In mostra a Reggio Emilia le marionette d’artista, da Picasso a Klee
di Lara CrinòOtello Sarzi, burattini per Il Pelo, farsa all’interno dello spettacolo Quello che penso ti dico (1968)
REGGIO EMILIA. Cronaca di un amore. Potrebbe essere questo il sottotitolo della mostra Marionette e avanguardia, in corso a Reggio Emilia, Palazzo Magnani, fino al 17 marzo: il racconto, con un uso intelligente degli spazi della dimora storica e l’esposizione di pezzi rari provenienti da musei europei e da collezioni private, della fascinazione delle avanguardie del primo Novecento per il teatro di figura. Si tratta di un’esplorazione del lato meno noto di quella dirompente e multiforme rivoluzione artistica, ma anche dell’invito a riprendere gli interrogativi che proprio quei movimenti fecero esplodere un secolo fa sul rapporto tra uomo e macchina e, in definitiva, sulla natura umana tout court.
Può tutto questo nascere da una “sfilata” di burattini e marionette? Sì, se l’artefice dell’operazione è James Bradburne, già direttore della Pinacoteca di Brera, membro del comitato scientifico della Fondazione Palazzo Magnani, bibliofilo, collezionista, grande conoscitore della storia dell…
REGGIO EMILIA. Cronaca di un amore. Potrebbe essere questo il sottotitolo della mostra Marionette e avanguardia, in corso a Reggio Emilia, Palazzo Magnani, fino al 17 marzo: il racconto, con un uso intelligente degli spazi della dimora storica e l’esposizione di pezzi rari provenienti da musei europei e da collezioni private, della fascinazione delle avanguardie del primo Novecento per il teatro di figura. Si tratta di un’esplorazione del lato meno noto di quella dirompente e multiforme rivoluzione artistica, ma anche dell’invito a riprendere gli interrogativi che proprio quei movimenti fecero esplodere un secolo fa sul rapporto tra uomo e macchina e, in definitiva, sulla natura umana tout court.
Può tutto questo nascere da una “sfilata” di burattini e marionette? Sì, se l’artefice dell’operazione è James Bradburne, già direttore della Pinacoteca di Brera, membro del comitato scientifico della Fondazione Palazzo Magnani, bibliofilo, collezionista, grande conoscitore della storia della letteratura e del teatro per i piccoli e fondatore del Centro internazionale di ricerca sulla cultura dell’infanzia.
Enrico Prampolini, Dieci burattini futuristi (1922), collezione privata
Bradburne, che delle avanguardie ha seguito i fili in questi anni per alcuni progetti messi in campo a Brera, tra cui la realizzazione dell’opera musicale Peregrin and the Giant Fish, tratta da una favola di Tom Seidmann-Freud, la nipote del fondatore della psicoanalisi, per Reggio Emilia ha dunque ideato un percorso trasversale, che parte dalle esperienze europee dell’inizio del XX secolo per arrivare al dopoguerra e in particolare al teatro di Otello Sarzi, reggiano di adozione dagli anni Sessanta alla morte nel 2001, antifascista e partigiano, burattinaio per lunga tradizione familiare e promotore di un teatro di figura sperimentale, impegnato e “sociale”.
Questa parola, “sociale”, è il fil rouge che permette di comprendere molte delle esperienze narrate in queste stanze, tenendo insieme il riso e la sperimentazione, in una mostra coltissima e giocosa. Poiché le marionette e i burattini si animano soltanto se c’è chi li muove e chi li guarda, è la dimensione collettiva che permette di comprendere come siano diventati object d’art e protagonisti delle pratiche artistiche di grandi talenti nel momento in cui emersero le istanze della modernità.
Come riflette Bradburne, non è un caso che siano, i primi decenni del XX secolo, gli anni in cui si afferma il cinema, che «fa dell’attore uno strumento nelle mani del regista» e provoca una riflessione collettiva, in tutti i paesi europei e fino alla neonata Urss, sul ruolo del teatro, in particolare dopo la prima guerra mondiale.
Due tradizioni, quella delle marionette amate nelle corti e dall’alta borghesia, e quella del burattino come voce del popolo, ne usciranno trasformate: «Dall’Unione Sovietica, con Nina e Ivan Efimov, alla Vienna di Richard Teschner, grande innovatore, gli artisti trovano nuovi modi per fare del teatro di figura un teatro sociale al servizio di un desiderio generale di ricostruire la società: in Urss, ad esempio, per trasmettere i messaggi della rivoluzione, ma anche per mettere in scena il Macbeth».
Così nelle sale si incontrano, mute ma vivissime, le marionette geometriche e raffinate della dadaista Sophie Tauber-Arp per il Re Cervo di Carlo Gozzi (la prima andò in scena a Zurigo, nel 1918, ma il teatro dovette poi chiudere per la pandemia di spagnola); i ben conosciuti esperimenti futuristi di Prampolini e le creazioni per i Balli Plastici di Fortunato Depero, il cui ironico Gatto nero è anche l’emblema della mostra; la rielaborazione delle figure giavanesi Wayang da parte del boemo Richard Tessner, che ne fece a Vienna il principale strumento del suo teatro grottesco. E ancora: il teatrino che Paul Klee ideò per il figlio, i burattini del modernismo russo di Ivan Efimov e Nina Efimova, le figure astratte di El Lissitzky per l’opera Vittoria sul sole e le bambole Bauhaus di Oskar Schlemmer per il Balletto Triadico, fino ad arrivare, dopo la cesura della seconda guerra mondiale, ai burattini di Otello Sarzi, fatti con oggetti trovati e materiali di scarto. Molti i bozzetti, i materiali d’archivio rari, le fotografie, le locandine che aiutano a ricostruire legami e assonanze tra artisti e movimenti, e una sorpresa, fortemente voluta da Bradburne.
Ad accoglierli i visitatori trovano i costumi a grandezza naturale disegnati da Pablo Picasso per Parade, il balletto che i Ballets Russes di Djaghilev misero in scena a Parigi nel 1917; ma soprattutto al piano terra due palcoscenici, una baracca e un castelet, ospitano, grazie alla compagnia Carlo Colla di Milano e all’associazione 5T di Reggio Emilia, micro spettacoli quotidiani per chi visita la mostra. Perché il burattino, nostro doppio docile e imprevedibile, tenero e sbruffone, allegro e malinconico, aspetta solo che lo spettatore si sieda davanti a lui, e il burattinaio lo animi, per mostrarci quel che di noi vogliamo (e non vogliamo) sapere.
LA MOSTRA
Marionette e avanguardia, Palazzo Magnani di Reggio Emilia, fino al 17 marzo