John Turturro: “Ora mi spoglio per Roth”
di Gabriele RomagnoliJohn Turturro in scena per Sabbath Theater a New York
Nel finale della rappresentazione John Turturro apre la bandiera americana che lo avvolge e si mostra integralmente nudo sulla scena. Il pubblico ha un sussulto. Ma non è che si possa andare a vedere Il Teatro di Sabbath e aspettarsi di meno.
Se hai letto il libro sai già che il protagonista si masturberà sulla tomba dell’amante da poco morta di cancro, seguito a ruota da un “collega” con la stessa idea. Sai che verrà cacciato di casa dagli amici che lo ospitano perché gli troveranno nei pantaloni da mandare in tintoria le mutandine della figlia adolescente rubate da un cassetto.
Tutto sta a vedere se l’adattamento (un’ora e mezza da 450 pagine) sceglierà di tenere queste parti o no. Le tiene, eccome se le tiene: è lì che Philip Roth strappa ai lettori prima e agli spettatori poi le risate più compassionevoli perché è lì che il suo personaggio alla deriva si increspa e proclama che, va bene, sesso e morte, ma il ciclo della vita continua con oltraggiosa resistenza.
…!-->
Nel finale della rappresentazione John Turturro apre la bandiera americana che lo avvolge e si mostra integralmente nudo sulla scena. Il pubblico ha un sussulto. Ma non è che si possa andare a vedere Il Teatro di Sabbath e aspettarsi di meno.
Se hai letto il libro sai già che il protagonista si masturberà sulla tomba dell’amante da poco morta di cancro, seguito a ruota da un “collega” con la stessa idea. Sai che verrà cacciato di casa dagli amici che lo ospitano perché gli troveranno nei pantaloni da mandare in tintoria le mutandine della figlia adolescente rubate da un cassetto.
Tutto sta a vedere se l’adattamento (un’ora e mezza da 450 pagine) sceglierà di tenere queste parti o no. Le tiene, eccome se le tiene: è lì che Philip Roth strappa ai lettori prima e agli spettatori poi le risate più compassionevoli perché è lì che il suo personaggio alla deriva si increspa e proclama che, va bene, sesso e morte, ma il ciclo della vita continua con oltraggiosa resistenza.
John Turturro con Elizabeth Marvel in Sabbath Theater, in scena a New York
John Turturro con Elizabeth Marvel in Sabbath Theater, in scena a New York
Sabbath è forse l’opera più divisiva di Roth. Ha ammiratori convinti (mi ci metto) e detrattori altrettanto decisi (tra cui la fatidica critica letteraria del New York Times Michiko Kakutani).
Forse per questo non era subito stata trasposta come altre. L’ostacolo era alto, ma si sono visti capitomboli ad altezze minori. Il patto diabolico di Roth con la parola ha reso mediocri quasi tutti i film tratti dai suoi libri. Hollywood si è autoinferta casting ferali: da Nicole Kidman nella parte della bidella semi-analfabeta in La macchia umana a Ewan McGregor come padre tormentato di Pastorale americana. Poteva Turturro essere Sabbath? Lui stesso ha avuto dubbi: «Forse sono troppo alto». Problema minore, anche perché il sipario si alza su di lui sdraiato, con l’amante a cavalcioni.
John Turturro in scena per Sabbath Theater a New York
John Turturro in scena per Sabbath Theater a New York
Dalla sua parte c’era la fiducia postuma di Roth, che aveva conosciuto trent’anni fa e con cui aveva lavorato senza frutto al Lamento di Portnoy. «Era uno che ti metteva soggezione ricorda – Anche per questo, e per rispetto del testo, nel Sabbath che abbiamo scritto io e Ariel Levy gli attori non dicono una sola parola che non provenga dal romanzo».
Scelta saggia. Come lo è stata quella di limitare la narrazione alla storia d’amore tra Sabbath e Drenka Balich, la donna croata che lui spinge all’indecenza per poi farselo raccontare, che insulta per poi proporle di sposarlo. «In realtà abbiamo messo e tolto tante parti diverse prima di arrivare a questa soluzione, praticamente ogni giorno gli attori provavano scene nuove, qualcuna è rimasta, molte altre no. Ancora, ogni sera, spingiamo sul pedale del comico o del tragico a seconda del pubblico. Il testo lo consente».
A chiedergli chi è per lui Sabbath risponde: «Una forza vitale, nella sua forma più pura. Il paradosso è che duelli per tutto il tempo con l’idea del suicidio, che abbia accanto l’ombra della morte, quella di Drenka che l’ha lasciato solo, della madre che gli parla ancora, del fratello della cui memoria è custode. Al di là della sua affermazione per cui non si suicida perché ha troppo da odiare, credo che resti vivo perché deve preservare il ricordo e quindi la sopravvivenza di altri, si muore quando nessuno può farlo e lui, trasgressivo e folle com’è, sente questa responsabilità».
In effetti è la meno ordinaria delle storie mai concepite sulla perdita, che è il suo tema centrale. Sabbath, che si è sempre ribellato a ogni destino, lo fa anche a questo, sempre nella sua maniera sgangherata e autodistruttiva. È un personaggio che nessuno vorrebbe frequentare, ma che tutti vorrebbero conoscere e di cui vorrebbero sapere.
Roth lo rivela alternando prima e terza persona, come se volesse ogni tanto prenderne la giusta distanza, lasciando che sia lui a incolparsi o assolversi per la sua stessa condotta. Turturro mantiene l’espediente e a intervalli immobilizza la scena rivolgendosi al pubblico ormai complice di questo burattinaio che sembra un burattino in rivolta contro i fili, riuscito a prendere un precario potere sulla sorte.
Alla quarantunesima replica con il tutto esaurito in un teatro al fondo della Broadway di Manhattan, dove la strada si fa affluente del fiume Hudson, l’attore si presenta accaldato e frizzante alla chiacchierata dopo lo spettacolo. È alto, non c’è dubbio, ma la sua presenza e il suo tono, che altrove possono sembrare eccessivi, si addicono al ruolo. Inevitabile gli venga la tentazione cinematografica. Irresistibile se Woody Allen (come già in Gigolo per caso) gli concedesse una partecipazione (perfetto per lui il ruolo del centenario cugino Fish). E chissà se in nome della vecchia conoscenza e in cambio del rispetto Roth non farebbe una benevola eccezione rompendo il patto di esclusiva con la parola scritta.