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Mary Oliver, la voce della natura

Arrivano finalmente in Italia i versi “primitivi” dell’autrice americana che diceva di scrivere per conto “del vento, della quercia e della foglia”
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Con Primitivo americano, edito da Einaudi a cura di Paola Loreto, finalmente arriva in Italia la voce inconfondibile di Mary Oliver (1935-2019). Anni fa provai a pubblicare una sua raccolta di poesie nella collana che curo per Áncora con la traduzione di Elena Buia. Lei era ancora viva. Mi fu risposto dall’agente che no, lei non voleva essere tradotta in altre lingue: la sua voce doveva essere ascoltata solamente in originale. Io avrei detto «in primitivo», certo di non essere smentito. Ma che cos’è il primitivo per la Oliver? L’opposto di tutto ciò che – come la lirica “pastorale” – celebra la sintonia dell’uomo con il mondo naturale. No: la voce della Oliver è selvatica, e stabilisce la supremazia di ciò che è fisico. Le sintonie, invece, addomesticano.

Qui siamo all’opposto dei poeti romantici che proiettavano sulla natura i propri umani sentimenti, antropomorfizzandola. La Oliver rappresenta un ecosistema nel quale animali, piante, fiori, ruscelli e sassi sono interconnessi in una…

Con Primitivo americano, edito da Einaudi a cura di Paola Loreto, finalmente arriva in Italia la voce inconfondibile di Mary Oliver (1935-2019). Anni fa provai a pubblicare una sua raccolta di poesie nella collana che curo per Áncora con la traduzione di Elena Buia. Lei era ancora viva. Mi fu risposto dall’agente che no, lei non voleva essere tradotta in altre lingue: la sua voce doveva essere ascoltata solamente in originale. Io avrei detto «in primitivo», certo di non essere smentito. Ma che cos’è il primitivo per la Oliver? L’opposto di tutto ciò che – come la lirica “pastorale” – celebra la sintonia dell’uomo con il mondo naturale. No: la voce della Oliver è selvatica, e stabilisce la supremazia di ciò che è fisico. Le sintonie, invece, addomesticano.

Qui siamo all’opposto dei poeti romantici che proiettavano sulla natura i propri umani sentimenti, antropomorfizzandola. La Oliver rappresenta un ecosistema nel quale animali, piante, fiori, ruscelli e sassi sono interconnessi in una rete propria di relazioni. Così afferma: «Io non parlo del vento, della quercia, e della foglia sulla quercia, ma in loro nome». Il poeta è portavoce del mondo fisico, anche perché letteralmente lo porta a parola. E questa è una responsabilità enorme.

E così la sua scrittura è inscindibilmente legata a un’osservazione attenta della natura, soprattutto quella delle paludi vicino a casa sua a Provincetown, Massachusetts. Girovagava con un quadernetto nella tasca posteriore dei pantaloni, confezionato da lei, e nascondeva matite negli alberi per non trovarsi mai senza. Aveva appreso l’osservazione dalla compagna di una vita, Molly Malone Cook, fotografa. «L’attenzione senza partecipazione è solo un resoconto», le diceva.

Della natura la Oliver ascolta la voce. «Questo è il punto: come il mondo, umido e fertile, chiama ciascuno di noi a dare una nuova e seria risposta. Questa è la grande domanda, quella che il mondo ci pone con forza ogni mattina» (Long Life). Non la domanda astratta e meta-fisica, ma la domanda fisica. Una fisica che spesso la trova graffiata, «calda e ferita» dai rami dei rovi (Egrets), o tra i «fiori irrequieti delle erbacce» (The Kitten).

La Oliver non proietta sé nella natura, dunque, ma viceversa: proietta la natura in sé con un capovolgimento radicale e rivoluzionario. In White Flowers, ad esempio, rappresenta la propria metamorfosi in un vegetale, immaginando il punto in cui il suo corpo termina e cominciano le radici, gli steli, i fiori. E lei si sente «vellutata», «scivolosa», «risplendentemente vuota». Così in The Sea, bracciata dopo bracciata, si sente già coperta di squame grigio blu, le gambe sono un muscolo solo, anelando a rinunciare alla «fragile/bellezza dell’intelletto,/per tuffarsi/e semplicemente/tornare a essere un corpo fiammante» che scivola via «nel corpo di fibre di luce del mare».

Il capolavoro della Oliver è, a mio avviso, Wild Geese, non presente in questa raccolta ma celeberrima. Almeno questa leggiamola per intero: «Non devi essere bravo./Non devi camminare sulle ginocchia/Per cento miglia nel deserto, in penitenza./Devi solo lasciare che il morbido animale del tuo corpo/Ami quel che ama./Dimmi la disperazione, la tua, ed io ti dirò la mia./Intanto il mondo va avanti./Intanto il sole e i ciottoli chiari della pioggia/si stanno muovendo tra i paesaggi,/sulle praterie e le profondità degli alberi,/le montagne e i fiumi./Intanto le oche selvatiche, alte nella tersa aria blu,/ si stanno di nuovo dirigendo a casa. /Chiunque tu sia, non importa quanto solo,/il mondo offre sé stesso alla tua immaginazione,/ti richiama a sé come le oche selvatiche, aspro ed eccitante –/ annunciando ancora e ancora il tuo posto/ nella famiglia delle cose».

Le oche selvatiche ci insegnano qualcosa – come tutto ciò che è wild –, e cioè che il mondo si offre alla nostra immaginazione. La conoscenza passa dai sensi ed è una forma di adesione accesa alla vita. A un certo punto la Oliver evoca il lit blood, infatti, il «sangue acceso». Il senso della vocazione all’essere ha qualcosa di selvaggiamente indomabile. Questo senso del selvatico si sposa con il senso di un’armonia cosmica, «la famiglia delle cose».

Questo ascolto profondo del primitivo, legato ai «cinque fiumi» dei nostri sensi (The Plum Trees), si sposa con una forte tensione religiosa che emerge in molta parte della sua opera, ma certo ha nella raccolta Thirst un luogo privilegiato di espressione. Qui afferma con chiarezza la «fisicità dei poeti religiosi»: la fisicità, non la metafisicità. Ma il suo non è però un puro e astratto senso panico, ma religiosità che fa riferimento a un Dio realmente trascendente e che ispira, ad esempio, i versi folgoranti di More Beautiful: «Quando mi sveglio, e tu stai già ripulendo il cielo delle stelle, mi alzo di fretta, sperando di essere il tuo bimbo selvaggio/la rosa, l’ape che fa il miele o il ginepro dell’idromele;/un uccello che urla la sua gioia mentre si libra/per il dono che ci hai offerto: un altro giorno».

Se la Oliver se ne sta distesa sull’erba per pensare a Dio, la supera però in tensione religiosa lo sforzo umile, ma tenace del grillo, intento a spingere i chicchi nel pendio per costruire l’universo (Song of the builder). E In praise of crazyness, of a certain kind è simile la premura della nonna nello stendere giornali sul pavimento della veranda, perché le formiche vi si potessero riscaldare sotto. Ed è proprio una disposizione premurosa, gentile, attenta, quella che si reclama come indispensabile atteggiamento esistenziale per ascoltare la voce del mondo, imparare da esso, e tornare a fare parte della sua verità.

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