Henry Winkler: “A Fonzie devo tutto, ma non fate come lui”
di Anna LombardiHenry Winkler
«Non chiamate mai una donna schioccando le dita: ve le spezzerebbe». Henry Winkler, 78 anni, l’attore che per 11 stagioni interpretò il mitico Arthur Fonzarelli di Happy Days — la serie tv che il prossimo 15 gennaio festeggia 50 anni dalla prima messa in onda americana (in Italia arrivò tre anni dopo), te lo dice cambiando voce.
Per un attimo è proprio Fonzie a parlarti via Zoom da Los Angeles, gli scodinzolanti labradoodle Sadie e Maisie affianco e i tanti premi ricevuti alle pareti. Poi torna a sfoderare il sorriso che tanto contribuisce alla sua fama di persona più gentile di Hollywood: «Il mio Fonzie non è mai stato un macho: semmai una sorta di mago. Capace di accendere tutte le luci di un appartamento battendo sul muro, aprire por…
«Non chiamate mai una donna schioccando le dita: ve le spezzerebbe». Henry Winkler, 78 anni, l’attore che per 11 stagioni interpretò il mitico Arthur Fonzarelli di Happy Days — la serie tv che il prossimo 15 gennaio festeggia 50 anni dalla prima messa in onda americana (in Italia arrivò tre anni dopo), te lo dice cambiando voce.
Per un attimo è proprio Fonzie a parlarti via Zoom da Los Angeles, gli scodinzolanti labradoodle Sadie e Maisie affianco e i tanti premi ricevuti alle pareti. Poi torna a sfoderare il sorriso che tanto contribuisce alla sua fama di persona più gentile di Hollywood: «Il mio Fonzie non è mai stato un macho: semmai una sorta di mago. Capace di accendere tutte le luci di un appartamento battendo sul muro, aprire porte senza toccarle, far partire juke box con il pugno. Ma la sua magia consisteva soprattutto nell’essere sempre pronto ad aiutare gli amici. Fu quello il segreto del suo successo».
Cinquant’anni dopo come guarda a quella serie entrata nella storia della cultura pop americana?
«Mi ci è voluto tempo per capire cosa significò Happy Days: o forse non volevo vederlo perché mi avrebbe sbilanciato. Per me era un lavoro; che avevo la fortuna di fare con persone che amavo e ancora considero la mia famiglia allargata. Ho appena partecipato a una videoconferenza con Marion Ross, Don Most, Anson Williams e Ron Howard collegato dall’Australia dove sta girando un film. Mezzo secolo dopo, tra noi c’è l’affiatamento di sempre».
Quando si accorse del successo clamoroso che avevate?
«Due mesi dopo la prima messa in onda, ci mandarono a fare un tour promozionale. A Dallas, prima tappa, trovammo il parcheggio del luogo dove dovevamo esibirci strapieno. Pensammo a un concerto rock: invece erano lì per noi. Riuscimmo a entrare ma l’uscita fu problematica: nessuno aveva pensato a darci una scorta e c’erano ragazzine urlanti ovunque. Fu allora che capii il potere magico di Fonzie. Usai la sua voce per dire: “Dobbiamo arrivare alla macchina quindi dividetevi come il Mar Rosso e fateci passare”. Funzionò».
Henry Winkler, 78 anni, oggi nella sua casa di Los Angeles: ha interpretato il personaggio di Fonzie per 11 stagioni di Happy Days
E poi?
«A quel punto chiesi di mandarmi a casa tutta la posta arrivata. Mi consegnarono decine di scatole piene di lettere. Passai una notte intera a leggerle e capii che Fonzie aveva fatto scattare qualcosa. Fra tanti messaggi, uno recitava: “Dategli più spazio nello show”. Conoscevo quella calligrafia: era di mia madre».
I suoi genitori non volevano facesse l’attore...
«Ebrei fuggiti da Berlino nel 1939, ebbero l’intera famiglia sterminata nei campi di concentramento. Fu solo quando mia madre morì che scoprii che era stata ospedalizzata per gravi episodi di depressione. Con me furono sempre duri. Disapprovavano tutto, compresa la mia passione per il teatro e l’aver scelto di studiare recitazione a Yale. Cambiarono quando divenni famoso. Ma era troppo tardi».
Henry Winkler nei panni di Fonzie in una indimenticabile scena di Happy Days
Presto Fonzie prese il sopravvento sugli altri personaggi. Questo rese difficile il rapporto coi colleghi?
«Non la presero bene, ma sapevano che la colpa era della produzione, non mia. A disagio era soprattutto Ron. Ma quando gli dissi che mi avevano proposto di trasformare il titolo in Fonzie’s Happy Days e avevo rifiutato, perché la magia del set si sarebbe rotta per sempre, mi fu grato. Mi svelò la sua insoddisfazione e anche che aveva protestato con Abc. Da allora il nostro legame è sempre stato forte. Sono il padrino di sua figlia, ci sentiamo spesso. Il disappunto lo spinse verso la regia. Ed ebbi l’onore di recitare in Night Shift, il suo primo film di successo. Mi volle perché aveva bisogno di un nome e all’epoca lo ero. Ma è anche uno dei pochi ad avermi dato, all’epoca, un’opportunità fuori dal set di Happy Days».
Nel suo libro di memorie appena pubblicato in America, “Being Henry: The Fonz... and Beyond”, si racconta molto diverso dal personaggio. È mai stato in conflitto con lui?
«Devo tutto a Fonzie: la casa in cui vivo, il cibo in tavola, aver fatto studiare i miei figli. È stato generoso con me, ma io non gli ho mai somigliato. Avevo difficoltà con le donne, non sapevo guidare la moto: nella serie l’ho fatto per 17 secondi, sono caduto e non me ne hanno mai più fatta montare una accesa. Soprattutto, sono dislessico. Patologia che mi fu diagnosticata quando avevo ormai 31 anni. Quando Happy Days finì fu complicato liberarmi di lui. Nessuno mi assumeva: in me vedevano solo Fonzie. Mi venne la depressione. Fin quando il mio avvocato mi suggerì di avviare una società di produzione. Cambiai mestiere. Sono tornato al cinema solo in anni recenti. Ma non mi chiedo cosa potevo essere senza Fonzie: avrei perso molto se non lo avessi interpretato».
Henry Winkler nei panni di Fonzie in sella alla sua mitica motocicletta
Non si è mai stancato, nemmeno quando la serie iniziò a declinare?
«I critici fissano l’inizio del declino a metà della quinta serie: quando gli autori fecero fare sci nautico a Fonzie — uno sport dove me la cavavo benino — e lui salta uno squalo. Da allora, la frase Jump the Shark è diventata sinonimo di esaurimento creativo. Ma appunto per me era solo un lavoro: quando rivedo l’episodio penso solo a che belle gambe avevo. E comunque andammo avanti per altre sei stagioni, il pubblico ci amava. A cambiare le cose fu semmai la “partenza per il militare” di Richie: ovvero quando Ron Howard decise di dedicarsi alla regia sul serio e si allontanò dal set».
La serie è ambientata negli anni Cinquanta. Epoca che certi americani considerano mitica anche oggi. Perché?
«È mitica per quelli di “Make America Great Again” che dimenticano come stavano realmente le cose... E forse abbiamo contribuito anche noi a dare a quell’epoca un’aurea che nella realtà fu relativa. Erano anni di boom economico, certo, ma anche di forti diseguaglianze soprattutto razziali. La serie venne ambientato negli anni 50 soprattutto in virtù del successo di American Graffiti, l’anno prima. In realtà parlava della fragilità contemporanea dei ragazzi: fu per questo che Fonzie si umanizzò sempre più. Mostra la sua solitudine in una puntata natalizia dove i Cunningham scoprono che trascorre la feste da solo. Si vergogna a portare gli occhiali. È ignorante e fa perfino un abbonamento alla biblioteca che in due settimane fece aumentare davvero i prestiti di libri del 500 per cento».
Quelli in cui viviamo oggi sono tutt’altro che Happy Days...
«Mi strazia vedere quanto tanti abbiano la vista corta. Davvero in un mondo che rischia l’autodistruzione a causa dei cambiamenti climatici abbiamo tempo di far guerre, discutere di confini, affiliazioni politiche, identità etniche, colore della pelle? E mi sconcerta chi cerca uomini forti che gli dicano cosa fare anziché rimboccarsi le maniche e battersi per i diritti acquisiti. Ma sono ottimista: le locuste trascorrono decenni nel terreno e quando escono fanno scempio di tutto: poi però scompaiono e la natura torna a fiorire».
Sono passati 50 anni da quando indossò il primo giubbotto di Fonzie. Cosa vuole dai prossimi 50?
«Vincere un Tony, l’Oscar per il teatro. E pazienza se non ho nessuno spettacolo in programma. È il mio sogno da sempre e prima o poi accadrà. Intanto sono felice ugualmente. Mio figlio Max è un giovane regista: e mi ha appena chiesto di recitare per lui».
Fonzie, mezzo secolo dopo, cosa fa?
«Non ho dubbi: è a capo di un franchising che vende macchine usate ed è nonno, proprio come me. E ha un consiglio su come essere cool oggi: “Siate sempre voi stessi, non provate a imitare nessuno”».