stazioni della Via Crucis e la Chiesa – ha dichiarato –. Mi piaceva il rituale. Mi piacevano i paramenti dei sacerdoti: c’era un profondo mistero che mi colpiva».
Edward Ruscha, The Old Trade School Building (2005, acrilico e gesso su tela)
La sperimentazione sui materiali giunge fino al caso singolare della Chocolate Room, realizzata per la prima volta mentre si trovava a Venezia nel 1970. I tubetti metallici di cioccolato Nestlé ricordavano a Ruscha i tubetti metallici dei suoi colori a olio, e così decide di usare il cioccolato, stampandolo in serigrafia su centinaia di fogli di carta e disponendoli su tutte e quattro le pareti di una stanza. Chiaramente l’opera – che richiede una fruizione immersiva – deve essere rifatta ogni volta che viene presentata perché il cioccolato si scioglie. Il materiale organico, deperibile e impermanente, dunque, prende il posto del colore. Ed è lo stesso materiale che usa per dipingere le sue parole in questo periodo della sua produzione. L’opera più recente della retrospettiva newyorchese è Metro, Petro, Neuro, Psycho del 2022. Essa sovrappone le parole a uno sfondo non correlato: gli sfondi, infatti, sono sempre «fondali anonimi» per quel che conta davvero: «il dramma delle parole».