Arte: Felice Giani, che romantico
di Antonio RoccaFelice Giani, Ratto di Ganimede
Stagliata sul filo della poesia, la prosa di Giovanni Testori ci racconta di un Felice Giani veloce da far invidia a una rondine, un pittore che adopera colori da infanzia, da sposa, da confetti e rosoli.
A questo artista di una fecondità torrenziale, Palazzo Bentivoglio ha dedicato Felicissimo Giani, esaltandone l’aspetto radioso, sebbene poi l’esposizione proponga una chiave per apprezzarne un volto meno noto e altrettanto interessante. Infatti Giani fu anche un cultore del grottesco: visti da vicino i suoi lavori albergano qualcosa di straniante.
Felice Giani, I santi Vitale e Clemente intercedono per la cessazione della peste (1810, galleria Walter Padovani, Milano)
Un ronzio inquieta la grafia fluente dei disegni, un gusto eccentrico che agita anche le sontuose decorazioni, disseminate nelle residenze della recente nobiltà napoleonica e di una borghesia rampante, impetuosa…
Stagliata sul filo della poesia, la prosa di Giovanni Testori ci racconta di un Felice Giani veloce da far invidia a una rondine, un pittore che adopera colori da infanzia, da sposa, da confetti e rosoli.
A questo artista di una fecondità torrenziale, Palazzo Bentivoglio ha dedicato Felicissimo Giani, esaltandone l’aspetto radioso, sebbene poi l’esposizione proponga una chiave per apprezzarne un volto meno noto e altrettanto interessante. Infatti Giani fu anche un cultore del grottesco: visti da vicino i suoi lavori albergano qualcosa di straniante.
Felice Giani, I santi Vitale e Clemente intercedono per la cessazione della peste (1810, galleria Walter Padovani, Milano)
Un ronzio inquieta la grafia fluente dei disegni, un gusto eccentrico che agita anche le sontuose decorazioni, disseminate nelle residenze della recente nobiltà napoleonica e di una borghesia rampante, impetuosamente fattasi ricca e alla ricerca di una legittimazione simbolica.
Anna Ottani Cavina apre autorevolmente il catalogo della mostra, che ci accoglie con l’autoritratto dell’artista ventenne. Scarmigliato, gli occhi cerchiati e la camicia aperta, Felice ha il volto malinconico del pittore maledetto.
Nato nel 1758, nelle campagne alessandrine, Giani si fa notare a Bologna per il suo indiscusso talento. Vince un concorso dell’Accademia Clementina e, in seguito, l’Accademia di San Luca lo premia per un saggio ricco di riferimenti classicisti: la Cacciata dei mercanti dal tempio (1783).
Felica Giani, Acate e Ascanio portano doni ai Tirii (1810, Palazzo Bentivoglio, Bologna)
Nel percorso espositivo, l’Autoritratto e questa prova accademica marcano le opposte polarità di una figura di confine, che pare pensata per disordinare il nostro quieto procedere per categorie.
L’antinomico Giani fu un neoclassico attraversato da fermenti saturnini, la sua Roma è quella che ancora si nutriva del magistero di Füssli. Abitava dalle parti di Piazza di Spagna e frequentava il gruppo dei “nordici”, artisti giovani e squattrinati, quasi tutti transalpini, che gli trasmisero il gusto per una stralunata interpretazione del sublime michelangiolesco.
Era una scelta etica, prima ancora che estetica, impugnata contro il raffaellismo dei conservatori. Questi ragazzi erano portatori di un ribellismo endemico, destinato a incrociare la Rivoluzione francese.
Nella monografia di Ottani Cavina, punto di riferimento stabile per gli studi sul piemontese, è riportato un ritratto di gruppo di grande interesse. Accanto allo schizzo di questi tredici compagni a tavola (numero difficilmente casuale), c’è una nota: «Disegnato da Felice Giani a mezanote. Doppo una cena pittorica, in un ostaria all’arrivo di Michele Köck 1784. A Roma».
In quelle cene pittoriche riecheggiavano i Canti di Ossian, fermenti che favorirono una rilettura goticheggiante di Dante. Ci si avvicina così alla genesi di un sorprendente Baccanale con Dante e Beatrice (1791): il poeta e la sua musa sono finalmente insieme, abbracciati in un contesto incongruo per l’iconografia dantesca.
Giani si divertiva a infrangere la tradizione, così mise in testa a Ganimede un berretto frigio, e lo fece in età napoleonica, quando quella citazione giacobina era perlomeno fuori moda. Con Ratto di Ganimede (1805-1810) si arriva alla vigilia della novità vera su Giani.
Tommaso Pasquali, direttore di Palazzo Bentivoglio, ha rintracciato due tondi provenienti dalla sala da pranzo del palazzo, ambiente decorato da Giani e bottega nel 1810. Trasferiti su tela, e a lungo dati per dispersi nel mercato antiquario, i dipinti tornano a casa e vi resteranno per la mostra: fino al 25 febbraio.
Ancora da segnalare, due carte dal viaggio in Francia del 1812-1813: un’istantanea dal Sempione, che stupisce per freschezza e virtuosismo, e una vista su Parigi, da nord. La grande città appare appena sullo sfondo, si riconosce la cupola des Invalides e, dalla parte di Montmartre, un’infilata di mulini, che Toulouse-Lautrec avrebbe consegnato alla storia solamente qualche decennio più tardi.
Per l’allestimento Franco Raggi ha disegnato una striscia in oro, che accoglie un nastro in feltro azzurro. Una scelta morbida, che evoca cromie e materia dei fastosi cicli, cui Giani deve la fama. Il nastro è anche un taglio attualizzante, che asseconda il posizionamento di opere contemporanee. Una leggera tenda tempio di Raggi, un acquerello di Pablo Bronstein, commissionato appositamente, e una sorta di altare di Flavio Favelli, che assembla elementi antichi e moderni.
L’ultimo dei quattro commentaires è di Luigi Ontani, CanopoGianoFeliceGrottescheIANI (2017) esalta l’ambivalenza del dio, caratteristica esplicitamente rivendicata da Giani. Infatti Felice si rappresentò in un’erma bifronte assieme a Canova, artista caro anche al maestro di Vergato. Il canopo proviene dalla sala da pranzo del palazzo, l’ambiente che ospitava i tondi ritrovati da Pasquali. Al loro posto sono state posizionate maschere di Ontani, e va molto bene così.
La sala è visitabile e, con un po’ di fortuna, sarà possibile intravedere Germogli ossei (2017) di Sissi, un’installazione in ceramica che sembra perforare la parete verso il giardino, cingendola in un abbraccio sensuale e vagamente minaccioso.