Noi donne, suffragette per sempre
di Felicia KingsleyAlarm Stock Photo
Il pennino di Elin Wägner è un romanzo scritto nel 1910 e ambientato in Svezia. Breve ma intenso, nonostante abbia compiuto oltre un secolo, risulta ancora oggi molto attuale e le parole dell’autrice risuonano con – a volte perfino dolorosa – contemporaneità.
La protagonista è Barbro Magnus, ma di rado nel testo la incontriamo con il suo nome di battesimo, bensì col soprannome di “Pennino”.
La parola “Pennino” la descrive nella maniera più precisa e completa: ha una figura sottile, a tratti androgina, slanciata e spigolosa, come un pennino. Le sue parole, quando sfidata, sono sempre pungenti, come la punta di un pennino; il suo pensiero è acuto, come un pennino.
Barbro-Pennino è una DCA, acronimo di donna colta autosufficiente, un autentico manifesto di quella che lei e le sue compagne auspicano sia la donna del Novecento.
Il neonato secolo già porta in sé venti di cambiamento e le protagoniste di questa storia al femminile sono del tutto determinate a navigarlo a vele spiegate, a…
Il pennino di Elin Wägner è un romanzo scritto nel 1910 e ambientato in Svezia. Breve ma intenso, nonostante abbia compiuto oltre un secolo, risulta ancora oggi molto attuale e le parole dell’autrice risuonano con – a volte perfino dolorosa – contemporaneità.
La protagonista è Barbro Magnus, ma di rado nel testo la incontriamo con il suo nome di battesimo, bensì col soprannome di “Pennino”.
La parola “Pennino” la descrive nella maniera più precisa e completa: ha una figura sottile, a tratti androgina, slanciata e spigolosa, come un pennino. Le sue parole, quando sfidata, sono sempre pungenti, come la punta di un pennino; il suo pensiero è acuto, come un pennino.
Barbro-Pennino è una DCA, acronimo di donna colta autosufficiente, un autentico manifesto di quella che lei e le sue compagne auspicano sia la donna del Novecento.
Il neonato secolo già porta in sé venti di cambiamento e le protagoniste di questa storia al femminile sono del tutto determinate a navigarlo a vele spiegate, a partire dalla conquista del diritto di voto.
Finlandia e Norvegia lo avevano già concesso alle donne nel 1907, seguite dalla Danimarca nel 1908, così i movimenti per il suffragio svedesi si rafforzano per raggiungere lo stesso successo dei Paesi vicini. Nonostante l’impegno, le donne svedesi devono attendere fino al 1921 per poter stringere un pennino – ancora un’altra lettura del titolo – ed esprimere il loro voto.
Le coscienze degli altri Paesi europei si risveglieranno solo più tardi, al termine della Seconda guerra mondiale, per riconoscere il suffragio femminile. Per l’Italia parliamo del 1946.
A ogni modo, ci tengo a precisare che la definizione di donna colta e autosufficiente non va presa come imposizione, o un dichiararsi migliori di altre, ma nasce dal bisogno di liberare l’universo femminile dalla gabbia invisibile che lo imprigiona.
Le informazioni, infatti, vengono dosate con il contagocce dagli uomini, perché i temi di attualità non devono offuscare le menti femminili.
A esempio di ciò, riporto che, nel primo capitolo, una delle protagoniste ammette di aver saputo solo di recente dello scioglimento dell’Unione tra Svezia e Norvegia (avvenuto ben un lustro prima, nel 1905), tanto per capire quanta disinformazione ci fosse.
Non solo, anche l’autosufficienza economica è una conquista fondamentale per le suffragette, perché le donne non siano più legate agli uomini – che siano padri o mariti – per avere una casa, per avere denaro in tasca e dunque libertà.
Tuttavia, emerge un altro aspetto: non sono solo gli uomini a negare il diritto di voto alle donne, bensì le donne stesse.
In particolare quelle appartenenti ai ceti più abbienti, quelle che nel loro privilegio non hanno necessità, non subiscono soprusi nei luoghi di lavoro, non percepiscono un bisogno di cambiamento perché nel loro quotidiano non manca nulla o, comunque, qualcuno provvede a procurarlo.
È dal “basso” che si sente il bisogno di cambiamento. Lo avvertono quelle donne che il destino ha lasciato sole, senza o con pochi mezzi, magari con dei figli da crescere e che si confrontano ogni giorno con le storture della società in cui vivono e che a tutti sembra andare bene. E l’unico modo per farsi ascoltare è il voto.
Ma senza le donne dell’alta società, quelle i cui mariti “contano”, come è possibile dare voce a un movimento? Perché fintantoché ci sarà una sola donna convinta di non aver bisogno di votare perché «tanto vota già mio marito», gli uomini daranno ascolto solo a lei e non alle dieci-cento-mille che chiedono l’accesso alla cabina elettorale.
Non è un caso che in molti Paesi, prima di arrivare a un reale suffragio femminile, si fosse concesso il voto solo alle donne sposate, perché si pensava che votassero a seconda del suggerimento del marito e che quindi nulla avrebbe cambiato lo status quo.
Il pennino, dunque, è un’opera profonda e contemporanea che ha anche diversi punti di tangenza con la vita dell’autrice: anche lei, come la protagonista, è una convinta attivista per il suffragio, giornalista, una tra le prime ambientaliste a sostenere che sia l’essere umano ad adeguarsi ai cicli, ai tempi e ai modi della natura e non viceversa, è tra le fondatrici di una scuola di formazione di educazione civica per le donne, per permettere loro di prendere coscienza del contesto sociale-politico-economico in cui vivono e di come hanno il potere di incidere su di esso.
Il pennino è una storia di amicizia tra donne, di come nasce una fabbrica di idee, ma anche un vivace promemoria di quanta strada abbiamo fatto, ma soprattutto di quanta ancora ve ne sia da fare e di come il passato riecheggi sempre nel presente. Per questo, come dicevo all’inizio, nonostante questo romanzo sia stato scritto nel 1910, è ancora attualissimo.
E ora sono curiosa di leggere anche Ragazze di città, sempre di Elin Wägner.
Elin Wägner, Il pennino, HarperCollins.Traduzione Valeria Gorla, pagg. 272, euro 15.
Voto 8.5/10