Art Basel adotta il metodo Vincenzo de Bellis
di Dario PappalardoNel luglio 2022, Vincenzo de Bellis (classe 1977) è stato nominato direttore delle quattro piattaforme espositive di Art Basel, la fiera d’arte contemporanea più grande del pianeta, ormai divisa tra Basilea, Miami, Hong Kong e Parigi. La vigilia dell’appuntamento in Florida – dall’8 al 10 dicembre – è l’occasione per fare il punto con lui su un mercato che cambia tra pandemie e conflitti, avvicinandosi alla vita reale. A rispondere è uno dei cervelli fuggiti – e non pentiti, sembra – più influenti nel panorama dei curatori italiani. Dopo sei anni al Walker Art Center di Minneapolis, la sfida di de Bellis, adesso, è di dimostrare come la regina delle fiere possa rispondere alle nuove domande del mondo.
Vincenzo de Bellis è nato a Castellana Grotte (Bari) nel 1977; è stato curatore al Walker Art Centerdi Minneapolis; ora è direttore delle fiere e delle piattaforme…
Nel luglio 2022, Vincenzo de Bellis (classe 1977) è stato nominato direttore delle quattro piattaforme espositive di Art Basel, la fiera d’arte contemporanea più grande del pianeta, ormai divisa tra Basilea, Miami, Hong Kong e Parigi. La vigilia dell’appuntamento in Florida – dall’8 al 10 dicembre – è l’occasione per fare il punto con lui su un mercato che cambia tra pandemie e conflitti, avvicinandosi alla vita reale. A rispondere è uno dei cervelli fuggiti – e non pentiti, sembra – più influenti nel panorama dei curatori italiani. Dopo sei anni al Walker Art Center di Minneapolis, la sfida di de Bellis, adesso, è di dimostrare come la regina delle fiere possa rispondere alle nuove domande del mondo.
Vincenzo de Bellis è nato a Castellana Grotte (Bari) nel 1977; è stato curatore al Walker Art Centerdi Minneapolis; ora è direttore delle fiere e delle piattaforme espositive di Art Basel
Con il pianeta di nuovo in piena crisi, il mercato dell’arte può ancora permettersi di essere una bolla separata dalla realtà?
«Non più come prima. Siamo stati per anni in una bolla e dobbiamo esserne consapevoli. Ma la pandemia ha dimostrato che non possiamo essere impenetrabili rispetto alle difficoltà del mondo. Viviamo la crisi geopolitica più grave dai tempi dell’11 settembre. È corretto pensare che non si voglia festeggiare come prima, che si desideri viaggiare meno. Eppure gli eventi collettivi, come le partite di calcio, vanno avanti. E, d’altra parte, il mercato dell’arte ha segnato una crescita costante negli ultimi 15 anni. Lo scorso marzo, Art Basel Hong Kong è andata benissimo: l’Asia voleva dimostrare di esserci ancora, dopo il Covid. Miami rappresenta la fiera più grande del più grande mercato dell’arte: non possiamo non vivere con tensione questa vigilia».
Non c’è solo la geopolitica, ma anche un mondo globale in cui si mettono in crisi categorie storiche, ci si apre a una nuova inclusività, aumentano le sensibilità. E sul piano artistico aumentano i rischi. Lo scorso anno a Documenta un’opera e i curatori sono stati accusati di antisemitismo. Come si governa una macchina complessa come Art Basel perché non accadano incidenti?
«Preghi che non succeda nulla. Ma c’è da dire che, rispetto a Documenta e alla Biennale, essendo questa una fiera, riusciamo a controllare fino a un certo punto. Non si può avere idea di ogni singola opera esposta. Ragionando per difetto: ci sono 277 gallerie; se ognuna ne porta 10, gli artisti finiscono per essere più di 2000. La sensibilità per il genere, per il corpo, per la cultura altrui rischia di essere soggettiva. Negli Stati Uniti c’è grande attenzione su questo, più che altrove. Come direzione di Art Basel cerchiamo di bilanciare tra libertà di espressione e rischio di offesa. Non si può limitare la libertà altrui. Ma lavoriamo sui disclaimer. Passeggiando tra gli stand, prima dell’apertura al pubblico, si può intervenire su dove e come presentare le opere più sensibili. Censurare no».
Quali sono le zone del mondo più interessanti dove scoprire i nuovi artisti?
«Il Sudest asiatico e il Medio Oriente. Laddove ci sono grandi limitazioni ci sono ancora artisti che hanno qualcosa da dire. Vale anche per il mondo black, americano e non solo. Certo, ci sono anche delle tendenze di mercato adesso. Ma, se quegli artisti hanno tanta visibilità, è perché denunciano con più forza il disagio e quelle dinamiche sociali di cui l’arte deve occuparsi».
Art Basel è una fiera. Ma c’è anche tanta politica. Tra gli artisti ci sarà l’argentino Marcelo Brodsky: non si può non pensare alla denuncia delle dittature e dei nuovi populismi. Come si concilia questo con il mercato?
«Le fiere sono un momento di mercato, ma anche una piattaforma, una cassa di risonanza di quello che succede nel mondo dell’arte. È un format che ha una velocità di risposta più alta rispetto ai tempi di un museo o di una Biennale. Per questo si tratta di un palcoscenico naturale per progetti politici. In più Miami deve connettere il Nordamerica con il Sud, riflettendo necessariamente la geopolitica del continente. Ogni fiera ha il compito di mantenere uno standard alto, ma il luogo in cui si situa è importante. A Miami come a Hong Kong le sperequazioni sociali sono più evidenti che in Svizzera, sede storica di Art Basel, o a Parigi, dove dallo scorso anno c’è Paris +».
Dal suo osservatorio come legge la scena del contemporaneo in Italia?
«Il primo problema è il sistema educativo dell’arte. Le accademie italiane sono vetuste per i programmi e per l’approccio al lavoro. Non preparano l’artista in maniera pragmatica alla sua professione. Che l’arte sia una missione è un’idea protonovecentesca, non può più reggere nel 2023. È ora che nelle accademie entrino professionisti che occupano posizioni attive nel sistema dell’arte. L’altro aspetto che nuoce ancora all’Italia è la pressione fiscale, troppo più alta degli altri paesi. Così si penalizzano le gallerie che per vendere devono lavorare con artisti già visibili».
Nel 2019 il film “Velvet Buzzsaw” di Dan Gilroy, con Jake Gyllenhaal critico che visita Art Basel Miami, raccontava il mercato dell’arte con un registro surreale e splatter. Vive davvero in un horror, de Bellis?
«(Ride). Amo l’arte e il calcio, eppure il cinema non ha mai rispecchiato le loro realtà. Quel film mi ha divertito, ma le vere dinamiche non sono quelle. The Square di Ruben ?stlund, invece, è più accurato e mi ha fatto pensare molto. Il mondo dell’arte non è soggetto a grandi regolamentazioni. Questo rappresenta il suo fascino, ma anche un problema: è ora di diventare più trasparenti e di farci comprendere da un pubblico più ampio».