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Patrick McGrath, interno con schegge di follia

Londra, 1940: un ospedale distrutto dopo un raid tedesco

 
Il narratore che da sempre indaga sulla mente scrive per noi un racconto familiare estremo e disperato
3 minuti di lettura

Un uomo disperato comincia a pensarsi come tale solo dopo un evento che all’inizio chiunque potrebbe trovare banale, se non trascurabile, ma lui non riesce a cancellare dalla propria mente – dato che si rende conto di avere varcato una soglia oltre la quale è impossibile tornare a ciò che era prima. Quello che capita è un piccolo fallimento che forse si potrebbe ignorare, o comunque potrebbero farlo gli altri, solo che l’uomo disperato vede nel proprio fallimento un crollo da cui non potrà mai riprendersi. Questo perché ha accettato dentro di sé la presenza di una crepa fatale che, per quanto lungamente rimossa, solo adesso si manifesta con tanta chiarezza – e non ha le forze per affrontarla. Sa che, con il passare del tempo, risucchierà ogni sua forza, finirà per abbatterlo, per distruggerlo da capo a piedi: facendo di lui, che un tempo sembrava invincibile, un uomo disperato.

Inglese, 73 anni, Patrick McGrath &…

Un uomo disperato comincia a pensarsi come tale solo dopo un evento che all’inizio chiunque potrebbe trovare banale, se non trascurabile, ma lui non riesce a cancellare dalla propria mente – dato che si rende conto di avere varcato una soglia oltre la quale è impossibile tornare a ciò che era prima. Quello che capita è un piccolo fallimento che forse si potrebbe ignorare, o comunque potrebbero farlo gli altri, solo che l’uomo disperato vede nel proprio fallimento un crollo da cui non potrà mai riprendersi. Questo perché ha accettato dentro di sé la presenza di una crepa fatale che, per quanto lungamente rimossa, solo adesso si manifesta con tanta chiarezza – e non ha le forze per affrontarla. Sa che, con il passare del tempo, risucchierà ogni sua forza, finirà per abbatterlo, per distruggerlo da capo a piedi: facendo di lui, che un tempo sembrava invincibile, un uomo disperato.

Inglese, 73 anni, Patrick McGrath è autore di romanzi cult che indagano i meandri della mente come Follia (Adelphi) e Spider, Racconti di follia, La lampada del diavolo (editi da La nave di Teseo)

 

Nel mio caso il crollo si è verificato, come spesso succede, quasi in silenzio. Di certo c’erano stati pochi indizi della sua gravità. Una incapacità di farsi valere; un momento di debolezza; la scelta, tra due condotte di azione, di quella più pavida, più debole, dopo che ero sempre stato abituato a prendere la strada opposta, a fare senza esitazione la cosa giusta, quella più appropriata.

Ma tutto cambiò dopo che mio fratello Julian cadde dal tetto e morì. All’inizio fu soprattutto mia madre a cedere e, alla fine, a chiudersi nel suo dolore. A volte mi diceva che si sentiva come se fosse morta lei e non Julian. Per giorni interi vagava per le strade, senza meta, senza preoccuparsi del clima, ma riuscendo sempre, in qualche modo, a tornare nel proprio letto senza gravi incidenti. Se pioveva, si rifugiava nei musei: la National Gallery, la Tate, il British Museum e così via.

Fu nell’Imperial War Museum che, per la prima volta dopo la tragedia, riuscii a vederla sul serio, o meglio a vedere che cosa era diventata. Se ne stava, come ipnotizzata, davanti alla foto di un ospedale devastato dai bombardamenti. Forse non sapeva neanche se fosse tedesco o inglese, ma che cosa sarebbe cambiato?

«Non so come si faccia a sopravvivere a una cosa del genere…», mormorai.

«Io l’ho fatto», disse lei.

«In che senso?».

Ma lei si allontanò. Immagino si riferisse alla morte di Julian. Non avrei giurato che fosse completamente in sé, ma aveva lo sguardo più lucido che mai e la sua voce, per quanto un po’ roca, era tagliente come al solito. Il giorno dopo tornai e la trovai davanti alle stesse macerie. Mi sedetti su una panchina fuori dal museo e rimasi in attesa per vedere dove sarebbe andata. Poco dopo uscì. Raggiunse una fermata dell’autobus in Lambeth Road, fermandosi più volte per aggrapparsi alla cancellata e guardare il cielo, parlando tra sé come se temesse che potessero cadere delle bombe. Il suo soprabito era malridotto e piuttosto sporco: come lei, che un tempo era così curata. Sembrava anche respirare a fatica. Ricordo che, quando aveva dato i primi segni di cedimento, diceva che tutto ciò che la circondava era morto, ma non che era morta anche lei. Ciò venne dopo.

Di sicuro pensava che papà – il povero vecchio Phil – fosse morto, e forse era possibile che credesse di essere l’ultima sopravvissuta nel suo mondo popolato di defunti; anche se, come avrei scoperto in seguito, pensava esattamente il contrario. Salì sul 159 diretto a Vauxhall Bridge, ma rinunciai a seguirla.

La gente cominciava a perdere ogni speranza nei suoi confronti. Che avesse dei seri problemi era fuori di dubbio, e ne era prova il fatto che non voleva essere aiutata da nessuno – che fosse un famigliare o un medico. Ormai, era chiaro, era sprofondata in un lutto e in un’afflizione così profonda, cronica e patologica, che solo allora mi resi conto che forse per lei sarebbe stato meglio smettere di soffrire. Quanto alla casa in Gilbert Road, avevo lasciato East London ed ero tornato per prendermi cura di papà. Qualcuno doveva farlo.

Mi sistemai nella stanza che era stata di Julian. Che razza di ritorno a casa, comunque: mio fratello morto, mia madre impazzita, e papà quasi andato, o come se fosse, dato che vagava per casa finché non raggiungeva la sua poltrona, da cui si alzava solo quando lo portavo a letto, cercavo di lavarlo e gli dicevo che presto sarebbe tornata Marge. Poi spegnevo la luce. Così non si può andare avanti, pensavo. E pregavo che succedesse un miracolo, o che almeno finisse quella farsa malsana.

Due anni dopo, la morte visitò di nuovo la mia famiglia.

Copyright Patrick McGrath 2023

(Traduzione di Alberto Pezzotta)

Il libro
Scrivere di follia
di Patrick McGrath (La nave di Teseo, traduzione di Alberto Pezzotta, pagg. 256, euro 20)

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