Osvaldo Soriano e l’epica del gol
Giancarlo De CataldoPoster tedesco della prima metà del XX secolo (Buyenlarge / Getty Images)
I vecchi produttori, quelli di una volta, dicevano che un film che funziona va rifatto ogni dieci anni. Bisognerebbe applicare una regola analoga agli scrittori che amiamo, e ai loro libri: ri-stamparli, e quindi ri-scoprirli, periodicamente, a scadenze prefissate dal clima culturale.
Gli Artisti, pazzi e criminali di Osvaldo Soriano, per esempio, hanno per lo più mezzo secolo di vita, e l’autore li scelse personalmente per questa raccolta nel lontano 1983. Riletti oggi, non perdono un grammo di vitalità. Rievocano epoche drammatiche della storia di Argentina — dalla caduta, al ritorno e all’eclissi di Peron sino alle avvisaglie del crudele “golpe” di Videla. Scolpiscono ritratti indimenticabili di eroi vagabondi e fuggitivi o di malvagi senza redenzione, comunque di caratteri unici ed eccentrici — laddove unicità ed eccentricità non sono necessariamente attributi di individualità sopra le righe, ma possono appartenere anche al più mite dei vinti. Restituiscono il sapore nostalgico di…
I vecchi produttori, quelli di una volta, dicevano che un film che funziona va rifatto ogni dieci anni. Bisognerebbe applicare una regola analoga agli scrittori che amiamo, e ai loro libri: ri-stamparli, e quindi ri-scoprirli, periodicamente, a scadenze prefissate dal clima culturale.
Gli Artisti, pazzi e criminali di Osvaldo Soriano, per esempio, hanno per lo più mezzo secolo di vita, e l’autore li scelse personalmente per questa raccolta nel lontano 1983. Riletti oggi, non perdono un grammo di vitalità. Rievocano epoche drammatiche della storia di Argentina — dalla caduta, al ritorno e all’eclissi di Peron sino alle avvisaglie del crudele “golpe” di Videla. Scolpiscono ritratti indimenticabili di eroi vagabondi e fuggitivi o di malvagi senza redenzione, comunque di caratteri unici ed eccentrici — laddove unicità ed eccentricità non sono necessariamente attributi di individualità sopra le righe, ma possono appartenere anche al più mite dei vinti. Restituiscono il sapore nostalgico di un giornalismo percorso da formidabili venature letterarie. Il tutto grazie alla scrittura, ora sensibile, ora ribalda, ora patetica, ora ironica, ora indignata e ora sarcastica, di uno dei più funambolici scrittori del novecentesco Cono Sud.
Osvaldo Soriano (1943-1997), platense di ascendenze catalane, nasce come giornalista sportivo. Nel ’71 entra nella redazione de La Opinión, un giornale che si indirizza alla borghesia liberale e progressista: ma, come diceva il suo fondatore, Jacobo Timerman, «occorrono i migliori giornalisti di sinistra per fare un giornale di destra». Infatti, col ritorno di Peron, La Opinión si sposta sempre più a destra. Finché lo stesso Timerman non finisce vittima della reazione: arresto, tortura, rocambolesco esilio.
Ma a quel punto, Soriano è già all’estero, e si sta preparando al successo mondiale di Triste, solitario y final, il romanzo con Philip Marlowe e Stanlio&Ollio che lo consacrerà grande scrittore. Ma come nasce Triste, solitario y final? Nasce da una prosa d’arte, da un pezzo letterario del ’72 che inaugura la raccolta, Laurel e Hardy, l’errore di far ridere. Un quartetto di brevi racconti che verranno ripresi, ampliati e corretti, nel romanzo.
Nella nota di presentazione, Soriano confessa di non essersi reso conto di quanto fosse imminente la transizione dal giornalismo alla letteratura. Denuncia l’influenza di Chandler. Poi la folgorazione: «dì lì a pochi giorni, un gatto nero entrò dalla finestra della cucina e mi recò la notizia che Philip Marlowe sarebbe stato l’investigatore del mio romanzo. Mi sedetti subito a scriverlo». Laurel e Hardy, il magrolino e il ciccione (sfido anche il più arcigno poliziotto woke a criticare l’uso struggente e affettuoso dell’aggettivazione) sono poeti della sovversione, anarchici della felicità, dadaisti del disordine: grazie a loro, «il cataclisma si trasformava di colpo in poesia, come se le leggi del mondo si fossero alterate repentinamente e la distruzione dell’ordine fosse stata, infine, beneaccetta». Ma è difficile parlare di transizione, nel caso di Soriano.
I suoi articoli, anche quelli più aderenti alla realtà, volutamente meno immaginifici, sono già tutti dei racconti perfetti. La biografia del baby serial killer Robledo Puch è un true crime degno di Truman Capote. Le pagine sul tango fluiscono leggere e sensuali, quando la violenza politica scende in campo la prosa si fa secca, depurata da ogni fronzolo. Il primo amore resta lo sport. Gli sport, anzi: pugilato e calcio. Ricorderanno bene, i lettori del Manifesto, al quale Soriano collaborò per anni, l’empito epico di certe cronache, come l’indimenticabile rigore più lungo del mondo.
Abbondano commozione e pathos: Obdulio Varela segna la rete che scippa il mondiale del ’50 al magno Brasile, consegnandolo al piccolo Uruguay. La sera del trionfo va a bere in un bar di Rio. C’è un brasiliano che piange disperato. Qualcuno poi indica Varela, l’uomo che ha spento i sogni di una nazione. L’uomo muove minaccioso verso di lui. Questo qui ora mi ammazza, pensa il calciatore. Ma quello lo abbraccia e lo invita a bere con lui. Per dimenticare. «Come potevo dirgli di no? Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare. Io ho pensato: se devo morire questa notte, così sia».
E ancora: genesi e trionfi del San Lorenzo de Almagro, la squadra del cuore (lo è anche, per inciso, di Papa Francesco) attraverso il ricordo di due dei fondatori, ormai poveri e dimenticati da tutti. Con quella chiusa così calda, così alla Soriano: «ho dei nipoti, ma si fanno i fatti loro ed è giusto così. Dei vecchi è meglio non ricordarsi. Sebbene qualche volta abbiano fatto gol pure loro». E tu non sai se il calcio era poesia perché nel mondo c’era più poesia. O così ci sembra perché c’erano i Soriano a raccontarcelo.
Il libro – Osvaldo Soriano Artisti, pazzi e criminali (Sur. Traduzione di Vittoria Martinetto Angelo Morino, pagg. 252, euro 17,50)