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Artemisia fa ancora polemica

Susanna e i vecchioni (1610). Pommersfelden, Kunstamlungen Graf Von Schonborn.

 
La mostra a Palazzo Ducale di Genova divide per il racconto della violenza subita dalla pittrice. Ma raduna autentici capolavori di Gentileschi
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Spettacolarizzazione del dolore o celebrazione del talento di un’artista? Nel caso della mostra di Palazzo Ducale a Genova Artemisia Gentileschi. Coraggio e Passione, organizzata da Arthemisia, curata da Costantino D’Orazio, da vedere fino al primo aprile, i due aspetti si intrecciano.

Mentre l’esposizione si arricchisce di due opere importanti, l’Allegoria dell’Inclinazione, per la prima volta fuori da Casa Buonarroti, e la Conversione della Maddalena, degli Uffizi, le polemiche lanciate da alcune studentesse dell’Università di Genova a cui si sono aggiunte le attiviste di Non Una Di Meno, non sembrano placarsi.

A un mese di distanza dall’inaugurazione del 16 novembre della mostra, ha attirato l’attenzione il video postato da Noemi Tarantini su Instagram che accusa l’esposizione di essere la cronaca di cattivo gusto di uno stupro; soprattutto non piace la sala immersiva, che pone al centro della narrazione la spettacolarizzazione della violenza subita dalla pittrice. Con accenti …

Spettacolarizzazione del dolore o celebrazione del talento di un’artista? Nel caso della mostra di Palazzo Ducale a Genova Artemisia Gentileschi. Coraggio e Passione, organizzata da Arthemisia, curata da Costantino D’Orazio, da vedere fino al primo aprile, i due aspetti si intrecciano.

Mentre l’esposizione si arricchisce di due opere importanti, l’Allegoria dell’Inclinazione, per la prima volta fuori da Casa Buonarroti, e la Conversione della Maddalena, degli Uffizi, le polemiche lanciate da alcune studentesse dell’Università di Genova a cui si sono aggiunte le attiviste di Non Una Di Meno, non sembrano placarsi.

A un mese di distanza dall’inaugurazione del 16 novembre della mostra, ha attirato l’attenzione il video postato da Noemi Tarantini su Instagram che accusa l’esposizione di essere la cronaca di cattivo gusto di uno stupro; soprattutto non piace la sala immersiva, che pone al centro della narrazione la spettacolarizzazione della violenza subita dalla pittrice. Con accenti che, per la studentessa, testimoniano un approccio che denuncia una cultura ancora fortemente patriarcale.

La risposta del curatore Costantino D’Orazio non si è fatta attendere e, pochi giorni fa, ha invitato studiose e attiviste di Non Una Di Meno a un confronto in mostra; ma tre ore di percorso non sono servite ad avvicinare punti di vista lontani. Nessun ripensamento nemmeno sull’allestimento da parte di Iole Siena, presidente di Arthemisia, che ha promosso e organizzato l’esposizione. Il percorso della mostra non verrà cambiato e la famosa sala immersiva con tanto di letto, dove si rivive l’atmosfera del famoso stupro ad opera di Agostino Tassi, rimarrà aperta.

Un tema delicato che sembra distrarre dal valore dei cinquanta capolavori esposti, non solo testimonianze del fare innovativo di Artemisia, anche strumenti per indagare la sua complessa personalità.

Il percorso si apre e si chiude con lo stesso tema, Susanna e i vecchioni, una giovane donna, turbata dalla proposta indecente di due uomini, mentre si accinge a fare il bagno. Il primo del 1610, quando aveva 17 anni e l’altro del 1649, verso la fine della sua carriera, in questi anni cambia lo stile e c’è tutta la sua vita. L’organizzazione spaziale è più libera, c’è maggior dinamismo, i contrasti di luce più forti, si riconosce l’influenza di Caravaggio.

Giuditta e Abra con la testa di Oloferne (1640-1645). Fondazione Cassa di risparmio di terni e Narni.

 

Quanta Artemisia c’è nella Susanna? La prima appare spiazzata, la seconda più consapevole. Tante sono le donne ritratte da Artemisia, eroine più terrene che spirituali. C’è Betsabea, che non poteva rifiutare le attenzioni di re David, Cleopatra che sceglie di uccidersi quando vede infrangersi il suo sogno d’amore, o Francesca, colpevole di essersi abbandonata alla passione. Donne che da un lato appaiono fragili, impotenti, e nello stesso tempo audaci, coraggiose, rappresentate con realismo, soprattutto donne che hanno amato e sofferto esattamente come lei.

Artemisia non sarà mai una vittima, in lei emerge una potenza nuova che si materializza bene nelle forme dei corpi femminili, con una pesantezza lontana dall’armonia come nella Cleopatra, che diventa tremendamente reale e vicina nella sua imperfezione. Un ampio spazio è dedicato proprio a Genova, dove il padre Orazio Gentileschi si fermò dal 1621 al 1625, e dove si è sviluppato un intenso rapporto con il caravaggismo. Una stagione straordinaria, curata da Anna Orlando, che ha coinvolto artisti come Domenico Fiasella, Bernardo Strozzi, Gioacchino Assereto; e non si hanno invece certezze sulla presenza di Artemisia in città, che passò il suo ultimo periodo di vita a Napoli dove probabilmente si spense nel 1653.

Dopo secoli di parziale oblio, è stato Roberto Longhi il primo a riportare l’attenzione sul suo talento: «Unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, colore e impasto e simili essenzialità». Un simbolo che oggi stimola ampi dibattiti sulla narrazione della condizione femminile, sicuramente una delle più importanti artiste del nostro Seicento e tra le prime self made woman della storia dell’arte, e lo testimonia il pubblico della mostra che a Genova ha già superato i 30 mila visitatori.

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