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Yue Minjun, "Blue sky and white clouds" (AFP via Getty Images)

 

Emoji: ecco perché ci piacciono tanto

Fin dai tempi dei geroglifici, gli uomini inventano linguaggi non verbali per raccontare la gamma dei sentimenti. Così, dalla pittura di Caravaggio fino ai murales di Kenny Scharf si arriva alle “faccine” dei cellulari. L’ultimo modo per mostrare empatia
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A ogni nuovo aggiornamento iOS per iPhone, il mondo intraprende una sorta di rito collettivo: aggiornati i propri dispositivi, gli utenti aprono la app di messaggistica per scoprire la più recente selezione di emoji. Ogni nuovo lancio, infatti, suscita domande incalzanti, tra cui: quali nuovi frutti hanno debuttato digitalmente e sono disponibili per usi espressivi? Quali nuovi gesti delle mani o espressioni facciali? Spesso questi pittogrammi fungono da stenografia delle emozioni — si pensi alle faccine sorridenti che lanciano un bacio a forma di cuore — che riempie il vuoto espressivo dei messaggi di testo.

Pur avendo preso d’assalto le nostre vite soltanto negli ultimi anni, gli antenati più vicini alle emoji risalgono a molto più di un secolo fa. Le emoticon sono state usate fin dagli anni Ottanta dell’Ottocento: all’epoca erano definite “arte tipografica” e rappresentavano un repertorio più circoscritto di emozioni umane. È all’interno di questo contesto che si è affermato lo st…

A ogni nuovo aggiornamento iOS per iPhone, il mondo intraprende una sorta di rito collettivo: aggiornati i propri dispositivi, gli utenti aprono la app di messaggistica per scoprire la più recente selezione di emoji. Ogni nuovo lancio, infatti, suscita domande incalzanti, tra cui: quali nuovi frutti hanno debuttato digitalmente e sono disponibili per usi espressivi? Quali nuovi gesti delle mani o espressioni facciali? Spesso questi pittogrammi fungono da stenografia delle emozioni — si pensi alle faccine sorridenti che lanciano un bacio a forma di cuore — che riempie il vuoto espressivo dei messaggi di testo.

Pur avendo preso d’assalto le nostre vite soltanto negli ultimi anni, gli antenati più vicini alle emoji risalgono a molto più di un secolo fa. Le emoticon sono state usate fin dagli anni Ottanta dell’Ottocento: all’epoca erano definite “arte tipografica” e rappresentavano un repertorio più circoscritto di emozioni umane. È all’interno di questo contesto che si è affermato lo statunitense Kenny Scharf, salito alla ribalta con i suoi iconici murales a New York negli anni Settanta e Ottanta e con opere traboccanti di un’ampia gamma di creature caratterizzate da espressioni facciali azzardate, originali ed essenziali. Molte sue illustrazioni presentano volti fumettistici raffiguranti un ampio ventaglio di emozioni esasperate. Questa pratica è sintetizzata nella serie MOODZ, ancora in lavorazione, che secondo l’artista riflette «aspetti della sua stessa personalità». Scharf racconta che sente la necessità di scaricare così la sua aggressività. Altre facce «riflettono la sua esuberanza e il suo amore per la pittura».

Riferendosi a MOODZ, Scharf dice che «in sostanza, il processo è semplice come la parola mood. È soltanto uno stato d’animo. Mi metto davanti alla tela, percepisco uno stato d’animo e inizio a lavorare». Vista dalla lunga prospettiva della storia delle arti visive, la sua iconografia facciale rientra nel lessico dei pittogrammi emozionali. Scharf è accurato nell’articolare le emozioni dell’individuo e riecheggia l’antica tradizione del linguaggio pittografico. L’indicizzazione per lui è importante. Spiega: «Mi siedo e con i titoli catalogo le emozioni dei miei dipinti».

Normalmente, le emozioni sono divise in gruppi. La classificazione delle emozioni sostiene che sono costrutti che possono essere compresi come un insieme collettivo. Come è noto, lo psicologo americano Paul Elkman studiò e classificò le emozioni e il loro rapporto con le espressioni del volto, individuando in un primo tempo sei categorie distinte: rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e stupore.

Del resto, dal Rinascimento in poi gli artisti hanno espresso le emozioni universali per mezzo delle espressioni facciali. Anticipando la nascita delle emoji e lavorando sulla scia di Elkman, Scharf ha messo a punto una sorta di glossario visivo, sintetico ma ricercato, dell’ampia gamma di stati d’animo del genere umano. Così facendo è stato un po’ un pioniere nelle sue creazioni di un linguaggio visivo completo di illustrazioni emozionali, anticipando di decenni il momento in cui la tecnologia avrebbe avuto bisogno delle emoji per riempire il baratro creato da una connessione sempre disponibile e superficiale. La sua gamma di immagini offre un linguaggio visivo universale, benché stravagante, per comprendere le relazioni umane con l’espressione e i sentimenti.

L'urlo di Edvard Much  (1893)

 

Forse l’esempio più noto di linguaggio visivo pittografico è quello dei geroglifici. Anche gli analfabeti riuscivano a identificare e comprendere alcuni simboli semplici ma gli scribi dovevano lavorare seguendo rigidi protocolli e dimostrando eccellenti abilità. In seguito, le iscrizioni dell’Antico Egitto si modificarono, evolvendosi nell’asciutta efficienza del primo alfabeto composto da una ventina di caratteri, che poterono essere insegnati e scritti con facilità; questo portò a un’esplosione delle comunicazioni. Scharf è particolarmente ricercato nella sua esplorazione contemporanea di questa antica tradizione del linguaggio pittografico, abbinata a un’arte visiva più recente — risalente al millennio scorso — di raffigurazione delle emozioni. Fin da quando ci sono state raffigurazioni della bellezza, della gioia e della grazia, ci sono state anche raffigurazioni della collera, dell’odio e della rabbia. Nell’arte antica le espressioni facciali in genere non coincidevano con l’austerità delle emozioni mitologiche rappresentate. Nella Medea di Euripide, per esempio, la protagonista è a tal punto sopraffatta dalla rabbia per l’infedeltà del marito da uccidere i suoi figli. La rabbia di Medea, tuttavia, compare di rado nelle raffigurazioni premoderne del personaggio, compreso un affresco del I secolo d.C. nel sito archeologico di Pompei.

Soltanto dal Rinascimento in poi la pittura figurativa e la ritrattistica evidenziano le caratteristiche delle espressioni facciali ostili e adirate osservate da Paul Elkman nella sua ricerca. Nel dipinto di Eugène Delacroix del 1838, Medea in procinto di uccidere i suoi figli nel volto esasperato del personaggio si legge la sua rabbia. Un’altra versione dell’ira si nota in una tela di Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne (1620) In quest’opera, Giuditta e la sua domestica aggrediscono la vittima, l’invasore Oloferne, signore della guerra assiro, e insieme gli affondano nel collo una spada. Questi sono soltanto due esempi di rappresentazioni della rabbia nella ritrattistica.

Il disgusto è stato spesso considerato in contrapposizione con i nobili scopi dell’arte visiva. Nella Critica del giudizio, Immanuel Kant afferma che “soltanto una specie di bruttezza non può venire rappresentata in modo conforme alla natura senza demolire ogni compiacimento estetico e dunque la bellezza artistica: quella, cioè, che suscita disgusto”. Eppure nel corso degli ultimi secoli molti artisti hanno cercato di suscitare disgusto sia con il contenuto sia con la forma della loro produzione, come nel dipinto Saturno che divora i suoi figli (1819-1823) di Francisco Goya o in Giuditta decapita Oloferne (1599) di Caravaggio.

Nella storia dell’arte molte opere significative sono il prodotto della paura, che si sprigiona sia dagli artisti sia dai loro soggetti, intrinsecamente collegata al trauma. Le esperienze traumatiche, così come le descrive Freud in Al di là del principio di piacere, sono “eccitamenti che provengono dall’esterno e sono abbastanza forti da spezzare lo scudo protettivo” ed entrare nella psiche, provocandone la rottura. Una delle opere d’arte più importanti in questo senso è L’urlo di Edvard Munch del 1893, sinonimo di angoscia, ansia e paranoia. L’orribile volto che si scioglie e si squarcia nello Studio dal ritratto di Papa Innocenzo X di Velázquez dipinto da Francis Bacon nel 1953 trasmette spavento e angoscia.

Franciscoy Goya, Saturno divora i suoi figli (1746-1828)

 

Una delle emozioni più comunemente rappresentate è poi la gioia: poiché lo scopo fondamentale dell’arte è permettere la catarsi, le emozioni positive ne sono spesso il tema principale. Nell’arte visiva, tuttavia, le espressioni facciali sono un segnale meno diretto della gioia. I sorrisi a bocca aperta e con i denti in mostra sono stati considerati sconvenienti per buona parte della storia dell’arte occidentale. Fino alla fine del XIX secolo, il sorriso eccessivo era ritenuto indicatore di pazzia, ubriachezza e immaturità. Dipinti e fotografie esprimevano la gioia in modo sommesso, con una misurata increspatura all’insù delle labbra del soggetto ritratto. Lo si può constatare nel volto della famosa attrice Sarah Bernhardt in uno scatto di Nadar, nel quale Bernhardt rivela solo un vago accenno di contentezza. Sfuggenti accenni alla gioia si notano anche in Place de la Concorde (1875) di Edgar Degas, in cui una ragazzina osserva una scena urbana con espressione contenta. Grazie alle forme di modernismo che si sono avvicendate e alla democratizzazione della fotografia, le manifestazioni facciali della gioia si possono reperire oggi tuttavia in ogni tipo di arte contemporanea, incluso il dipinto di Yue Minjun del 2013 Blue Sky and White Clouds.

L’esperienza umana è dicotomica: luce e oscurità, gioia e tristezza. Per quanto ci sforziamo di raggiungere la felicità, è inteso che nella nostra vita, frequentemente o di rado, dolore e infelicità faranno la loro comparsa. Questa dicotomia è riflessa nel canone dell’arte. Nella Zattera della Medusa di Théodore Géricault (1818-19) lo sconforto nelle espressioni dei naufraghi sulla zattera non deriva da un turbamento interiore ma è l’esito dell’aver fatto naufragio e di essere costretti al cannibalismo dei compagni. Altrettanto famosi sono i volti depressi dipinti da Picasso nel suo Periodo Blu, dal 1900 al 1904. Naturalmente, la tristezza è stata per molto tempo una componente tematica significativa dell’arte visiva, molto prima del periodo moderno; la Pietà di Michelangelo del 1498, per esempio: nel volto scolpito della Vergine si leggono compassione, senso di impotenza, perdita.

Nella gamma delle emozioni, lo stupore occupa uno spazio liminale, tra sorpresa e paura. Nella storia dell’arte, molte opere hanno suscitato il senso del sublime, una versione dello stupore, con temi che trascendono la condizione mortale umana, dalla fede all’amore al terrore. La pittura di paesaggio di Albert Bierstadt è esemplare di questo genere di maestosità visiva. Altre opere mostrano lo stupore nell’espressione del viso dei soggetti ritratti, come il capolavoro del 1853 di William Holman Hunt Il risveglio della coscienza, dove la mantenuta di un uomo agiato guarda fuori dalla finestra con un’espressione di rivelazione spirituale sul volto.

Come il sistema di classificazione delle emozioni di Elkman — e come la varietà di espressioni artistiche qui evocate — l’iconografia di Scharf attesta che di rado le emozioni esistono come singoli stati affettivi o psicologici. La nostra emotività è tanto complicata quanto intricata ed è possibile avere emozioni contrastanti in contemporanea o in rapida sequenza. Ora che la tecnologia interviene sempre più di frequente nella nostra esperienza, le connessioni e le interazioni emotive hanno luogo sempre più spesso nel mondo virtuale. La natura alienante della tecnologia, dal tempo eccessivo che si trascorre sugli schermi ai social media — ha creato una diffusa sensazione di isolamento sociale, malgrado la sensazione pressoché costante di connessione. L’arte permette di sperimentare la sensazione spesso elusiva dell’empatia, la reazione emotiva profondamente umana che ci fa provare quello che provano gli altri. Il mondo delle illustrazioni di Scharf, meticolosamente costruito, conferisce fisicità al digitale e offre un punto di incursione per sperimentare tale empatia condivisa nella nostra nuova epoca mediata dalla tecnologia. In effetti, Scharf è stato una sorta di ideatore delle emoji contemporanee e nelle sue opere abbiamo scoperto le emoji “originali”.

Traduzione di Anna Bissanti

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