Portogallo: quando i garofani sbocciarono dai cannoni
dalla nostra inviata Raffaella De SantisLisbona. Bisogna guardare verso il Tago, dando le spalle all’arco di trionfo di Piazza del Commercio, la porta di Lisbona. Guardare oltre la banchina per tornare a cinquant’anni fa, quando la città viene liberata nell’arco di una giornata da una dittatura estenuante durata 48 anni, la più longeva d’Europa. Quel giorno, il 25 aprile 1974, il cielo era mutevole, nuvole e pioggia. Un vento atlantico dolce sferzava la più bella delle rivoluzioni: un golpe militare trasformatosi in festa popolare, una rivolta con i garofani nelle canne dei fucili. Quattro vittime in tutto, uccise dalla polizia segreta dell’Estado Novo, la terrificante Pide, mentre nelle strade dei quartieri Baixa e Bairro Alto esplode una gioia incontenibile a lungo repressa. Nell’estuario accogliente del Tago, quel 25 aprile, la nave Almirante Gago Coutinho non spara sui ribelli, disattendendo gli ordini. Il segnale che ha fatto deflagrare la rivoluzione è una canzone vietata dal regime, trasmessa dopo la mezzanotte dall…
Lisbona. Bisogna guardare verso il Tago, dando le spalle all’arco di trionfo di Piazza del Commercio, la porta di Lisbona. Guardare oltre la banchina per tornare a cinquant’anni fa, quando la città viene liberata nell’arco di una giornata da una dittatura estenuante durata 48 anni, la più longeva d’Europa. Quel giorno, il 25 aprile 1974, il cielo era mutevole, nuvole e pioggia. Un vento atlantico dolce sferzava la più bella delle rivoluzioni: un golpe militare trasformatosi in festa popolare, una rivolta con i garofani nelle canne dei fucili. Quattro vittime in tutto, uccise dalla polizia segreta dell’Estado Novo, la terrificante Pide, mentre nelle strade dei quartieri Baixa e Bairro Alto esplode una gioia incontenibile a lungo repressa. Nell’estuario accogliente del Tago, quel 25 aprile, la nave Almirante Gago Coutinho non spara sui ribelli, disattendendo gli ordini. Il segnale che ha fatto deflagrare la rivoluzione è una canzone vietata dal regime, trasmessa dopo la mezzanotte dalla cattolica Rádio Renascença: Grândola, Vila Morena di José Afonso.
Il primo giornale a diffondere la notizia del putsch rivoluzionario è República, in un’edizione immediata distribuita nelle strade, ristampata già nel pomeriggio. Titolo: «Le forze armate hanno preso il potere». A quel giornale di opposizione di area socialista diventato all’improvviso famoso ovunque, la nostra Repubblica deve il nome. Inizialmente Scalfari avrebbe voluto chiamarlo L’Opinione ma cambiò idea guardando proprio alla rivoluzione dei garofani e a quel quotidiano che sposava i nuovi ideali democratici.
La meglio gioventù
I giovani figli del Sessantotto, tutte le sfumature della sinistra, si muovono da ogni parte d’Europa su macchine sgangherate per unirsi all’happening rivoluzionario, portando i Beatles, il rock e i capelli lunghi in un paese analfabeta tenuto dal cattolicissimo António de Oliveira Salazar al riparo da ogni tentazione di progresso, dove solo gli studenti vivevano a un’altra velocità, ma erano pochi e guardati a vista. La meglio gioventù europea va alla Rivoluzione sulla Due Cavalli, come racconta Marco Ferrari nel suo libro cult (in seguito diventato un film e oggi in libreria per Laterza con il sequel 50 anni dopo): «Qualcuno si mette in moto subito come me, la maggior parte nei mesi a seguire, nel ’75 soprattutto», dice Ferrari. Arrivano a Lisbona anche Sartre e Simone de Beauvoir, in cerca di un ultimo brivido rivoluzionario. Salazar era morto nel 1970 dopo che un ictus lo aveva costretto su una sedia a rotelle, lasciando il posto a Marcelo Caetano.
Tra quei ragazzi scintillanti di entusiasmi, c’è Philippe Riès, ventiseienne trotzkista che a Parigi aveva partecipato alla contestazione e conosciuto la sua futura moglie, la portoghese Adélia da Fonseca. Anche loro si mettono in viaggio, lui oggi sorride di quel “turismo rivoluzionario”. Adélia ha con sé una reflex con la quale per mesi fotografa i murales di Lisbona. Philippe fa il reporter per un sindacato studentesco, poi diventerà un grande corrispondente della France-Presse e uno dei pionieri di Mediapart. Mentre ceniamo in un ristorantino molto curato di Lisbona, tira fuori un album fotografico. Mani alzate con la V di vittoria, donne, bandiere, lavoratori, garofani: «Niente esiste più. Ho ritrovato le foto per caso, i rullini sono andati persi. Faremo una mostra, il 25 aprile del prossimo anno nel museo Aljube». È il museo della resistenza e della libertà, un posto da vedere, diretto ora da Rita Rato, ricavato dove prima era un carcere politico.
La resa di Marcelo Caetano
L’altro momento chiave del 25 aprile è a fine mattinata, quando la colonna dei blindati guidata dal capitano Salgueiro Maia, può dirigersi da Praça do Comércio, dove ormai presidia i ministeri, il Banco de Portugal e la Radio Marconi, verso Largo do Carmo. Meno di un chilometro, dodici minuti a piedi. Ai soldati si unisce una coda di persone uscite da un silenzio durato generazioni. Intonano l’inno nazionale A Portuguesa. Dentro la caserma si è asserragliato l’ultimo dittatore, Marcelo Caetano, l’uomo che per un momento aveva illuso il popolo che la sua successione al grigio Salazar sarebbe stata una primavera. Mentre Caetano si nasconde nella caserma della Guardia Nazionale Repubblicana, oggi un museo, a fianco al convento gotico del Carmo, nella piazza una folla di persone inneggia i soldati del Movimento delle Forze Armate (MFA), i giovani capitani che guidano la rivolta. Sono le 12,30, alle 15,10 Salgueiro Maia lancia un ultimatum a Caetano. C’è chi lo vorrebbe morto, ma si decide di salvarlo. Oggi, nelle stanze dove tutto è avvenuto, Maria Inácia Rezola, storica e cattedratica, esperta di salazarismo,indica la scala che mise Caetano in salvo: «Le trattative sono brevi, Caetano si consegna subito, viene fatto salire su un mezzo blindato e portato via. Il golpe si è trasformato in una revoluçao grazie ai militari e al popolo». Rezola, della quale è da poco uscito La rivoluzione dei garofani in Portogallo. 25 aprile 1974 (Mimesis) è commissaria delle celebrazioni del cinquantenario.
«È una festa», dice, i garofani ne diventano il simbolo: «I fiori venivano da un ristorante che li aveva ordinati per festeggiare l’inaugurazione. Fu la cameriera Celeste Caeiro a distribuirli alla gente ma subito si aggiunsero le fioraie di piazza Rossio. Bianchi e rossi, i fiori di aprile».
Manuel Alegre: il poeta repubblicano
Molti dei protagonisti di quella giornata memorabile non ci sono più. Il capitano Maia, mascella volitiva, un passato nelle colonie, prima Mozambico e poi Guinea-Bissau, è morto quarantasettenne nel 1992 (qui tutti hanno visto il film con Stefano Accorsi, Capitani d’aprile). Va colta al volo allora la possibilità di incontrare l’ultimo repubblicano, un grande vecchio della rivoluzione. Manuel Alegre abita nel tranquillo quartiere residenziale di Areeiro. Il salottino dove avviene l’intervista è pieno zeppo di fotografie: figli, nipoti, viaggi. Siede comodo su una sedia ergonomica, dopo una vita in cui è stato poeta, soldato, rivoluzionario, politico (deputato per il Ps, il partito socialista, e anche candidato come indipendente alle elezioni presidenziali). Non sembra stanco di raccontare, anzi lamenta che «la memoria della dittatura è debole nelle nuove generazioni che non hanno vissuto il fascismo». Annuisce il giovane Vicente Folque, che ci aiuta nella traduzione dal portoghese. Lisbona in questi giorni è tappezzata di manifesti col faccione di André Ventura, leader xenofobo di Chega (Basta), il partito di estrema destra che alle recenti elezioni ha conquistato il 18%. Eppure qui nessuno sembra temere per la tenuta della democrazia. Sfoggia tranquillità il presidente del Parlamento José Pedro Aguiar-Branco incontrato nel suo ufficio proprio nel giorno in cui il nuovo governo di centro destra presenta il programma: «Festeggiamo con successo cinquant’anni di democrazia. Le ultime elezioni hanno registrato una diminuzione dell’astensione, segno che i portoghesi partecipano attivamente alla vita democratica». Che un rappresentante delle istituzioni parli così non stupisce, ma si mostra tranquillo anche Alegre: «Il successo di Chega mi rattrista ma non mi impaurisce. Ho conosciuto il fascismo tanto da sapere che è un’altra cosa». Arriva il momento dei ricordi: «Il 25 aprile ero ad Algeri. Mi chiamò un intellettuale mio amico che apparteneva al Fronte di Liberazione del Mozambico. Lisbona è stata presa, mi disse. Per un attimo ho temuto che fosse caduta in mano alla destra di Kaúlza de Arriaga, poi ho capito, era fatta! Noi esiliati ci siamo allora riuniti per festeggiare mentre la radio mandava canzoni di protesta». La radio ha avuto una funzione essenziale in questa storia. Ad Algeri c’era Rádio Voz da Liberdade che trasmetteva in portoghese e apparteneva al Fronte patriottico per la liberazione nazionale. Alegre ci lavorava: «Prima dell’esilio ero stato rinchiuso in una prigione di Luanda in Angola per aver partecipato a un tentativo di rivolta. In carcere scrivevo poesie, versi che fanno parte del mio primo libro Praça da Canção». Pubblicato nel 1965, naturalmente censurato, Piazza della Canzone è il cuore in versi della futura rivoluzione, poesie diventate canti che i ragazzi ancora oggi intonano. Sorride Alegre: «In una poesia immaginavo un “paese d’Aprile”, chi poteva sperare sarebbe arrivato davvero!».
Vasco Lourenço: il leader dei Capitani
Come per la nostra liberazione il giorno baciato dal destino è il 25 aprile. L’incontro con Vasco Lourenço, uno dei capitani che guidarono la rivoluzione, va in porto quasi insperatamente. Appuntamento nella sede della Associação 25 de Abril, della quale è presidente. Lourenço è un uomo spiccio ma gentile di ottantuno anni, si capisce che al di là della cortesia non ama i salamelecchi. Anche lui, come gli altri ufficiali alle cui mense maturò lo scontento, aveva vissuto sulla sua pelle lo strazio coloniale. «Tra militari iniziammo a pensare che la soluzione doveva essere politica, esattamente il contrario del motto del regime, armar-se melhor para matar melhor: armarsi meglio per uccidere meglio». Seduto a una scrivania, ripercorre le tappe della cospirazione: «Iniziammo a muoverci seriamente dopo il congresso di combattenti a Porto nel giugno 1973, che serviva a mostrare l’adesione della Forças Armadas alla politica bellicista nelle colonie. Per dissociarci scrivemmo un documento, firmato da 420 militari». Troppe le cose che non andavano: «Temevamo di aver perso prestigio. Tra l’altro un decreto aveva introdotto un’accelerazione di carriera per soldati semplici da impegnare nelle colonie. Organizzai io stesso il primo incontro tra capitani, il 9 settembre 1973. Eravamo 136, in una località nell’Alentejo, nel sud del Paese. Iniziammo a elaborare il programma delle tre “d”: democratizar, descolonizar, desenvolver (democratizzare, decolonizzare, sviluppare, ndr). Come capitani sapevano di avere un ascendente sui soldati, contavamo che ci avrebbero seguito. Il 5 marzo 1974, nella nostra ultima riunione a Cascais, la rivoluzione prese una forma quasi definitiva». Come si arriva alla data del 25 aprile?: «Scartando altre ipotesi. Non avevamo un’idea precisa, eravamo però determinati ad evitare il fine settimana, quando i soldati tornano nelle loro case. I precedenti golpe del week end erano finiti tutti male». Arriva il 25 aprile, un giovedì, ma Lourenço non c’è, allontanato nelle Azzorre dal regime che ha scoperto la cospirazione. «Mi ero consegnato il 9 marzo, dopo aver simulato un rapimento con l’aiuto di Otelo Saraiva de Carvalho, leader della rivoluzione che poi prende il mio posto al comando del Movimento dei capitani. Ho seguito il golpe attraverso la radio della Bbc. Ero nervoso, facevo zapping sperando di trovare la stazione che annunciava la rivoluzione. Fino a quando eccola: una voce diceva che Lisbona era stata occupata. Iniziai a saltare nella stanza, pazzo di gioia».
Antonio Tabucchi: da Salazar in Cinquecento
In quelle ore un altro uomo salta dalla gioia davanti a un televisore acceso che manda in onda le prime immagini della rivoluzione. Antonio Tabucchi, è nella sua casa di Vecchiano, vicino Pisa, quando la tv italiana trasmette la notizia. Con lo scrittore c’è sua moglie Maria José de Lancastre, cresciuta nel Portogallo di Salazar, e c’è il poeta surrealista Alexandre O’ Neill. Momenti indimenticabili: «Non riuscivamo a crederci, in tv si vedevano i prigionieri uscire dal carcere di Caxias, una fortezza vicina a Lisbona usata da Salazar per i dissidenti. Era emozionante, tra la folla c’erano persone che conoscevamo, come la scrittrice Sophia de Mello Breyner Andresen». Maria José de Lancastre, traduttrice, per anni professoressa di letteratura portoghese all’università di Pisa, sorride mentre parliamo nel giardino della sua casa lisbonese, un’oasi di pace nel bel quartiere Principe Real: «Riuscimmo a venire a Lisbona solo dopo gli esami all’università, alla fine di giugno. L’emozione fu fortissima, avevamo le lacrime agli occhi. Era un paese nuovo, bellissimo, una festa. Antonio era arrivato la prima volta nel 1965 con la sua Fiat Cinquecento, in tasca una lettera di Luciana Stegagno Picchio con cui presentarsi al direttore dell’Istituto italiano di cultura. Capì presto che sotto l’apparenza tranquilla della quotidianità salazariana si nascondeva altro. Con questa consapevolezza credo scrisse Sostiene Pereira, ambientato nel 1938 ma radicato in ciò che aveva visto e vissuto negli anni portoghesi». A Tabucchi, morto nel 2012, è stato dedicato un giardinetto pubblico vicino al Giardino Botanico.
Una città di spie
Come si viveva durante il salazarismo lo sanno bene i giornalisti stranieri. Dennis Redmont, americano, negli anni Sessanta era un reporter dell’Associated Press. Sceglie per l’appuntamento un club esclusivo del centro, zona Ciado, “niente jeans” raccomanda: «Arrivai qui nel 1965 per seguire il caso Humberto Delgado, il generale ucciso in un’imboscata. La cosa peggiore nel Portogallo di Salazar era contare i morti. Iniziarono a controllarmi». Redmont passa da Salazar, «lontano dall’istrionismo di Mussolini», alla storia di un maître del leggendario hotel Aviz, un tale Alberto Rapetti, una spia temibile. «Gli alberghi erano covi di spie. Sono stato censurato, minacciato di espulsione, ricattato. Solo recentemente ho potuto consultare i rapporti desecretati della Pide su di me». Il giorno dopo andiamo insieme a un convegno alla Fondazione Soares, dove la storica Irene Flunser Pimentel, studiosa dell’Estado Novo, ci svela il segreto della longevità del salazarismo, e forse di ogni dittatura: «Fingere che il Portogallo fosse il Paradiso».