Spettacoli, Giuseppe Battiston è un detective sui generis
di Silvia FumarolaAl cinema (da Pane e tulipani in poi), e in tv (c’è ancora chi rimpiange il dottor Freiss che dispensava consigli in Tutti pazzi per amore con Carla Signoris), ha interpretato personaggi indimenticabili. Ma ha debuttato a vent’anni in teatro «e il teatro» dice Giuseppe Battiston, nato a Udine, 55 anni, «è un filo che non si è mai spezzato, la mia passione».
Occhi chiari curiosi, le sigarette a portata di mano, si racconta sul set della nuova serie che gira per Rai 2, Stucky di Valerio Attanasio (coprodotta da Rai Fiction e Rosamont), ispirata ai libri di Fulvio Ervas, in cui è un investigatore sui generis.
Lo av…
Al cinema (da Pane e tulipani in poi), e in tv (c’è ancora chi rimpiange il dottor Freiss che dispensava consigli in Tutti pazzi per amore con Carla Signoris), ha interpretato personaggi indimenticabili. Ma ha debuttato a vent’anni in teatro «e il teatro» dice Giuseppe Battiston, nato a Udine, 55 anni, «è un filo che non si è mai spezzato, la mia passione».
Occhi chiari curiosi, le sigarette a portata di mano, si racconta sul set della nuova serie che gira per Rai 2, Stucky di Valerio Attanasio (coprodotta da Rai Fiction e Rosamont), ispirata ai libri di Fulvio Ervas, in cui è un investigatore sui generis.
Lo aveva già portato sullo schermo nel film Finché c’è prosecco c’è speranza di Antonio Padovan. «Come il tenente Colombo, Stucky ha un suo modo di vedere le cose» spiega l’attore «e come in quel telefilm anche nei nostri gialli si parte con un delitto di cui conosciamo il colpevole, ma non facciamo il “Colombo italiano”. La serie è ambientata a Treviso, che, a parte il capolavoro di Pietro Germi, Signore e signori, non è stata spesso protagonista; è una città stupenda, ordinata, segreta».
Personaggi fissi: il medico legale Marina De Santis (Barbora Bobulova), l’amico oste Secondo (Diego Ribon), Laura Cravedi e Alessio Praticò sono i poliziotti che indagano. Tra i protagonisti dei casi, Stefano Dionisi, Thomas Trabacchi, Marina Rocco.
Dal tenente Sheridan, i detective in tv spopolano. Chi è Stucky?
«Metà veneto e metà persiano, è un uomo antico ma non all’antica, è solitario ma non è un uomo solo. Figlio di un poliziotto, ha scelto di fare lo stesso mestiere, però veste in borghese e non usa le armi. Non ha famiglia. Ha una corrispondenza di amorosi sensi con la dottoressa interpretata da Barbora Bobulova, relazione che fatico a inquadrare. Si piacciono ma non osano: lei è sposata e molto incuriosita da quest’uomo che beve un buon bicchiere di vino, si ferma a dare da mangiare alle papere, ha i suoi ritmi».
Invece lei cosa apprezza?
«Lo sguardo sull’animo umano. Come Maigret, e in questo è debitore del grande Simenon, Stucky non giudica mai. Neanche gli assassini. Arresta due ragazzi, e gli pesa. Sentimento corretto: è una sconfitta che due giovani buttino via la vita».
Maurizio de Giovanni sostiene che niente come il poliziesco può raccontare la società.
«È così. Stucky individua le storture nascoste nelle persone ritenute più felici e fortunate, che invece nascondono miserie, segreti, paure, lati oscuri. Il poliziesco mi affascina, sono quasi un’autorità se parliamo di Colombo e ricordo con nostalgia i telefilm della mia gioventù, da Sulle strade di San Francisco con Michael Douglas e Karl Malden, al caro vecchio Derrick».
Però è un grande interprete di commedie: tifa per il sorriso?
«Tifo per l’ironia e la leggerezza… È fondamentale bilanciare situazioni miserabili con momenti più leggeri. Ho contribuito a scrivere la serie, e d’accordo col regista, stemperiamo il giallo nella commedia».
L’anno scorso col film “Io vivo altrove!” ha debuttato come regista: farebbe il bis?
«Mentirei se dicessi che non ho voglia. Però per girare un film devi avere tanto tempo. Intanto ho scritto un soggetto. Vediamo».
È stato allievo alla Scuola Paolo Grassi con Antonio Albanese: come ricorda quegli anni a Milano?
«Come gli anni più belli, con Antonio siamo rimasti amici. Considero i compagni di corso un po’ come la mia famiglia, provo grande affetto nei loro confronti. Incontravamo grandi personalità: Bob Wilson, Joseph Chaikin, Thierry Salmon. Uscito da lì ho lavorato con persone ricche di talento. Ora ci stiamo battendo perché le scuole civiche di Milano, che stanno scomparendo, resistano. Hanno tagliato i fondi. Il teatro andrebbe insegnato ai ragazzini a scuola, aiuta a socializzare, apre le teste, fa scoprire mondi fantastici».
Nel suo mestiere contano di più il talento, la fortuna o gli incontri?
«Ci mettiamo anche il fattore c? La fortuna più grande, posto che il talento ce l’abbiano tutti, è capire quale sia il tuo ambito. Mi rifiuto di pensare che ci siano figure elette. Uno potrebbe fare l’attore benino ma essere un bravissimo chef, o viceversa. L’importante è andare sempre incontro al pubblico, attrarlo e convincerlo».
Continua a non usare i social?
«Certo. Non è più bello incontrarsi, parlarsi e guardarsi negli occhi? Poi l’idea che una mia foto rubata finisca in rete non mi piace, la vivo come una violenza. Forse tanti problemi che oggi affliggono i ragazzi sono legati al filtro dello smartphone. Li vede in giro? Non alzano più lo sguardo».
Che rapporto ha con la popolarità?
«Pessimo. Non ho mai desiderato essere popolare e riconoscibile, ma fare il mio lavoro nel migliore dei modi, ricavarmi le opportunità. Non ho Facebook né Instagram, e non ne sento la mancanza. Mi fa piacere — oddio, per la verità relativo — che le persone mi fermino e mi facciano i complimenti. Fa parte del mestiere, lo so bene, e dovrebbe essere gratificante. Ci sto lavorando, sono molto giovane (ride, ndr) ho ampie possibilità di miglioramento».
Si ritrae perché si imbarazza?
«Ho il mio carattere. Sono impreparato rispetto al pubblico. Ammiro i miei colleghi che riescono a costruire un personaggio di sé che poi vanno a proporre in giro, nei programmi. Io in tv faccio fatica».
Chi sono gli attori più bravi?
«Quelli che riescono a lasciarsi andare, mi conquista chi si svela e sa restituire la verità. Alla fine i più bravi sono quelli che mostrano più ferite».