Edmund Sumner, cortesia del Qatar Museum
Doha: il dolce stile del deserto
di Brunella TorresinDOHA, QATAR
Design Doha, unica biennale al mondo interamente consacrata all’universo creativo arabo, è il nuovo primato che va ad aggiungersi ai molti già collezionati dal Qatar. Fino all’estate una costellazione di mostre collettive e monografiche celebra la scena contemporanea e le arti applicate delle nazioni del Medio Oriente, del Nord Africa e del Golfo Persico. Per Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, sorella dell’emiro regnante e dal 2006 alla guida di Qatar Museums, questa prima biennale è semplicemente qualcosa che mancava: «Nella nostra regione esistono troppo poche piattaforme che permettano ai designer di far conoscere il proprio lavoro», ha spiegato. Quando invece «i talenti di dimostrata eccellenza sono così numerosi». Qatar Museums è la potente istituzione che governa lo sviluppo culturale del paese; dopo avere affidato negli anni scorsi a siderali artisti e architetti occidentali esposizioni temporanee e musei permanenti, ora, lasciati alle spalle i Mond…
DOHA, QATAR
Design Doha, unica biennale al mondo interamente consacrata all’universo creativo arabo, è il nuovo primato che va ad aggiungersi ai molti già collezionati dal Qatar. Fino all’estate una costellazione di mostre collettive e monografiche celebra la scena contemporanea e le arti applicate delle nazioni del Medio Oriente, del Nord Africa e del Golfo Persico. Per Sheikha Al Mayassa bint Hamad bin Khalifa Al Thani, sorella dell’emiro regnante e dal 2006 alla guida di Qatar Museums, questa prima biennale è semplicemente qualcosa che mancava: «Nella nostra regione esistono troppo poche piattaforme che permettano ai designer di far conoscere il proprio lavoro», ha spiegato. Quando invece «i talenti di dimostrata eccellenza sono così numerosi». Qatar Museums è la potente istituzione che governa lo sviluppo culturale del paese; dopo avere affidato negli anni scorsi a siderali artisti e architetti occidentali esposizioni temporanee e musei permanenti, ora, lasciati alle spalle i Mondiali di calcio del 2022 e mentre è in corso l’Expo sulla sostenibilità ambientale, con Design Doha si prefigge proprio questo obiettivo. Cioè sostenere la ricerca e il lavoro dei designer arabi - nell’arredo, in architettura, nella grafica, nella moda - offrendo mostre, formazione, scambi, incubatori d’impresa, premi, mercati globali. E, non da ultimo, far sì che «un giacimento di energia creativa», così l’hanno definito, si affianchi ai giacimenti di combustibili fossili sui quali il piccolo emirato del Golfo Persico ha costruito la propria immensa ricchezza.
Con la direzione artistica di Glenn Adamson, critico e curatore statunitense a Londra, la biennale anima vari luoghi del nuovo distretto del design, il Msheireb, un quartiere ecosostenibile di isolati chiari che non superano i cinque piani, servito da un tram elettrico e in questa stagione affollato di locali e gallerie che invitano a passeggiare, fare shopping e stare all’aperto. A iniziare dall’M7, l’edificio epicentro dell’industria creativa, dove le mostre da visitare sono cinque. L’esposizione intorno alla quale tutto ruota è Arab Design Now, allestita all’M7 fino al 5 agosto: è curata da Rana Beiruti, giordana di nascita e fondatrice della Design Week di Amman. Beiruti non si è limitata a selezionare 74 singoli professionisti e studi, emergenti e midcareer, dal Marocco fino agli Emirati Arabi Uniti e all’Iraq, ma ha commissionato una quarantina di nuovi lavori, sollevando i rispettivi autori da ogni contingenza economica. Prima sorpresa: degli oltre settanta designer cinquanta sono donne, una presenza massiccia (così come è massiccia la presenza di curatrici, educatrici e responsabili in tutte le istituzioni di Qatar Museums). Cosa significa creare oggi nella nostra regione?, si è domandata e ha domandato loro Rana Beiruti. Quali sono le geografie culturali, le comunità, le storie e sì, anche le preoccupazioni, di cui il talento, la creatività e la maestria si fanno interpreti? In risposta, dall’incontro tra design, artigianato e arte contemporanea di paesi che conosciamo per le contraddizioni e i conflitti che li hanno insanguinati e li insanguinano tuttora - il Qatar ospita i negoziati per il rilascio degli ostaggi israeliani e il cessate il fuoco a Gaza -, affiorano bellezza, lirismo, invenzione, rigore e ricerca di forme, persino humour.
Copyright Amine Asselman
I designer selezionati si distinguono per caratteri originali come l’uso di materiali che appartengono alla tradizione e al paesaggio naturale dei loro paesi (terracotta, ceramica, vetro, rafia, pietra, legno, cuoio, lana, seta), oggi entrambi, tradizione e paesaggio, a rischio di estinzione. Oppure per i legami che li uniscono a particolari comunità, o perché interpretano la cultura e la spiritualità islamica, o perché, infine, sposano saperi antichi, rituali, e tecnologie di ultima generazione. In Arab Design Now questi caratteri originali dialogano con la cultura europea dischiudendo inattesi risultati di contaminazione. Aline Asmar d’Amman, ad esempio, è un’architetta di origine libanese che ha fondato un proprio studio a Parigi ed espone alcune creazioni intitolate The Memory of Stones. Crea arredi con blocchi di marmo italiano scartati perché imperfetti, lavora in stretto contatto con il laboratorio Morseletto di Vicenza ed è coinvolta nella riqualificazione di Palazzo Donà Giovanelli di Venezia, che diventerà l’Orient Express Hotel.
Tra Venezia e Beirut vivono anche le sorelle Tessa e Tara Sakhi, fondatrici dello studio T-Sakhi: hanno allestito una installazione, Whispers from the Deep, nell’ampio montacarichi che conduce i visitatori dal primo al secondo piano della mostra. Immersa in una luce azzurra, oceanica, è composta da una serie di vetri realizzati a Murano, ma ci ricorda che la lavorazione della pasta vitrea riconduce ai Fenici. Dima Srouji, architetta e designer palestinese che vive a Londra, con vetro colorato e pietra grigia realizza sculture e grandi bassorilievi che evocano scavi archeologici e monumenti della sua terra, la Palestina: Transparent Histories, l’opera esposta, è ispirata a Il Campo Marzio dell’antica Roma di Piranesi. Un altro esempio ancora: i pavimenti in ceramica di Amine Asselman, nato in Marocco, sono mosaici di piccole mattonelle di diverse forme e colori, nello stile dello zellige, il cui disegno ricorda Escher, il quale del resto era rimasto affascinato dalla tassellazione moresca dell’Alhambra di Granada. L’energia creativa non riconosce frontiere, né geografiche né di epoche.
Design Doha guarda all’Europa in molte altre maniere. Entro l’anno verrà inaugurata anche la Qatar Preparatory School, la prima scuola professionale di design del paese: ha sede nei 2.300 metri quadrati di un ex collegio maschile e Qatar Museums ne ha affidato la progettazione al francese Philippe Stark. Il direttore della QPS è Thomas Modeen, designer finlandese che si è formato al Royal College of Art di Londra e risiede tra Kuwait City e Doha. L’olandese Joris Laarman, al quale Design Doha ha commissionato una monumentale, sinuosa opera di arredo urbano, Doha Dragon, è anche il mentore delle avveniristiche possibilità che la tecnologia di stampa tridimensionale Mx3D, da lui messa a punto, può offrire sul piano della sostenibilità dei processi e dei materiali di produzione. Ma soprattutto nel futuro dell’industria creativa qatarina un ruolo di primo piano lo sta giocando l’Italia. Italia e Qatar hanno creato una piattaforma e un marchio condivisi, “FROMM.”, guidato da Alia Rachid e Luca Fois, un ponte tra Milano e Doha, che promuove i designer qatarini di nascita o residenti, agendo inoltre come incubatore d’impresa. Il Qatar, d’altronde, da dieci anni è proprietario di Valentino e di Missoni; nelle gallerie e nelle boutiques di Msheireb nulla è più richiesto del made in Italy.