Per nulla elementare, Sherlock!
di Enrico FranceschiniIllustrazione di Vincent Mallié tratta dal libro: "Sherlock Holmes. Uno studio in Rosso" (Rizzoli, 2024)
Viviamo nell’era dell’immagine, eppure ci soffermiamo frettolosamente a osservare quello che ci passa davanti agli occhi. Scorriamo incessantemente un post dietro l’altro sui social media, ma senza concentrarci sulle foto o sui filmati che li illustrano. Se badassimo di più a quello che ci circonda, potremmo scoprire «l’arte della deduzione», come la chiama Sherlock Holmes o, meglio, il suo creatore, il grande scrittore inglese Arthur Conan Doyle.
Illustrazione di Vincent Mallié tratta dal libro
Nelle prime pagine del romanzo che segna l’esordio del padre di tutti i detective privati, Uno studio in rosso, Holmes esclama, quando gli viene presentato il dottor Watson: «Vedo che lei è stato in Afghanistan». Stupito, Watson risponde: «Come fa a saperlo?». Sherlock cambia discorso e soltanto nel capitolo successivo gli spiega in che modo lo ha capito: «Ecco la logica del mio ragionamen…
Viviamo nell’era dell’immagine, eppure ci soffermiamo frettolosamente a osservare quello che ci passa davanti agli occhi. Scorriamo incessantemente un post dietro l’altro sui social media, ma senza concentrarci sulle foto o sui filmati che li illustrano. Se badassimo di più a quello che ci circonda, potremmo scoprire «l’arte della deduzione», come la chiama Sherlock Holmes o, meglio, il suo creatore, il grande scrittore inglese Arthur Conan Doyle.
Illustrazione di Vincent Mallié tratta dal libro
Nelle prime pagine del romanzo che segna l’esordio del padre di tutti i detective privati, Uno studio in rosso, Holmes esclama, quando gli viene presentato il dottor Watson: «Vedo che lei è stato in Afghanistan». Stupito, Watson risponde: «Come fa a saperlo?». Sherlock cambia discorso e soltanto nel capitolo successivo gli spiega in che modo lo ha capito: «Ecco la logica del mio ragionamento. Quest’uomo ha l’aria del medico, ma anche qualcosa del militare. Quindi si tratta di un dottore dell’esercito. È reduce dai Tropici, perché ha il viso molto scuro, ma non è il suo colorito naturale, perché i polsi sono chiari. Ha subito privazioni e malattie, come dimostra il volto emaciato. Inoltre, è stato ferito al braccio sinistro: lo tiene in posizione rigida e poco naturale. In quale paese dei Tropici un medico dell’esercito britannico può essere stato costretto a sopportare dure fatiche e avere riportato una ferita al braccio? In Afghanistan, naturalmente».
Elementare, Watson, potremmo commentare, se non fosse che questa frase, attribuitagli dall’immaginario popolare, non è mai stata pronunciata da Holmes, il quale si limita a dire soltanto un paio di volte «elementare», elementare, nel senso di semplice, facile, ovvio, nella sua intera attività investigativa. Ma anche questa attribuzione apocrifa è una prova del suo successo.
Ho riletto le succitate parti nella bella edizione Rizzoli per ragazzi in cui il romanzo è ora ripubblicato in Italia, ma le ricordavo a memoria, tanta fu l’impressione che mi fece quando lo lessi per la prima volta, nella Bologna della mia adolescenza: senza immaginare che un giorno il destino mi avrebbe portato a vivere proprio nella Londra di Sherlock Holmes, e a passare per anni, andando a prendere il metrò, davanti alla sua abitazione, la casetta a quattro piani al 221b di Baker Street, in cui l’investigatore aveva preso due stanze in affitto insieme al dottor Watson, inizio della loro prima avventura e di una lunga amicizia.
Illustrazione di Vincent Mallié tratta dal libro
Beninteso, in quella casa, oggi trasformata nello Sherlock Holmes Museum e visitata da milioni di suoi lettori arrivati da tutto il mondo, non ha mai vissuto alcun investigatore privato che risponda a un nome simile. Ma Holmes, come afferma un noto detto, è «l’uomo che non ha mai vissuto e che non morirà mai»: un personaggio della fantasia entrato così profondamente nella coscienza collettiva da farlo credere una persona realmente esistita nell’Inghilterra di fine Ottocento. E che per l’appunto non è mai morto, non è diventato obsoleto, continuando a vivere nei suoi libri perennemente ristampati, nei film e nelle serie tv che ne continuano a essere tratti. I quattro brevi romanzi e i cinquantasei racconti scritti da Conan Doyle su Sherlock Holmes sono diventati dei classici. Secondo il Guinness World Record, Holmes è il personaggio più raffigurato della storia: James Bond e Harry Potter, al confronto, impallidiscono.
Illustrazione di Vincent Mallié tratta dal libro
Piace perché è eccentrico, lo stereotipo dell’inglese tipo. Ma anche perché è contraddittorio, irrazionale, sregolato. Un conservatore rivoluzionario. Alcuni dei suoi motti sono entrati nel linguaggio comune, addirittura elevati a filosofia di vita: «Quando escludi l’impossibile, qualsiasi cosa rimane, per quanto improbabile, è la risposta esatta». Sherlock Holmes è il simbolo dell’evoluzione scientifica, della supremazia della tecnica, ma esprime anche l’importanza del fattore umano, con i suoi vizi e con i suoi difetti. È un eroe, ma non un superuomo.
Per tutte queste ragioni non smette di affascinare. E i genitori di oggi che regalano Uno studio in rosso a un figlio (o a una figlia: Sherlock piace ad entrambi i sessi, non a caso ci sono serie tv che ne fanno un personaggio femminile e il meccanismo funziona lo stesso) potrebbero avere la tentazione, come è capitato a me, di rileggerlo traendone rinnovato piacere. Anche perché Holmes ci porta in giro per Londra, «quel grande immondezzaio in cui vengono irresistibilmente risucchiati tutti i fannulloni e i perdigiorno dell’impero», come nota il dottor Watson nell’avvio del romanzo: un understatement per dire quello che molto tempo dopo hanno cantato anche i Clash, «London calling to the faraway towns», il richiamo di Londra alle città lontane. Un immondezzaio in cui, quando impari a viverci, si sta benissimo.
Il libro – Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes. Uno studio in rosso
(Rizzoli. Traduzione di Maria Pia Janin. Illustrazioni Vincent Mallié, pagg. 127, euro 28. Età: 10+)