Rocco Tanica: “Compongo mandandomi sms di notte”
di Lucio LucaSi può essere rapiti dagli alieni e narrare dell’amore tra principesse e mugnai decapitati, passando dall’ermetismo al teatro e magari riscrivendo in cento parole i grandi classici della letteratura italiana? Se in più di quarant’anni hai buttato giù centinaia di scritti e “le migliori menti d’Italia, compresa la Lunigiana” li hanno selezionati, tutto è possibile. Specialmente se l’autore si chiama Sergio Conforti, o meglio Rocco Tanica, una vita sul palco con gli Elio e le storie tese e da sempre definito la risposta italiana alla domanda: “Come ti chiami?”.
A quindici anni dalla prima pubblicazione, Rocco Tanica ripropone in versione, come si suol dire, riveduta e corretta – e in una nuova edizione che contiene “fino al 15% in più di inediti rispetto ai libri tradizionali” – una raccolta che più che altro è un flash psichedelico, un concentrato di nonsense, quasi uno specchio deformante che ti porta continuamente dentro e fuori dalla realtà regalando spunti di comicità a volte irresi…
Si può essere rapiti dagli alieni e narrare dell’amore tra principesse e mugnai decapitati, passando dall’ermetismo al teatro e magari riscrivendo in cento parole i grandi classici della letteratura italiana? Se in più di quarant’anni hai buttato giù centinaia di scritti e “le migliori menti d’Italia, compresa la Lunigiana” li hanno selezionati, tutto è possibile. Specialmente se l’autore si chiama Sergio Conforti, o meglio Rocco Tanica, una vita sul palco con gli Elio e le storie tese e da sempre definito la risposta italiana alla domanda: “Come ti chiami?”.
A quindici anni dalla prima pubblicazione, Rocco Tanica ripropone in versione, come si suol dire, riveduta e corretta – e in una nuova edizione che contiene “fino al 15% in più di inediti rispetto ai libri tradizionali” – una raccolta che più che altro è un flash psichedelico, un concentrato di nonsense, quasi uno specchio deformante che ti porta continuamente dentro e fuori dalla realtà regalando spunti di comicità a volte irresistibile. “Questo libro era stata la mia prima “impresa letteraria” autonoma. In precedenza con Elio e le storie tese avevamo scritto altre cose diverse, per esempio un libro per bambini. Io ho sempre amato i racconti, i saggi brevi, le poesie. Forse perché non ho il respiro del romanziere e mi muovo bene sui brevi percorsi, avevo messo insieme questa serie di scritti, persino i presunti articoli respinti da Rolling Stones dove immaginavo di essere uno di quei giornalisti che più che raccontare i musicisti desiderano accreditarsi come grandi amici degli intervistati. Del tipo, ogni volta che vado a casa di Tom Waits sua moglie mi prepara i miei biscotti preferiti…”.
Ho letto che rispetto alla prima edizione hai tolto le “d” eufoniche. Pare che tu abbia un’ossessione per le “d” eufoniche
“Guarda, me ne sono dimenticata una e non ci dormo la notte. In una poesia è rimasto un “ed una volta” e non riesco ancora a perdonarmi. Lo correggerò nella ristampa, nel frattempo vorrei andare a bruciare tutte le copie in giro nelle librerie ma temo che il mio editore non sia d’accordo”.
Per i grandi classici in 100 parole hai fatto ricorso anche all’intelligenza artificiale. Ma non dovremmo averne un po’ paura?
“Ma no, paura mi sembra una parola forte. Quando qualcuno ha inventato i termosifoni, lo spazzacamino ha capito che avrebbe perso il posto. Ma, se ci pensi, tanti spazzacamini furbi si sono reinventati tecnici di termosifoni e la loro vita è migliorata. Voglio dire che se sai usare l’intelligenza artificiale, se non ti fai dominare da lei, può anche diventare una risorsa molto utile all’umanità. Quindi, ok un po’ mi spaventa ma mi diverte, anzi direi che mi eccita come un bambino, proprio perché mi spaventa: come quando vai a vedere un film horror, una volta che hai metabolizzato il fatto che non morirai per colpa di quello che passa sullo schermo, riuscirai anche a emozionarti”.
Fai anche la parodia dei poeti ermetici, quelli che in pochi versi pensano di cambiare le sorti del mondo
“Sì, vero, come in “Comunismo” e “Fascismo” dove pretendo di risolvere questioni secolari in quattro righe. Diciamo che mi piace prendere e prendermi in giro facendo lo scemo, una cosa che mi riesce abbastanza bene da 40 anni, almeno“.
Certo che è difficile fare gli scemi quando scemi non si è affatto…
“Ma sai, è molto difficile se hai ritegno, se sei preoccupato dalla figura che fai all’esterno. Se invece lasci andare la paura, come ci insegnano psicologi da cento euro all’ora, se non temi il giudizio degli altri, se non sei ossessionato dalla perfezione, vivi meglio e ti diverti di più. E quindi, alla fine, non è poi così difficile fare lo scemo”.
Del resto è la filosofia di Elio e le storie tese. Apparentemente un gruppo di canzonette surreali, in realtà musicisti straordinari. E chiunque ha visto un vostro concerto non può che essere d’accordo
“Sì maciniamo bene, ma sai cosa? Se devi uscire dai canoni, dalle regole, come abbiamo sempre fatto noi, è fondamentale che quei canoni tu li conosca. Io non ho mai creduto molto a quei musicisti che dicono “io suono solo a istinto”, o al pittore che dice “io dipingo solo a istinto”. Ok, può anche dare buoni risultati, ma da solo non basta. Anche perché l’istinto ti può assecondare una volta, due, ma alla lunga mica ti puoi affidare solo a quello. Io cito spesso uno dei dettami del Talmud ebraico che mi pare illuminante: “La regola rende liberi”. Che poi è una versione assai più elegante di impara l’arte e mettila da parte”.
E infatti voi avete studiato non poco: tu e Elio avete una formazione classica, Cesareo è molto più rock, Faso viene dal jazz. Poi, certo, improvvisate tanto, ma quelle regole le conoscete bene
“Sì, è vero, funziona così fin da quando abbiamo messo insieme la band da ragazzini. Con Elio le prime cose a quindici o sedici anni le facevamo attingendo dagli studi classici, io al piano e lui al flauto. Fin da subito per noi è stato naturale applicare quello che ci avevano insegnato al Conservatorio adattandolo a parole un po’ fuori di testa. E mi pare abbia avuto un discreto successo”.
Direi di sì. Ma come nasce una canzone degli Elii? La sensazione è che sia quasi una sfida tra voi a trovare il verso più nonsense, la scala musicale più intricata
“Ma no, a volte è molto più semplice di quello che si pensi. Prendi Il circo discutibile. Ero in vacanza in Scozia con la mia fidanzata dell’epoca, venivo da uno dei miei periodi di depressione, prendevo dei farmaci e la notte non chiudevo occhio. Mi vengono in mente delle parole, non avevo carta e penna e ho cominciato a mandarmi compulsivamente sms nascondendo il telefono sotto il cuscino per non svegliare la mia compagna”.
Anche perché, se se ne fosse accorta, immagino potesse pensare a un’amante particolarmente insistente
“Appunto. Sarebbe stato complicato spiegarle che ero io a scrivermi, perché mi amo… Ma lo sai che Il circo discutibile, come Amore amorissimo, avevamo deciso di darla a Fiorello? Sembrava perfetta per lui. Poi non l’ha mai fatta, mentre ha cantato in tv Amore amorissimo. Tra l’altro Fiorello raccontò in trasmissione che quel pezzo era un inedito di Modugno, ovviamente uno scherzo ma in tantissimi ci sono cascati. Pure la moglie di Modugno che lo ha chiamato e lo ha pure ringraziato perché si era emozionata: “Che bello, non conoscevo questo pezzo di Mimmo. Anche se, devo dire, che alcune parole non sembrano proprio il suo stile”. E voglio pure vedere, l’avevamo scritta noi…”.
Anche “Cara ti amo”, per esempio, è nata un pomeriggio in auto mentre da Milano andavate a Roma per un concerto. Il bello è che l’avete suonata quella sera stessa senza averla mai provata
“A proposito delle regole. Basta conoscerle, poi puoi pure serenamente non seguirle”.
Hai parlato di depressione. Improvvisamente nel 2013 decidi di non suonare più, di lasciare il gruppo. Avevi scoperto di non stare bene, di soffrire del male più subdolo. Cosa è successo?
“Io ho sempre alternato periodi apparentemente sereni a momenti down. Pensavo fosse un aspetto del mio carattere, ero già un bambino malinconico a 8-9 anni. Forse sarebbe bene fare dei corsi per far capire cosa può succedere a una persona quando avverte i primi sintomi di malessere, magari tanti si salverebbero in tempo. Subito dopo Sanremo, dove presentammo La canzone mononota, la mia sanità mentale cominciò a vacillare. Soffrivo di attacchi di panico, ogni volta che buttavo giù qualche nota l’ossessione della perfezione e della ricerca spasmodica della nota successiva mi mandava ai matti, ritornavano ad affiorare dubbi antichi e una domanda di fondo: “Ma io mi sto divertendo ancora a fare questo mestiere?”. Ero pieno di angoscia, pensavo spesso alla morte. Qualsiasi cosa, dalla serata in pubblico al solo andare a fare la spesa, mi metteva ansia. A un certo punto ho capito che erano almeno 15 anni, dalla scomparsa del nostro compagno di band Feyez, che non mi divertivo più e che continuavo a suonare per inerzia. Volevo fermarmi, ma temevo che avrei danneggiato il gruppo. Ho fatto alcune date in condizioni disastrose, sul palco mi dovevano portare in spalla. Poi un giorno sono crollato”.
Elio e gli altri erano a conoscenza del tuo disagio?
“Penso che avessero capito qualcosa, ma io mi vergognavo quasi a parlarne, come se non ufficializzando il problema questo automaticamente venisse rimosso. E invece in certi casi bisogna chiedere aiuto, non avere il tabù della malattia mentale che ancora esiste. Se adesso sto bene lo devo agli amici che mi sono stati vicini e a un bravo medico che ha capito cosa mi stava succedendo. Dopo un lungo lavoro psicologico, ho capito che solo smettendo di suonare avrei ritrovato parte di questo equilibrio e ci sono riuscito”.
Per fortuna, però, ogni tanto raggiungi i tuoi compagni e torni sul palco
“Solo per quelle che io chiamo le feste comandate. Cinque o sei pezzi con loro e poi basta, torno a sedermi tra il pubblico
Ma escludi di tornare a fare un tour, magari breve, con loro?
“Assolutamente. L’idea di tornare a provare e riprovare un pezzo, di eliminare la piccola imperfezione che troverei sicuramente, di sottopormi a centinaia e centinaia di chilometri in auto, dormire in hotel scalcinati. Non ce la posso fare davvero, ho quasi sessant’anni, sto bene così. Quando posso vado a Londra dove ho casa e mi rilasso”
A proposito, è vero che abiti vicino a uno dei tuoi miti, Ricky Gervais?
“Verissimo, ogni tanto mi capita di incrociarlo. Gli sorrido e lui mi saluta pure. Non è bellissimo?”
Lui è il re del politicamente scorretto. Ma si può esserlo ancora in un’epoca in cui basta una parola fuori posto per essere travolto sui social, magari essere bandito da giornali e tv?
“Io sono così politicamente scorretto che non mi interessa neanche la definizione. Penso che ormai sia quasi una questione di marketing. Come quelle pubblicità buoniste in cui ci metti dentro l’afroamericano, la coppia gay, il disabile, per dire al consumatore: “Guarda come sono bravo”. Poi magari quella stessa azienda si macchia delle peggiori nefandezze, ma che importa? E allora, smettiamola di dire che se uso in un testo “ricchione” sto denigrando una categoria intera. Ma chi lo stabilisce? C’è forse una polizia delle parole? E chi l’ha investita di questa responsabilità? E secondo voi, dovremmo cambiare il testo de Il vitello dai piedi di balsa perché stiamo violando chissà qualche regola di convivenza civile?
Però qualcuno dice che si devono riscrivere anche certi classici del passato perché contengono frasi politicamente scorrette
“Una follia. Cosa vogliamo fare, cancellare Dante perché ha scritto “col cul fece trombetta” o Agatha Christie dei Dieci piccoli indiani? Trovo molto spesso più violenti i tentativi di omologazione che non sparuti eventi di parodia o di satira. E in questo il maestro è proprio Gervais che scherza tu tutto dai morti ai trans, dai politici agli ebrei. Lui dice spesso: “Il fatto che tu ti sia offeso per una battuta, non significa che hai ragione”. Funziona così: non ti piace uno spettacolo? Non vederlo. Ma dai la possibilità a chi piace di vederlo. Molto più tollerante questo che censurare, no?
Perché, alla fine, ridere anche in epoche buie come quelle che stiamo vivendo, ci può aiutare a vivere meglio...
“Secondo me sì perché da sempre l’umorismo, anche quello che ci fa arrabbiare, ci dà una prospettiva diversa. Pensa a come sono guarito dalla depressione: la mia psichiatra mi ha detto, comincia a guardarti dall’esterno. Lo so che ti può far male, ma se fossi un altro che ti guarda, non penseresti di essere ridicolo con queste tue fissazioni, paranoie, paure? Ecco, è un po’ la stessa cosa: guardare le cose con gli occhi degli altri ti aiuta a capirle meglio e a eliminare certe fobie. E’ un po’ la filosofia che mi accompagna ormai da qualche tempo: frequenta persone che sono migliori di te, per imparare. Ma frequenta anche persone peggiori di te. Per imparare”.
Il libro
Scritti scelti male
di Rocco Tanica
La Nave di Teseo
pagg. 240
euro 20
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