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Lo scrittore che inventò il genere “albertoarbasino”

Alberto Arbasino (Roma,1992 @Mimmo Frassineti / Agf))

 
Ineguagliato interprete del suo tempo e di se stesso, viaggiatore infaticabile dopo la nascita a Voghera (ricordate la casalinga?), censore irrefrenabile dell’ambiente borghese cui pure apparteneva, ci ha lasciato un patrimonio letterario folgorante. E decisamente unico
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Sdraiato sul divano, gambe allungate, senza scarpe ai piedi, il giovane Alberto Arbasino legge. Intorno a lui, nella celebre fotografia di Marisa Rastellini, un interno borghese: arazzi alle pareti, due quadretti ovali appena sopra i cuscini arabescati, il tavolino con le foto di famiglia, il ripiano-cabaret davanti con cristalli e scatole preziose e il portacenere di pietra. Nessuna fotografia ci restituisce in modo così perfetto l’identità di uno scrittore in cui le pose, i gesti, le posture e le movenze corrispondono perfettamente alla sua scrittura tutta frizzi, lazzi, invenzioni linguistiche, giochi di parole, allusioni e citazioni: il tutto compreso dentro un involucro simile a quel divano e agli arredi intorno, borghese ma refrattario al bon ton, cui non rinuncia mai pur essendo sempre pronto ad ucciderlo con passaggi inattesi, frasi fulminanti, morbide e insieme puntute.

Sdraiato sul divano, gambe allungate, senza scarpe ai piedi, il giovane Alberto Arbasino legge. Intorno a lui, nella celebre fotografia di Marisa Rastellini, un interno borghese: arazzi alle pareti, due quadretti ovali appena sopra i cuscini arabescati, il tavolino con le foto di famiglia, il ripiano-cabaret davanti con cristalli e scatole preziose e il portacenere di pietra. Nessuna fotografia ci restituisce in modo così perfetto l’identità di uno scrittore in cui le pose, i gesti, le posture e le movenze corrispondono perfettamente alla sua scrittura tutta frizzi, lazzi, invenzioni linguistiche, giochi di parole, allusioni e citazioni: il tutto compreso dentro un involucro simile a quel divano e agli arredi intorno, borghese ma refrattario al bon ton, cui non rinuncia mai pur essendo sempre pronto ad ucciderlo con passaggi inattesi, frasi fulminanti, morbide e insieme puntute.

Arbasino è stato uno degli ultimi scrittori moralisti di un’epoca tramontata da un pezzo, un periodo della cultura italiana, ma anche del giornalismo, in cui tutto sembrava possibile e che il sole non dovesse mai tramontare sui lenzuoli de L’Espresso e prima ancora su quelli de il Mondo, un universo intellettuale che parlava la medesima lingua e aveva il medesimo gonfalone di valori etici, sociali e politici. In quel momento d’oro della cultura intellettuale borghese, sempre di opposizione, minoritaria quanto basta per essere contro, Arbasino è stato il più brillante e colto scrittore dell’Italia e nel contempo dell’Italietta, segnalandone nequizie e obbrobri, ma sempre con quella perfidia fasciata di una lingua unica e inventiva, come ha visto Stefano Bartezzaghi sezionandone il suo libro-di-una-vita Fratelli d’Italia, prima versione quasi tascabile nel 1963 presso Feltrinelli, con sua foto in copertina, copyright Giulia Niccolai, cresciuto fino a diventare un romanzo-conversazione monstre di trent’anni dopo: 1371 pagine e Rinaldo e Armida di Nicolas Poussin in copertina da Adelphi. Chi è stato Alberto Arbasino?

Prima di tutto uno scrittore che non faceva distinzione tra le pagine di un suo romanzo — l’ultimo dei quali uscito nel 1974 — e quelle di libri di viaggio, resoconti musicali internazionali, visite a musei, gallerie e mostre, e un articolo su un ebdomadario o un quotidiano, salvo poi vedere quei pezzi lievitare verso altri volumi e pubblicazioni editoriali rilegate. Dunque uno scrittore a tutto campo, che non divideva la sua scrittura tra generi differenti — racconti, romanzi, saggi — ma che aveva sempre la medesima caratura così da appartenere a un generico letterario unico: l’albertoarbasino. Irripetibile, come sono solo gli autori significativi, Arbasino è stato uno scrittore di voci, come lo aveva definito Paolo Milano quasi al suo esordio: «un magnetofono ben temperato», ovvero un registratore perfetto del proprio tempo. In questo è stato un sismografo efficace legato a una temporalità, quella del contemporaneo, del tempo istantaneo del vissuto, dell’ascoltato e del trascritto. La sua caparbia e indefessa riscrittura è stato lo stigma stesso del suo stile, perché non c’era una sola parola o frase cui non ponesse mano per rifarla — almeno per le opere da lui pensate come “maggiori” –, eppure il suo rifare agiva per forza di cose su un già-scritto grazie a quell’orecchio felicissimo in continuo ascolto del presente.

Forse per questo oggi la sua voluminosa opera, raccolta solo in parte in due magnifici Meridiani curati con intelligenza da Raffaele Manica presso Mondadori, e per la miriade di piccoli e grandi libri stampati e ristampati da Adelphi, ci appare come la testimonianza più acuta della Kultur d’Occidente, come la definisce Andrea Cortellessa alla fine del baedeker a lui consacrato, AZ Arbasino (Electa, pp. 327) in cui un manipolo di arbasinisti (compreso il qui scrivente) ha cercato di circoscrivere la leggenda-Arbasino da “America” a “Zombi”, impresa destinata a non concludersi mai perché Arbasino sfugge a tutte le chiavi interpretative e ai commenti anche più intelligenti e colti perché, come chiosa nel suo testo, Ottanta posizioni, Cortellessa, lui è stato uno scrittore sempre in fuga, in lotta con il tempus fugit, costantemente in giro per il mondo a vedere, ascoltare, visitare, incontrare, leggere, eccetera.

La fuga senza fine, come aveva capito uno scrittore a lui opposto e simmetrico, lo stanziale e insistito Giovanni Testori, era un costante distanziamento da quella entità classica che si chiama Destino e che noi oggi, da veri secolarizzati, chiamiamo Morte. Testori con qualche acidità puntava il dito sull’origine provinciale di Arbasino, Voghera, cosa vera se nel suo autodefinirsi sulle pagine di Autodizionario degli scrittori italiani (1990), diceva di sé: «Nato a Voghera nel 1930, rinato a Roma nel 1957». In questa frase sta il suo segreto autobiografico, e avrebbe poi potuto aggiungere al nome del borgo natio una lista interminabile di altri luoghi in cui era appunto rinato, tutti posti più o meno esotici da cui inviava articoli via fax e cartoline alla corte degli amici e conoscenti, grati di questi omaggi postali. Che nostalgia!

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