Subsonica: “Siamo tornati per andare più Adagio”
di Luca ValtortaNotte. Elicotteri su una Roma cupa e crepuscolare circondata da fiamme e turbinare di fumo nero nel cielo, tra Blade Runner e Ranxerox: è l’atmosfera dominante di Adagio, il nuovo film di Stefano Sollima con un cast stellare, da Pierfrancesco Favino a Toni Servillo, da Adriano Giannini a Valerio Mastandrea. La colonna sonora, firmata dai Subsonica, ha già vinto il Soundtrack Stars Award a Venezia e il brano che scorre sui titoli di coda, Adagio, chiude anche il nuovo album della band, Realtà aumentata. Il refrain del ritornello è implacabile, recita più e più volte la frase “Scende il buio” che risuona come una metafora del periodo sinistro che stiamo vivendo. Quello dei Subsonica, Realtà aumentata, del resto è un album che non si tira indietro e affronta senza timori le ansie e le paura che attraversano una realtà sempre più reale che tocca le nostre vite, i nostri destini mentre la fuga nella realtà virtuale non è una soluzione ma un nuovo tipo di dipendenza. È un disco complesso, v…
Notte. Elicotteri su una Roma cupa e crepuscolare circondata da fiamme e turbinare di fumo nero nel cielo, tra Blade Runner e Ranxerox: è l’atmosfera dominante di Adagio, il nuovo film di Stefano Sollima con un cast stellare, da Pierfrancesco Favino a Toni Servillo, da Adriano Giannini a Valerio Mastandrea. La colonna sonora, firmata dai Subsonica, ha già vinto il Soundtrack Stars Award a Venezia e il brano che scorre sui titoli di coda, Adagio, chiude anche il nuovo album della band, Realtà aumentata. Il refrain del ritornello è implacabile, recita più e più volte la frase “Scende il buio” che risuona come una metafora del periodo sinistro che stiamo vivendo. Quello dei Subsonica, Realtà aumentata, del resto è un album che non si tira indietro e affronta senza timori le ansie e le paura che attraversano una realtà sempre più reale che tocca le nostre vite, i nostri destini mentre la fuga nella realtà virtuale non è una soluzione ma un nuovo tipo di dipendenza. È un disco complesso, visonario questo dei Subsonica, che sta al passo dei loro migliori lavori quali Microchip emozionale e Amorematico (con il quale condivide l’estetica spaziale ma forse non solo, come se continuasse un discorso): si passa dal senso di rabbia che pervade brani come Pugno di sabbia all’allegria Afrofuturista di Africa su Marte o la fantascienza alla Black Mirror di Cani umani attraversando l’angoscia delle guerre in Missili e droni fino al brano-simbolo di un nuovo corso, Universo. E poi, ancora, al minimalismo del pezzo finale Adagio che riprende il titolo del film contribuendo al senso di straniamento. Una bellezza e una tristezza plumbea, quel cielo di Torino che si specchia nelle fiamme del cielo di Roma in un passaggio di testimone retrofuturista: lost in time, and space, and meaning. Quasi una meditazione zen sul nulla.
Quale è stato il processo di lavorazione per la colonna sonora del film di Stefano Sollina, “Adagio”?
Max Casacci: «Stefano ci mandava dei girati, senza dialoghi, e noi componevamo cercando di capire come combinare la nostra musica con la sua grammatica narrativa, fatta di sospensioni e poi di accelerazioni improvvise nelle scene d’azione. Abbiamo allestito nel nostro studio, Andromeda, vari strumenti iniziando a fare musica in maniera molto libera. Questa situazione è stata anche un po’ preparatoria per l’album che sarebbe venuto dopo».
Lui che tipo di indicazioni vi dava?
MC: «È stato praticamente il quinto elemento del gruppo: ha lavorato a sottrarre, a essenzializzare fino a smaterializzare gli strumenti all’interno del suo flusso narrativo; tanto che solo in certi momenti si capisce che è una band a suonare, per esempio in quelli di azione in cui, in certi casi, abbiamo avuto addirittura il supporto di un’orchestra di 50 elementi, in altri invece il suono diventa assolutamente impalpabile. Dopo la prima proiezione ufficiale al Festival del cinema di Venezia, abbiamo avuto il tempo di far decantare il tutto e così ci siamo resi conto di come la musica sia servita per sottolineare alcune relazioni emotive fra i personaggi man mano che la trama le svelava, a volte anticipando anche certe cose che la trama non aveva ancora svelato».
Vi conoscevate già con Sollima?
MC: «Assolutamente no. Ci ha cercato lui e siccome è avvenuto proprio mentre stavamo iniziando a lavorare al nuovo album, abbiamo persino pensato di declinare gentilmente e invece poi ci siamo resi conto che poteva essere un’ottima occasione per rimettere mano agli strumenti. Ovviamente ci ha molto gratificato il respiro internazionale dei musicisti scelti in precedenza da Sollima, come Jónsi dei Sigur Rós che ha fatto la colonna sonora di Without Remorse o gli scozzesi Mogwai per ZeroZeroZero, tratto da Saviano».
Ma i rumori come per esempio l’elicottero iniziale immagino non spettassero a voi…
M.C.: «Era già un campo occupato dal regista stesso: Sollima è molto, molto scrupoloso. Anche nell’evitare certi effetti un po’ pacchiani da blockbuster».
Era la prima volta per voi?
M.C.:«Singolarmente abbiamo fatto qualche esperienza nel cinema ma come gruppo era la prima volta».
Perché vi ha scelti?
M.C.:«Sinceramente non l’abbiamo capito».
Samuel:«Secondo me è come se avesse voluto riunire un po’ una scena culturale e musicale di fine anni 90. Per noi è stato un po’ tornare indietro nel tempo perché molti degli attori del film allora lavoravano a Roma in un posto speciale che si chiamava “Il locale” quando anche noi muovevamo i primi passi nella musica: Mastandrea stava al bar e Favino faceva il buttafuori, tanto per dire…
Era un momento speciale, di grande potenza in cui un gruppo di persone stava cercando di trovare un posto nel mondo e così finiva che quando suonavamo a Roma si trascorreva insieme la notte. Infatti quando ci siamo rivisti dopo un bel po’ di tempo a Venezia dove è stato presentato i film, è stata una festa».
C’è stata un’osmosi tra i suoni del film e quelli del nuovo disco?
MC: «C’è stata una sorta di sequenza creata da Boosta, un po’ alla Steve Reich, con una linea di basso che creava delle aperture armoniche che ci piacevano molto: siamo partiti da lì per scrivere una canzone che poi è entrata nell’album e forse è uno dei brani che potrà sorprendere di più».
Qual è?
MC: «Il brano si intitola Universo ed è uno di quei pezzi che hanno una “riconoscibilità Subsonica” ma che poi porta i Subsonica stessi da un’altra parte. Del resto ci siamo sentiti molto liberi di sperimentare nel disco e anche questo probabilmente viene dall’approccio che abbiamo avuto per il film».
Quindi stavolta siete riusciti a bissare “Microchip emozionale”? Uso un tormentone che voi stessi avete originato citandolo in un vostro album (il riferimento è ai fan nostalgici per cui quella è la pietra miliare dei Subsonica, ndr)
Samuel: «È complicato superare Microchip emozionale. Abbiamo un’età diversa e il mondo oggi è molto cambiato, di conseguenza anche noi facciamo dischi differenti, però devo dire che fra tutti i nostri lavori se ce n’è uno che se la va a giocare è questo. Per l’atmosfera, il clima e l’istintivo riposizionarsi nel proprio ruolo: siamo tornati a fare i Subsonica che eravamo proprio quando sono usciti Microchip emozionale o Amorematico».
Il decimo album dei Subsonica, in uscita il 12 gennaio 2024, si intitola "Realtà aumentata" e contiene 11 brani: Cani umani, Mattino di luce, Pugno di sabbia, Universo, Nessuna colpa, Missili e droni, Scoppia la bolla, Africa su Marte, Grandine, Vitiligine e Adagio. Il tour partirà il 3 aprile da Mantova per poi proseguire il 4 a Milano, il 6 a Conegliano, l’8 a Roma, l’11 a Firenze per chiudere il 13 a Torino (foto cover di Marino Capitanio)
Personalmente amo molto “Amorematico” che, tra l’altro, proprio come questo album, ha in copertina un astronauta.
MC: «E come quel disco ha anche una certa attitudine a trasformare tante cose, che potenzialmente in un album non dovrebbero stare insieme, in qualche cosa che invece riesce ad armonizzarsi molto bene».
La copertina è molto bella: ha qualcosa del Tarkovskij di film come “Solaris” o “Stalker” nell’indicare una tecnologia forse moderna ma anche rétro o comunque aliena.
MC: «Sì, è un gioco che parte dal titolo: la “realtà aumentata” che sembra la trovata tecnologica del boomer dell’altro ieri, mentre nel mondo reale c’è stato un tangibile aumento di realtà che cerchiamo di non vedere, mettendoci un filtro virtuale dentro cui ci rifugiamo».
Non a caso il testo di un brano del nuovo album, “Africa su Marte”, parla della «realtà aumentata nel deserto dentro casa».
MC: «Cerchiamo di inquadrare il perimetro del vuoto in cui ci ritroviamo. A un certo punto diciamo infatti che “la realtà è aumentata quando l’utopia si è arresa”. La mancanza di sogni, che sono poi l’innesco di azioni collettive, ha creato un presente così fragile che ci vede comunque interconnessi, che lo vogliamo o no. E invece purtroppo la risposta tende a essere individualista, di chiusura: siamo tornati alle frontiere, alle guerre, alla sovranità quando poi nessuno ha più neanche la sovranità su sé stesso. Ecco, se c’è una funzione che ha la musica è quella di riempire i vuoti che trova, non solo in maniera consolatoria».
Nel pezzo si dice anche «utopia politica, mondi di lamiera, dammi un sogno che distrugga la realtà vera»…
MC: «Questo fa riferimento a un’utopia molto curiosa che prese forma negli anni Sessanta: lo Zambia aveva varato un piano di conquista spaziale (vedi lo straordinario libro L’invasione degli Afronauti pubblicato da Shake edizioni, ndr) per anticipare russi e americani nella conquista della Luna e di Marte: abbiamo anche visto i documenti storici esposti alla Tate Gallery a Londra. Ecco, i sogni, l’utopia, le visioni, anche se impossibili aggiungono qualcosa alla vita».
La musica con contaminazioni Afrobeat è stupenda, a partire dai Talking Heads e Eno di “ I Zimbra”.
S: «Io avevo partecipato proprio come cantante al progetto Afrobeat di David Byrne con William Onyeabor qui alle Ogr di Torino. Si chiamava Atomic Bomb e da quel momento mi sono innamorato di questi suoni e li ho portati nel disco».
Poi c’è “Pugno di sabbia”. Anche qui c’è una frase molto potente che dice: «C’è un passato che non passa mai e un futuro che non troverai», mentre il video del brano vede una ragazza su un ring: «Afroitaliana 2g: essere per sempre straniera».
MC: «Insieme a Samuel e Luca Ragagnin lavoriamo ai testi dopo le musiche e lui spesso propone delle soluzioni molto poetiche».
S: «Cerchiamo di creare un racconto profondo ma lontano da stereotipi o slogan e che porti in sé un vento poetico che possa allargare lo sguardo, portare lontano».
MC: «Gli occhi di un giovane di seconda generazione inquadrano tutta una serie di contraddizioni che ti aiutano anche a trovare nuove parole per denunciare delle cose che sono francamente difficilmente spiegabili. L’Italia è l’unico Paese in Europa che ancora non riconosce la cittadinanza a persone che sono nate qui, che hanno studiato la nostra lingua e per cui, tra l’altro, il nostro sistema sociale ha investito pagando loro gli studi. Viene negata la cittadinanza per tradizionalismo, per letture della vita legate al passato, quando è evidente che loro sono il futuro e che senza nuova cittadinanza il nostro sistema sociale non potrà reggersi: pochi decenni e tutto crollerà».
La metafora del ring è molto efficace: la userete anche dal vivo?
MC: «Tutto ciò di cui abbiamo parlato fino a ora per noi ha un punto di caduta che è il palco, che sarà estremamente spettacolare: il ring per esempio lo realizzeremo attraverso l’uso di laser».
S: «Nel tour ci sono i Subsonica. E questo vuol dire che si balla: i palazzetti diventeranno delle discoteche vere e proprie. Ogni volta ci piace alzare l’asticella usando delle tecnologie che ancora non si sono viste in Italia, per cui sarà un palcoscenico futuristico».
O addiritura Afrofuturistico?
MC: «Beh, ci sarà anche una parte visual molto spettacolare a cui stiamo lavorando con dei giovani professionisti che fanno lavori davvero incredibili, molto vicini alla videoarte. Per cui, crediamo, sarà più interessante del solito vedere cosa succederà dal vivo».