✕

William Blake in viaggio verso l’assoluto

Albion rose, by William Blake 
I tanti universi paralleli dell’artista britannico di fine Settecento sono al Fitzwilliam di Cambridge. E le sue avventure di luce continuano a ispirare
2 minuti di lettura

CAMBRIDGE. «Quando le porte della percezione verranno purificate, tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite». La massima del Matrimonio del cielo e dell’inferno di William Blake ispirò prima Aldous Huxley e poi Jim Morrison nel fondare i leggendari Doors. Ora, invece, si sono aperte le porte di William Blake’s Universe, ossia l’universo dell’indimenticabile artista, poeta e visionario inglese di due secoli e mezzo fa. Lo saranno fino al 19 maggio prossimo, quando si concluderà la mostra con questo titolo in corso al Fitzwilliam Museum di Cambridge, presentata come la più grande retrospettiva di Blake sul suolo britannico, con 90 sue opere su un totale di 180 tra dipinti, disegni, incisioni e stampe.

Certo, il Fitzwilliam possiede da molti anni preziosissimi lavori di questa “rockstar” della letteratura e dell’arte inglese, morto nel 1827 a 69 anni, che ha ispirato scrittori, artisti, patrioti, l’inno ufficioso britannico Jerusalem tuttora cantato alle partite di rugby …

CAMBRIDGE. «Quando le porte della percezione verranno purificate, tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite». La massima del Matrimonio del cielo e dell’inferno di William Blake ispirò prima Aldous Huxley e poi Jim Morrison nel fondare i leggendari Doors. Ora, invece, si sono aperte le porte di William Blake’s Universe, ossia l’universo dell’indimenticabile artista, poeta e visionario inglese di due secoli e mezzo fa. Lo saranno fino al 19 maggio prossimo, quando si concluderà la mostra con questo titolo in corso al Fitzwilliam Museum di Cambridge, presentata come la più grande retrospettiva di Blake sul suolo britannico, con 90 sue opere su un totale di 180 tra dipinti, disegni, incisioni e stampe.

Certo, il Fitzwilliam possiede da molti anni preziosissimi lavori di questa “rockstar” della letteratura e dell’arte inglese, morto nel 1827 a 69 anni, che ha ispirato scrittori, artisti, patrioti, l’inno ufficioso britannico Jerusalem tuttora cantato alle partite di rugby dell’Inghilterra, e poi alfieri dell’amore libero, star della musica come Bob Dylan, Patti Smith (My Blakean Year), i Led Zeppelin, gli U2, i Libertines. Nella circostanza della mostra, il museo di Cambridge è stato sostenuto dagli eredi di John Maynard Keynes e dalla Hamburger Kunsthalle, con un obiettivo preciso: raccontare l’imperituro universo e indomabile romanticismo di Blake. Ma anche, come spiegano i curatori David Bindman ed Esther Chadwick, «liberare Blake da quella patina di “Little England” e raccontarne il travolgente europeismo».

Insomma, una rilettura anti-insularista di un paladino della Englishness. Per questo nella rassegna le sue opere vengono affiancate a quelle dei tedeschi Caspar David Friedrich (1774-1840) e Philipp Otto Runge (1777-1810), ma anche Henry Fuseli, Asmus Jacob Carstens, eccetera. Ma come? Eppure questi artisti non si sono mai visti né incrociati. Anzi, Blake, figlio di negozianti, in vita non abbandona mai Londra (a parte qualche anno a Felpham), la città dove trascorre una vita spesso misera per il suo radicalismo da bastiancontrario, sopravvivendo con la vendita di incisioni e illustrazioni, dove impara ad amare la Bibbia, Dante e Shakespeare e dove infine viene sepolto e s’erge ancora oggi la sua lucida lapide, nei Bunhill Fields della capitale.

Il dannato William Blake (da Henry Fuseli), Testa di un’anima dannata,  1789 circa,  acquaforte  su carta
 

 

Ciononostante, secondo Bindman, «le connessioni tra Blake, Friedrich, il piccolo Runge a Copenaghen e gli altri sono evidenti. Seppur in luoghi diversi, studiano arte e scultura classica da giovanissimi (Blake alla Royal Academy, ndr), anatomia umana, i maestri italiani. Insomma, prolifera una conoscenza comune, nonostante le distanze». Scelta audace da parte del Fitzwilliam che non è piaciuta al pur europeista Guardian, per cui siamo invece davanti a una provocazione: «C’è solo un foglio del manoscritto dei Canti dell’Innocenza e dell’Esperienza, The Little Black Boy. Non solo si vuol dipingere Blake come un anti-schiavista quando in realtà per gli standard attuali sarebbe un razzista, ma così la mostra raggiunge l’obiettivo opposto: l’universo di Blake viene rimpicciolito e sminuito».

Considerazioni ingenerose, perché la mostra è un Grand Tour nella catarsi artistica di Blake e del contesto storico-culturale tra il 1770 e la fine degli anni venti del XIX secolo. Così, William Blake’s Universe intreccia quegli anni pre-modernisti e pregni, come trasuda dalle sue opere, di misticismo, filosofia, sogno, feconda collisione tra ossimori, anticlericalismo, trascendenza dell’arte nella natura, necessità di una rigenerazione epocale e spirituale del mondo appena scosso dalle rivoluzioni in Francia e in America, mentre si sviluppano i commerci e l’imperialismo. Per questo, nonostante possano sfigurare di fronte a capolavori come i disegni a seppia di Friedrich e gli autoritratti di Runge, non possiamo non ammirare l’incisione a rilievo di Laocoonte (1826-7), la copertina Europe a Prophecy (1794) con il serpente della rivoluzione pronto a colpire, l’originale del poema The Tiger, il dipinto Glad Day (1794) dove Albione è un giovane nudo e solare contro convenzioni e razionalità. E poi il frontespizio di Gerusalemme, l’illustrazione magnifica e criptica Ancient Days, oppure l’altra incisione Albion’s Angel Rose Upon the Stone of Night, in cui osserviamo una sarcastica caricatura del Papa che commercia pace e uguaglianza con potere e influenza, fino alla statuaria “maschera della morte” del 1827 di Blake. Uno che non ha mai portato maschere in vita. Anzi, “ci ha fatto scrutare l’invisibile”, sostiene Bono degli U2, che a Blake hanno dedicato gli album Songs of Innocence e Songs of Experience: «Con lui abbiamo capito come trovare l’eternità in un concerto rock and roll».

Leggi i commenti