Accomodatevi al pranzo di Juliette (Binoche)
Juliette Binoche
Parigi
La malinconica autoironia di Juliette Binoche è una navigata arma di conquista dell’interlocutore. L’incontro – abito elegante e audace, stivali massicci di tendenza è a Parigi, Hotel du Collectionneur, l’occasione sono i Rendez-Vous di Unifrance.
L’attrice, 60 anni tra una settimana, parla di cibo, amore, Hollywood, tempo che passa. E delle donne che incarna, da Coco Chanel alla Penelope dell’Odissea, a Eugenie, talento culinario vissuto all’ombra di un cuoco famoso, interpretato dall’ex marito Benoît Magimel nel film Il gusto delle cose di Tran Anh Hung (in sala il 9 maggio).
Cosa apporta la sensibilità franco-vietnamita del regista alla storia?
«Proviene da una famiglia molto semplice, povera, del Vietnam. Arrivato in Francia ha abbracciato totalmente la nostra cultura: questo è quasi il film più francese che ho fatto, nella cucina, nella scrittura, nei dialoghi sofisticati. Mi conquista il suo modo raffinato di affrontare i sentimenti, l’indipendenza delle donne. Sua …
Parigi
La malinconica autoironia di Juliette Binoche è una navigata arma di conquista dell’interlocutore. L’incontro – abito elegante e audace, stivali massicci di tendenza è a Parigi, Hotel du Collectionneur, l’occasione sono i Rendez-Vous di Unifrance.
L’attrice, 60 anni tra una settimana, parla di cibo, amore, Hollywood, tempo che passa. E delle donne che incarna, da Coco Chanel alla Penelope dell’Odissea, a Eugenie, talento culinario vissuto all’ombra di un cuoco famoso, interpretato dall’ex marito Benoît Magimel nel film Il gusto delle cose di Tran Anh Hung (in sala il 9 maggio).
Cosa apporta la sensibilità franco-vietnamita del regista alla storia?
«Proviene da una famiglia molto semplice, povera, del Vietnam. Arrivato in Francia ha abbracciato totalmente la nostra cultura: questo è quasi il film più francese che ho fatto, nella cucina, nella scrittura, nei dialoghi sofisticati. Mi conquista il suo modo raffinato di affrontare i sentimenti, l’indipendenza delle donne. Sua moglie, Tran Nu Yên Khê ha curato gli accessori, i costumi, i fiori. Sono una coppia sintonica».
Juliette Binoche con Benoît Magimel nel film Il gusto delle cose (La passion de Dodin Bouffant) di Tran Anh Hùng
Com’è stato condividere il set con il suo ex marito?
«Ero nervosa all’inizio. Non sapevo come sarebbe andata. E il primo giorno di prove c’era un po’ di tensione, ho pensato che il film sarebbe stato un incubo. Il giorno dopo ci siamo salutati, baciati, abbiamo iniziato a mangiare. E mentre entravamo nel film è diventato facile, abbiamo riso, ci siamo goduti la presenza l’uno dell’altra e l’incarnazione di quei personaggi. E per me, è stato un mezzo meraviglioso per esprimere il mio amore per lui, qualunque cosa sia accaduta. Perché l’amore è più grande, è più forte e noi siamo molto piccoli rispetto alla sua forza, che sa trasformare tutto. Ora mi sento molto in pace con lui. Non puoi risolvere tutto, puoi solo accettare che ci siano state cose che non sono andate bene. Poi perdoni e speri di essere perdonato, ti confronti e vai avanti. Abbiamo una figlia meravigliosa, Hana, è già moltissimo».
Il film è piaciuto molto negli Stati Uniti, dove è molto amata.
«Sì, ma sono anche stata dimenticata».
Lo pensa davvvero?
«Sì, almeno per quanto riguarda le nuove generazioni. A meno che non abbiano visto Chocolat. E comunque non mi riconoscono, ho incontrato una bambina con una mamma che le ha detto “vedi, quella è l’attrice di Chocolat”, e la ragazza ha risposto “no, non è lei”. Quando se ne è andata mi ha guardato con un’espressione che diceva “ma chi sei?”».
Ricordi a Hollywood?
«Tanti, e tanti amici. Ho girato tutta l’America, ho avuto anche un fidanzato lì. Quando torno mi godo ogni momento».
Sessant’anni tra una settimana.
«Sono felice di come vivo, cosa ho fatto e cosa faccio».
Ha tanti progetti. È Penelope in “ll ritorno” di Uberto Pasolini.
«Penelope rappresenta l’idea maschile, una donna che aspetta per sempre l’uomo che va in guerra, che ha tante relazioni, mentre lei è sempre lì. Pasolini la racconta in modo meno idilliaco, le regala un punto di vista forte. Vi stupirà. Uberto è un grandissimo conoscitore dell’Odissea: da vent’anni ne studia tutte le traduzioni e il contesto».
Juliette Binoche nei panni di Coco Chanel con Ben Mendelsohn in quelli di Christian Dior nella serie The new look su Apple Tv+
Nella serie “The new look” su Apple Tv+ interpreta Coco Chanel.
«Dieci episodi: significa avere tempo per svilupparla e conoscerla. Ho studiato tanto eppure è difficile capire chi fosse davvero. Perché si nascondeva dal suo passato e nascondeva i suoi lati oscuri. Ha avuto un migliaio di vite e un’energia forte, come avesse bevuto caffè fin dalla nascita, si sentiva sotto pressione. Era una grande artista, a modo suo. Girare la serie è stato come fare una maratona, il copione arrivava all’ultimo minuto e a me serviva tempo per prepararlo. Ma è stata un’avventura straordinaria».
Il suo rapporto con la cucina?
«Le nozioni di base me le ha date mamma. Che, da giovane adulta, una volta mise in forno il riso, non sapeva dovesse aggiungerci l’acqua. Così si disse che avrebbe insegnato a sopravvivere ai propri figli. Io e mia sorella vivevamo insieme, mamma viaggiava tanto, cucinavamo l’una per l’altra. Ero già brava ai fornelli a quindici anni. Ma poi ho incontrato un ragazzo italiano, il mio primo, ed è stata solo pasta per circa due anni e mezzo – carbonara, bolognese – a un certo punto non ne potevo più, ma non riuscivo a confessarglielo».
Perché il pubblico è ossessionato dai programmi di cucina?
«In un mondo che intellettualizza tutto, che è stressante, cucinare è rilassante e creativo, fisico. Una cosa che puoi condividere con altri, con cui esprimere l’amore. Per una famiglia è importante, richiede impegno e consapevolezza: comperare, tagliare, cucinare. È un atto d’amore. Viviamo in un mondo industriale e vogliamo tornare a qualcosa di bello, appagante per la tua salute, il corpo e la mente».
Ha anche a che fare con la consapevolezza ambientale.
«L’industria ci vende animali che vivono in condizioni orribili. Non si tratta di qualità, si tratta di quantità. In questo sistema si buttano le cose nella spazzatura, un mondo capovolto. Tornare a cucinare significa dare un senso a cos’è la vita. Quando hai bambini, è importante cucinare e non ordinare. In Francia, specie generazioni più anziane come la mia, abbiamo ancora questa consapevolezza. Io sono riuscita ad appassionare alla cucina i miei figli».
Questo film l’ha cambiata in cucina?
«Ho cercato di imparare sul set dallo chef Pierre Gagnaire, dal suo talento tattile. Non è il tipo “questo deve essere fatto così”: ogni ricetta è una scoperta. Mi ha insegnato che non devi mettere l’ego nel piatto, ma la generosità, la sensualità del cibo che condividi. Nel film i personaggi materializzano la propria sensualità e la propria felicità attraverso il cibo. Ma l’obiettivo di questo film non è il cibo, è come si trasforma e com’è amato. Sono i colori e gli odori che si possono quasi sentire attraverso lo schermo».