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Seattle: cosa resta del sogno


Corteo di protesta per le strade di Seattle nel 1999

 
Negli anni Novanta divenne l’epicentro dell’american dream. La capitale della musica e della tecnologia. Da Bill Gates ai Pearl Jam: se ne sono andati tutti
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Pure Jeff Bezos se n’è andato. Con un video vecchio di trent’anni postato su Instagram – un sé stesso più giovane e con più capelli racconta il futuro da uno stanzone colmo di mercanzie – l’uomo più ricco del mondo ha annunciato a novembre la decisione di stabilirsi in Florida e abbandonare Seattle: la città dove il 5 luglio 1994 fondò il colosso dell’e-commerce Amazon nel garage di una casa a schiera sulla 28esima strada. A 15 minuti d’auto da lì, solo tre mesi prima il leader dei Nirvana Kurt Cobain si era sparato in testa nella serra di un villino affacciato sul Lago Washington. In mancanza di una tomba i fan ancora lo piangono su una panchina coperta di incisioni che ne fronteggia le mura.

Se il cielo grigio che usualmente copre la città come un velo lo permette, da quel luogo basta alzare lo sguardo per intravedere, dall’altro lato del bacino artificiale, il perimetro della tecnologica “Xanadu”: la dimora dove Bill e Melinda Gates – sposatisi il 1° gennaio proprio di quello ste…

Pure Jeff Bezos se n’è andato. Con un video vecchio di trent’anni postato su Instagram – un sé stesso più giovane e con più capelli racconta il futuro da uno stanzone colmo di mercanzie – l’uomo più ricco del mondo ha annunciato a novembre la decisione di stabilirsi in Florida e abbandonare Seattle: la città dove il 5 luglio 1994 fondò il colosso dell’e-commerce Amazon nel garage di una casa a schiera sulla 28esima strada. A 15 minuti d’auto da lì, solo tre mesi prima il leader dei Nirvana Kurt Cobain si era sparato in testa nella serra di un villino affacciato sul Lago Washington. In mancanza di una tomba i fan ancora lo piangono su una panchina coperta di incisioni che ne fronteggia le mura.

Se il cielo grigio che usualmente copre la città come un velo lo permette, da quel luogo basta alzare lo sguardo per intravedere, dall’altro lato del bacino artificiale, il perimetro della tecnologica “Xanadu”: la dimora dove Bill e Melinda Gates – sposatisi il 1° gennaio proprio di quello stesso, movimentatissimo 1994 – hanno convissuto prima dell’aspro divorzio. Lui ha mantenuto la residenza, anche se trascorre la maggior parte del tempo in California. A dirla tutta, qui è rimasto solo Eddie Vedder. Vive ancora nella casa sulla 44esima strada (nel tempo rimaneggiata per meglio rispondere alle esigenze di una rockstar) acquistata nel 1993, tre anni dopo essere approdato qui dalla California e aver fondato con due musicisti locali – Stone Gossard e Jeff Ament - i Pearl Jam.

Eccola Seattle, la remota città portuale sulla costa nord-occidentale degli Stati Uniti, che negli anni Novanta divenne l’epicentro di un nuovo sogno americano, contemporaneamente capitale del dot.com e della musica grunge. Amazon, Microsoft, e pure le caffetterie Starbucks col logo di sirena che negli anni Ottanta colonizzarono l’America, sono nate qui. Come d’altronde la Boeing fondata nel 1916 che grazie alle commesse della Seconda Guerra Mondiale contribuì a trasformare la città “boscaiola” – l’economia basata sul commercio del legname – nella “company city” che è ancora e lo skyline caratterizzato da orizzontali edifici in mattoni rossi in verticali grattacieli di vetro. Nell’ultimo decennio del secolo scorso sembrava essere l’epicentro di un mondo diverso. E di sicuro contribuì a forgiare un immaginario puro d’intenti eppur maledetto, grazie a serie tv diventate di culto come Frasier e Twin Peaks e soprattutto ai prodigi musicali di Nirvana e Pearl Jam: capofila di quel grunge di cui Seattle diventò capitale. Con buona pace del fatto che all’inizio il termine aveva il mero scopo di descrivere la qualità “grezza” e “sporca” di una musica registrata con pochi mezzi in studi indipendenti. E che solo successivamente – grazie a dettagli fantasiosi aggiunti da pr e giornalisti – ha finito per definire una generazione “scontenta”, “disperata”, “abbrutita” da droghe e disoccupazione come nelle canzoni dei primi Nirvana, e caratterizzata da un abbigliamento tutto camicie a scacchi e Converse sdrucite che solo più tardi si capì essere stata forzata per esigenze di marketing. Una generazione che avrebbe avuto il suo canto di cigno nel movimento no-global e negli scontri del novembre 1999: quando nella manifestazione contro la conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio organizzata in città si infiltrarono i Black Bloc e marchi come Gap e Starbucks furono presi d’assalto.

Di quella Seattle oggi resta poco: il grunge spolpato e imbellettato dagli innumerevoli tour turistici. Eppure, a tirar giù un’immaginaria playlist della Emerald City - la “città smeraldo” per il verde delle sue oasi naturalistiche – si resta sorpresi dalla complessità dei suoi intrecci. Parte da qui, ad esempio, la parabola di Bing Crosby, nato a Tacoma, 50 chilometri a sud di Seattle, autore di quel White Christmas che è ancora il singolo più venduto di sempre. E sempre qui, nell’immediato dopoguerra, dopo cinque interminabili giorni di bus giunse diciasettenne Ray Charles dopo aver «chiesto a un amico di trovare sulla mappa il luogo più lontano dalla Florida dove vivevo senza fortuna». Diventerà presto una celebrità locale grazie al McSon Trio che contribuisce a fondare, prima black band ad avere uno show televisivo tutto per sé. Conobbe così l’amico Quincy Jones, un quindicenne altrettanto talentuoso, figlio di un falegname del porto: nel tempo sarebbe diventato uno dei compositori e produttori musicali più celebri al mondo (fra i tanti, produsse Thriller, l’album di Michal Jackson insuperato campione d’incassi). Insieme collaborarono a tre album. Da Seattle, è ormai il 1961, parte, anzi fugge il nativo Jimi Hendrix che con la città avrà sempre un rapporto complesso. Tornerà poco (l’ultima volta nella bara) e in almeno un’occasione, nonostante sia già una star, per un disastroso concerto: agitato dalla presenza dei familiari in prima fila.

Seguiranno due decenni, lo scrive Claudio Todesco nel suo Grunge, il rock dalle strade di Seattle (Arcana) in cui «l’idea che la città potesse diventare capitale della musica non era un sogno né un miraggio. Era semplicemente inimmaginabile». Ma, spiega dopo aver intervistato decine di artisti della scena locale, proprio il suo essere città “sonnacchiosa”, fuori dalle mappe del rock e dove vigevano regole severe (fra 1985 e 2002 la Teen Dance Ordinance limitò fortemente l’accesso ai minori di 21 anni alla vita notturna cittadina) portò all’emergere, nella seconda metà degli anni ’80, di quello stile “local” con radici nel punk e nel metal poi chiamato grunge. I cui prodromi furono le band scritturate dall’etichetta indipendente Sub Pop che nei suoi studi improvvisati produsse brani dei Green River (da cui nasceranno i Pearl Jam) Mudhoney, Soundgarden, Tad e i primissimi Nirvana. Dalle ceneri di questi, ormai è storia, dopo la morte di Cobain nacquero i Foo Fighters del batterista Dave Grohl. Mentre ultimo figliol prodigo del Seattle Sound è certo il rapper Macklemore. Dopo il successo di Thrift Shop del 2014 ha avuto – anche lui – problemi di droga. Un anno fa è tornato con Ben: “This is my Moment / they can’t take my talent”, non possono strapparmi il mio talento, canta. Quasi un nuovo inno per la città scontenta.

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