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Tutte le sfumature del divin Marchese

Studio di Pied pour l'Odalisque blonde di François Boucher (1751 circa). Dalla collezione del Musée Carnavalet, Paris. Artist (1703-1770). (Photo by Fine Art Images/Heritage Images via Getty Images).

 
Una nuova edizione della “Filosofia del boudoir” con l’introduzione di Michele Mari riaccende l’attenzione sull’opera del “maledetto” Sade
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Imperdibile Sade, quanti piaceri e quante lezioni ancora ce ne vengono — e senza fargli il torto di oscurare la leggenda nera, il lato funesto che tanto ha giovato alla sua scrittura e alla sua fama. Nel più leggiadro dei suoi testi, La filosofia nel boudoir — che torna presso Einaudi nella traduzione della grande poetessa Patrizia Valduga, già industriosa a mettere in versi l’erotismo, e con l’introduzione di un maestro della lingua come Michele Mari — giova oggi intanto riscoprire la sua immagine della Natura, fuori dall’edulcorata visione di Rousseau: «che le importa che la razza degli uomini si estingua o si annienti sulla terra? La natura ride del nostro orgoglio. Ci si immagina che non esistano già delle razze estinte? la natura non se ne accorge neppure».

Beninteso, il monito, così opportuno oggi, è sollecitato dalla celebrazione dei trasporti posteriori, che nell’Europa spopolata del Settecento erano bollati per lo sperpero del seme: come se la natura fosse volta solo alla ri…

Imperdibile Sade, quanti piaceri e quante lezioni ancora ce ne vengono — e senza fargli il torto di oscurare la leggenda nera, il lato funesto che tanto ha giovato alla sua scrittura e alla sua fama. Nel più leggiadro dei suoi testi, La filosofia nel boudoir — che torna presso Einaudi nella traduzione della grande poetessa Patrizia Valduga, già industriosa a mettere in versi l’erotismo, e con l’introduzione di un maestro della lingua come Michele Mari — giova oggi intanto riscoprire la sua immagine della Natura, fuori dall’edulcorata visione di Rousseau: «che le importa che la razza degli uomini si estingua o si annienti sulla terra? La natura ride del nostro orgoglio. Ci si immagina che non esistano già delle razze estinte? la natura non se ne accorge neppure».

Beninteso, il monito, così opportuno oggi, è sollecitato dalla celebrazione dei trasporti posteriori, che nell’Europa spopolata del Settecento erano bollati per lo sperpero del seme: come se la natura fosse volta solo alla riproduzione! Al contrario, «le distruzioni sono tanto necessarie ai suoi piani» quanto la creazione. Oltre le nostre rigide ripartizioni morali, Sade raccomanda (e descrive) tutti i piaceri indistintamente mescolati: i nostri padri avevano pur elevato statue alla Venere callipigia, il «piatto e fastidioso romanzo della Sacra scrittura» rappresenta fiorente la sodomia durante la cattività di Babilonia; gusto diffuso da Roma per tutto l’Impero, e poi «rifugiatosi nella tiara e nelle arti in Italia; scopriamo un emisfero, ci troviamo la sodomia»: i bambini «dalla più tenera età annunciano questo gusto», e così per «la licenza di Saffo». Libertà dunque nei piaceri, e luoghi di libera espressione di tutte le naturali fantasie di lussuria per gli uomini e — beninteso — per le donne: bisognerà erigere case apposite per le loro voluttà, dove i capricci e i bisogni del loro temperamento, «molto più ardente del nostro», possa soddisfarsi «con tutti i sessi».

La speciale grazia della Filosofia nel boudoir è infatti già nella scena. L’iniziazione dell’educanda Eugénie da parte di perversi aristocratici non avviene, come nelle altre opere di Sade, e come piace al romanzo nero (siamo nel 1795), nei castelli isolati e inaccessibili, «segrete, cripte, nicchie, cappelle, saloni rivestiti di nero», ma — sottolinea subito Michele Mari — in un luogo femminile come il boudoir, la camera privata di una gentildonna, piena di specchi. Non più i mostri, gli uomini criminali delle 120 giornate o di Justine, eccitati e esasperati dai loro stessi eccessi sadici. Madame de Sainte-Ange e il cavaliere de Mirval suo fratello, il conte di Dolmancé e il dotatissimo servo Augustin si propongono di educare (pervertire) la quindicenne Eugénie, divisa tra rossori e smanie di apprendimento. Madame de Sainte-Ange istruisce la fanciulla con gioiose iperboli (in un giorno «ho gareggiato con quindici uomini; fui fottuta novanta volte, davanti e altrove»), e i personaggi si uniscono in varie composizioni, tableaux vivants orchestrati come per «un’operina buffa» (ancora Mari: che sottolinea una riga, passaggio fondamentale del racconto, in cui Madame de Sainte-Ange si rivolge a Augustin, che gagliardamente si è prestato a tutte le dissolutezze prescritte: «Esci, Augustin», gli dice dolcemente la damina: «questo non fa per te»).

Ora, perché, nel boudoir, si parla di filosofia? Il cavaliere de Mirval, per riposare la compagnia da tante lascivie, inizia a declamare un opuscolo appena uscito (siamo nella Parigi rivoluzionaria), che Dolmancé ha comperato quella mattina: «Francesi, ancora uno sforzo se volete essere repubblicani. La Repubblica dovrà definitivamente ripudiare le tenebre della religione, una delle armi migliori in mano ai tiranni. L’Europa attende da voi Francesi di essere liberata dalla superstizione religiosa: si facciano buone leggi, e ne faremo a meno» (alla peggio, «ridateci gli dèi del paganesimo»). Le conseguenze, sulle leggi e specie sui costumi, sono a misura dell’autore, ostile alla pena di morte, ma piuttosto longanime riguardo a prostituzione, l’adulterio, l’incesto, lo stupro e la sodomia.

È dal Cinquecento che il libertinismo identifica uno spirito libero dai lacci religiosi; col Settecento, il romanzo libertino è creato da intellettuali del Terzo Stato contro i primi due, scrittori borghesi che mettono in scena monaci e nobili perversi, inoperosi e debosciati (ecco perché Augustin, che appartiene al popolo, va allontanato: non saranno dei nobili a istillargli principi rivoluzionari). Il divin marchese radicalizza proclamando, anche nel Boudoir, la voluttà sadica del male: «È pure meglio che l’oggetto provi dolore, non è vero?» chiede la non più ingenua Eugénie. Guardate i serragli dell’Africa, dell’Asia, la indottrina Dolmancé: quale signore si preoccupa di dare piacere ai suoi amanti? Il re di Achem «fa tagliare la testa alla donna che ha osato perdere il controllo in sua presenza al punto di godere»; vuole la natura che «l’uomo, che gode più che mai della sua potenza, la eserciti con tutte le violenze che meglio crede, con dei supplizi se vuole». Arriva la madre di Eugénie per riprendersela, e gli attori in scena, guidati dalla figlia, si producono con lei in obbrobriosi abusi; è la smagliante fantasia sadica dell’autore, ancora più eccitante che atroce, che riduce tutti gli epigoni — dall’incantevole Histoire d’O giù fino alle indigenti Sfumature di grigio — all’inconsistenza.

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