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Ferzan Ozpetek: “Scrivere è un esercizio sulla felicità”

Ferzan Ozpetek

 
Il regista de “Le fate ignoranti” torna al romanzo. Una storia in cui il cinema resta “il confine tra vita immaginata e vita reale, entrambe da portare avanti”
4 minuti di lettura

La felicità… È fatta di pochi attimi. Ma è così difficile rendersene conto al presente. Quasi sempre ne parliamo all’imperfetto: ah, com’ero felice!». La parola “felicità” non imbarazza Ferzan Ozpetek, che nel nuovo romanzo – Cuore nascosto (Mondadori, in libreria da martedì) – lascia porre a un personaggio una serie di domande al riguardo: «Che cos’è la felicità? Uno stato perenne di euforia? La gratitudine di essere vivi nonostante tutto? L’accontentarsi di ciò che si ha, qualsiasi cosa sia?». La voce è quella di una donna, Irene, che prima di morire lascia un’eredità imprevista alla nipote Alice. Un’eredità materiale – un ampio appartamento nel centro storico di Roma – e un’altra immateriale: fatta di storie, di consigli, di passioni. Dentro una stanza segreta di quella casa sono custoditi dipinti misteriosi, tracce di un grande amore e diverse indicazioni esistenziali. La presenza-assenza di Irene nella vita di Alice, giovane aspirante attrice negli anni Novanta, sarà decisiva: ta…

La felicità… È fatta di pochi attimi. Ma è così difficile rendersene conto al presente. Quasi sempre ne parliamo all’imperfetto: ah, com’ero felice!». La parola “felicità” non imbarazza Ferzan Ozpetek, che nel nuovo romanzo – Cuore nascosto (Mondadori, in libreria da martedì) – lascia porre a un personaggio una serie di domande al riguardo: «Che cos’è la felicità? Uno stato perenne di euforia? La gratitudine di essere vivi nonostante tutto? L’accontentarsi di ciò che si ha, qualsiasi cosa sia?». La voce è quella di una donna, Irene, che prima di morire lascia un’eredità imprevista alla nipote Alice. Un’eredità materiale – un ampio appartamento nel centro storico di Roma – e un’altra immateriale: fatta di storie, di consigli, di passioni. Dentro una stanza segreta di quella casa sono custoditi dipinti misteriosi, tracce di un grande amore e diverse indicazioni esistenziali. La presenza-assenza di Irene nella vita di Alice, giovane aspirante attrice negli anni Novanta, sarà decisiva: tanto quanto il segreto che le cambierà lo sguardo sul passato e sul futuro.

Perché ci imbarazza tanto la parola felicità?

«Forse perché pronunciandola rischiamo di perderla. Ma anche perché se in questo momento penso alle enormi sofferenze che stanno vivendo esseri umani come me, mi vergogno all’idea di poter essere felice. Detto questo, non mi piacciono certi “sinonimi” come – faccio un esempio – l’aggettivo sereno. È una parola che detesto».

La ragazza Alice, nel suo romanzo, insegue il suo sogno di felicità attraverso il cinema. Ma il primo contatto con quel mondo è deludente.

«È stato così anche per me, all’inizio. Ho prestato ad Alice alcune mie esperienze, ma d’altra parte nel mio lavoro uso continuamente cose della mia vita. Lei arriva agli studi De Paolis, a Roma, sulla Tiburtina, carica di aspettative e incontra personaggi rozzi e squallidi. Io stesso, all’inizio degli anni Ottanta, feci l’assistente volontario sul set di un film di Troisi. A chi mi chiedeva come fosse andata nei primi giorni, rispondevo: benissimo! Ma in realtà ero più che deluso, mi facevano portare tè e biscotti, parlavo con gente che si dava arie incredibili e non contava nulla. Poi qualcosa è cambiato, anche grazie al rapporto con Troisi. A ogni modo, nonostante le delusioni, tornerei di corsa a quei giorni. Ed è grazie a quell’esperienza che ho capito cos’è il cinema».

Una scena da Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Ozpetek 

 

Una scena da Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Ozpetek

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Cioè?

«Alla fine di una giornata sul set. Aprono le porte dello studio: fuori era notte, dentro c’era la luce artificiale di un interno giorno. Era questo il cinema: quel confine fra luce e buio, tra una realtà e l’altra, la vita immaginata e la vita reale, entrambe da portare avanti».

L’eccentrica zia Irene incoraggia costantemente Alice («chiediti sempre cosa ti rende felice»), la spinge a continuare. Lei ha avuto una sua zia Irene?

«Mia madre. Nelle lettere che mi spediva da Istanbul mi scriveva: “Ti immagino in quella città meravigliosa che è Roma, avrai delle difficoltà, ma non ti abbattere, ho fiducia in te…”. Aggiungerei anche una mia grande amica in Turchia. E poi figure di maestri come Piero Tosi: leggeva tutte le mie sceneggiature, mi dava consigli, potevo chiamarlo all’improvviso per chiedergli di aiutarmi su un finale che non trovavo. Era per il film Magnifica presenza. Mi disse: prova a pensare a cosa avrebbe fatto Pirandello. Arrivò l’idea giusta. Tra le persone fondamentali oggi per me, direi anche Mina».

Mina?

«Da una collaborazione professionale è nata poi una profonda amicizia. Quando ho qualche decisione da prendere, mi dico: Mina cosa farebbe? È stata importante anche come prima lettrice dei miei libri. O per l’acquisto della casa. E per la lezione definitiva che mi ha dato rispetto alle critiche che arrivano dai social. Gente che in due righe distrugge un film che ha richiesto mesi di lavoro. Mina dice che la parola d’ordine è una sola: ignorare».

Ci riesce?

«Oggi forse sì, e cerco di indicare anche agli attori la stessa prospettiva. Mi preoccupa più delle critiche esterne la mia eventuale insoddisfazione: quando alla fine di una giornata sul set sento di non essermi emozionato, capisco che qualcosa non funziona. Mi devo commuovere, piangere, ridere. Vale per i film, per le regie di opera lirica, per i libri».

Scrivere romanzi le ha dato belle soddisfazioni. Il precedente, “Come un respiro”, ha raggiunto le 200 mila copie.

«Non l’avrei mai immaginato. Un dirigente della casa editrice a un certo punto mi telefonò: “Ozpetek, si metta seduto”. Era per dirmi che il libro era primo in classifica».

Le viene facile scrivere?

«Certe mattine mi siedo al computer senza grande fiducia, penso che butterò giù a malapena due paginette. Mi alzo dalla sedia che ne ho scritte dieci senza accorgermene. Procedo per immagini, così come quando scrivo un film. E ho sempre letto molti romanzi, fin dall’adolescenza. Sono cresciuto in una casa piena di libri. Le sorelle Brontë, Dostoevskij, James Baldwin…».

Nel libro c’è un omaggio a Puig e un’epigrafe di Isabel Allende.

«Il bacio della donna ragno è il primo romanzo che ho letto in italiano. Era pieno di parole che non conoscevo. E nella frase di Allende credo molto: “Non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”».

Anche in “Cuore nascosto” c’è l’idea, molto forte anche nei suoi film, che i luoghi, le case, le stanze conservino tracce visibili e invisibili di chi ci ha vissuto prima di noi.

«Vede questa casa? Quando l’ho acquistata, gli eredi mi hanno chiesto se dovevano disfarsi degli scatoloni lasciati dal vecchio proprietario. L’ho impedito. C’erano quadri, vecchie fotografie… Credo in questa continuità, nei segni che orientano un destino, nelle tracce che lasciamo vivendo. La prima idea del romanzo è liberamente ispirata a una cosa successa a una mia amica: un appartamento ereditato all’improvviso».

Le lettere, i quadri accatastati in una stanza…

«Le lettere! Le amo moltissimo. Da giovane, a un amico che lasciò la Turchia e se ne andò a Parigi a vivere scrissi decine di missive senza mai spedirle. Le email non sono la stessa cosa, sono fredde. Ne avrò quattromila da leggere. Quanto ai quadri, è una suggestione che viene da una mia vita precedente. Ero già a Roma, mio padre minacciò di tagliarmi i viveri. Cercai lavoro presso un corniciaio. Nell’ora di pausa cominciai a dipingere. Per un paio d’anni ho vissuto vendendo quadri a cinquantamila lire l’uno… Lo vede quel dipinto sulla parete? È mio».

Il libro

Ferzan Ozpetek, Cuore nascosto (Mondadori, pagg. 204, euro 19)

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