Moroni. Il mistero del sarto
di Claudio StrinatiDonna con ventaglio (1576-1579) dal Rijksmuseum di Amsterdam
Simone Facchinetti e Arturo Galansino, due tra i maggiori storici dell’arte italiani, hanno curato alle Gallerie d’Italia di Milano – Museo di Intesa Sanpaolo (guidate da Michele Coppola nell’ambito di un vasto progetto museale) la mostra Giovanni Battista Moroni (1521-1580). Il ritratto del suo tempo che si segnala, articolandosi in nove nuclei tematici, per singolare rilevanza, rigore dell’impostazione storiografica, ricchezza e bellezza delle opere esposte, un centinaio tra dipinti, disegni, libri, medaglie, armature provenienti da numerosi e ragguardevoli musei internazionali come, ma solo per citarne alcuni, il Louvre, il Prado, il Kunsthistorisches di Vienna, la National Gallery di Londra.
Si tratta di una mostra tesa a lumeggiare, attraverso l’ emblematica figura del Moroni, uno dei più importanti fenomeni artistici del Cinquecento europeo: il ritratto quale peculiare genere pittorico, e non solo per la verità perché anche in scultura tale aspetto assunse altrettanto spicco. C…
Simone Facchinetti e Arturo Galansino, due tra i maggiori storici dell’arte italiani, hanno curato alle Gallerie d’Italia di Milano – Museo di Intesa Sanpaolo (guidate da Michele Coppola nell’ambito di un vasto progetto museale) la mostra Giovanni Battista Moroni (1521-1580). Il ritratto del suo tempo che si segnala, articolandosi in nove nuclei tematici, per singolare rilevanza, rigore dell’impostazione storiografica, ricchezza e bellezza delle opere esposte, un centinaio tra dipinti, disegni, libri, medaglie, armature provenienti da numerosi e ragguardevoli musei internazionali come, ma solo per citarne alcuni, il Louvre, il Prado, il Kunsthistorisches di Vienna, la National Gallery di Londra.
Si tratta di una mostra tesa a lumeggiare, attraverso l’ emblematica figura del Moroni, uno dei più importanti fenomeni artistici del Cinquecento europeo: il ritratto quale peculiare genere pittorico, e non solo per la verità perché anche in scultura tale aspetto assunse altrettanto spicco. Così oltre ai ritratti del Moroni, per lo più capolavori assoluti di tale genere, vediamo opere notevoli di Lorenzo Lotto (forse l’interlocutore più significativo per la carriera del Moroni), Moretto bresciano che fu il suo maestro, Savoldo, Anthonis Mor, Tiziano, Veronese e Tintoretto. La mostra del Moroni (fino al 1° aprile) costituisce forse il punto culminante delle attività svoltesi per la capitale italiana della cultura di quest’anno intitolata a Bergamo e Brescia insieme. Certamente queste due città hanno costituito e costituiscono una unità culturale complessa, profondamente incisiva, e specie nel Cinquecento quando entrambe sono sotto la Repubblica veneta e dal retaggio dell’arte veneta traggono linfa vitale. Non si può dire che le storie politiche e culturali di Brescia e Bergamo siano state e siano così strettamente consequenziali nel corso del tempo. E tuttavia proprio nell’arte rifulge questa mirabile dialettica tra le due città che ha generato tanti contrasti, tante rivalità e solennissimi capolavori.
Ritratto di Isotta Brembati (1554-1557, olio su tela) collezione Lucretia Moroni in concessione al Fai
Moroni era bergamasco, di Albino, ma la sua formazione avviene appunto a Brescia con Alessandro Bonvicino detto il Moretto, un pittore che, nato alquanto incerto, salì vertiginosamente nella sua maturità proprio quando Moroni entra alla sua scuola e l’incontro dei due artisti, molto diversi e per certi versi opposti, darà luogo ad uno degli episodi forse più entusiasmanti della storia dell’arte italiana. La mostra ce lo racconta come meglio non si potrebbe nel saggio introduttivo al catalogo dei due curatori, saggio dedicato a Mina Gregori, la decana degli storici dell’arte italiani, cremonese e dunque vicinissima al mondo di cui tratta la mostra. Ma Moroni non fu soltanto sommo ritrattista. Come il Moretto, del resto, ebbe una produzione di pittore sacro, autore di alcune belle pale d’ altare di notevole interesse ma singolarmente diverse, almeno nell’immediata apparenza, rispetto alla profondità e alla bellezza dei suoi ritratti.
Nell’arte sacra appare mirabilmente impacciato, quasi timoroso della sua potenza naturalistica di scrutatore implacabile della psiche umana, quasi compisse un processo di automortificazione che potrebbe in parte essere spiegato nell’ambito della spiritualità borromaica (di San Carlo Borromeo, intendo) dominante già a partire dagli anni Sessanta del Cinquecento in terra lombarda. Tuttavia questa gravò maggiormente su Milano e sui centri in diretta connessione come Cremona.
L’asse Bergamo-Brescia (lo apprendiamo con definitiva chiarezza nella mostra) esprime nei suoi sommi pittori soprattutto la dimensione dei quattro temperamenti dell’essere umano, il malinconico, il collerico, il flemmatico e il sanguigno. Moroni indaga costantemente su tali pensieri cui dà volto e consistenza, perennemente sospesa tra l’inquietudine e il conforto, maneggiando una tavolozza dove il livello di rischiaramento dell’immagine sembra viaggiare, nella concreta stesura dei quadri, alla velocità della luce spingendosi di opera in opera sempre più avanti verso un confine vertiginosamente remoto e insieme incombente sullo spettatore fino a disturbarne la quiete, come nel celeberrimo Sarto, alla National Gallery di Londra, non ancora identificato con sicurezza, ma che io credo essere il padre dei celebri pittori bolognesi Annibale e Agostino Carracci, opera eccelsa che lo ha reso in sostanza popolare.
Il sarto (1565, National Gallery, London. Photo by Fine Art Images/Heritage Images/Getty Images)
E i curatori distinguono, poi, acutamente i ritratti del potere, i ritratti al naturale e i ritratti devoti. Oso dire che il catalogo di questa mostra (Edizioni Gallerie d’ Italia/Skira), rispetto a tale tipo di problematica centrale per tutta la cultura cinquecentesca, sia quanto di meglio fin ad oggi pubblicato sull’argomento e vanno ricordati gli eminenti studiosi come Francesco Frangi, Valerio Guazzoni, Federica Pich, Paolo Plebani, Roberta Orsi Landini.