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A Torino Guercino superstar: Dio, pittura e famiglia

Il pittore del Seicento, amato da papi e aristocratici, è adesso protagonista assoluto della mostra ai Musei Reali
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Nel maggio del 1621 scese a Roma il pittore Giovanni Francesco Barbieri di Cento, al seguito del suo protettore Alessandro Ludovisi, eletto al soglio pontificio col nome di Gregorio XV. Appena trentenne, era già molto reputato – non solo nel borgo natale e a Bologna, dove lo aveva appunto chiamato Ludovisi: il duca di Mantova lo aveva nominato cavaliere. Lo conosciamo col nomignolo – insieme maligno e affettuoso – affibbiatogli a causa dell’occhio difforme. Era infatti strabico: “guercino” appunto. Secondo un biografo ottocentesco (il Sordino), a seguito di un trauma: ancora in fasce, trascurato dalla donna che l’aveva in cura, si era destato nel sonno a causa di un grido, aveva strabuzzato gli occhi ed era rimasto abbagliato da un lume. Da quel momento la pupilla rimase ferma nell’angolo interno dell’occhio destro.

I disturbi visivi dei pittori – per esempio la cecità di Tiziano, Monet e Degas –, costringendoli a inv…

Nel maggio del 1621 scese a Roma il pittore Giovanni Francesco Barbieri di Cento, al seguito del suo protettore Alessandro Ludovisi, eletto al soglio pontificio col nome di Gregorio XV. Appena trentenne, era già molto reputato – non solo nel borgo natale e a Bologna, dove lo aveva appunto chiamato Ludovisi: il duca di Mantova lo aveva nominato cavaliere. Lo conosciamo col nomignolo – insieme maligno e affettuoso – affibbiatogli a causa dell’occhio difforme. Era infatti strabico: “guercino” appunto. Secondo un biografo ottocentesco (il Sordino), a seguito di un trauma: ancora in fasce, trascurato dalla donna che l’aveva in cura, si era destato nel sonno a causa di un grido, aveva strabuzzato gli occhi ed era rimasto abbagliato da un lume. Da quel momento la pupilla rimase ferma nell’angolo interno dell’occhio destro.

I disturbi visivi dei pittori – per esempio la cecità di Tiziano, Monet e Degas –, costringendoli a inventare nuove forme espressive, usare nuove tecniche e strumenti, hanno perfino cambiato il corso della storia dell’arte. L’occhio stralunato acuì invece la visione del Guercino: occhio fisso e spalancato, tutto vedeva, tutto registrava. A Roma lasciò un’Aurora nel casino Ludovisi, qualche dipinto nelle chiese e un’immensa pala d’altare in San Pietro (Il seppellimento di Santa Petronilla, ora ai Musei Capitolini). Ma il Papa morì già nel 1623, e Guercino ripartì per l’Emilia. Tuttavia la scomparsa prematura di Ludovisi non danneggiò la carriera di Guercino. Carico di gloria, tornò nella sua diletta Cento, e immobile come la sua pupilla, dalla periferia “strabica” d’Italia (il paese, equidistante tra Ferrara e Bologna, contava un migliaio di abitanti) inviò le sue tele in tutta Italia e nelle corti d’Europa. Lo amavano i signori e i sovrani, ma Guercino rifiutò di trasferirsi presso il re d’Inghilterra e poi di Francia. Solo dopo la morte di Guido Reni (1642) trasferì a Bologna bottega e famiglia (il fratello, il cognato, i nipoti), e vi rimase fino alla morte, nel 1666.

Guercino dipinse fin da piccolo (amava raccontarsi come autodidatta, ma aveva seguito l’apprendistato abituale dei pittori, benché presso maestri oscuri) e per cinquant’anni, mutando maniera, assorbendo influenze e adattandosi alle tematiche richieste dai committenti, ma senza mai abbandonare la chiarezza narrativa della composizione e l’efficacia teatrale dei gesti. Ammirato già da giovane, per i paesaggi agresti e le scenette di caccia, rispettato pure nell’affievolimento della senilità. Figlio di contadini (il padre era forse taglialegna), modesto, semplice e schivo (i pochissimi autoritratti lo mostrano prima timido, poi orgoglioso del raggiunto status), affidabile nelle consegne (se un potente di passaggio s’incapricciava di un quadro destinato a un altro, glielo vendeva, ma al committente tradito non rifilava una copia bensì una variante di analoga qualità), esoso il giusto, sempre inventivo, perfino quando doveva replicare lo stesso soggetto. I suoi quadri sono sentimentali, talvolta patetici, sempre emotivamente coinvolgenti. Il disegno perfetto, i colori preziosi, i contrasti tra ombre e luci drammatici e potenti, le inquadrature ravvicinate, le azioni fermate nell’istante rivelatore.

La mostra ai Musei Reali di Torino, a cura di Annamaria Bava e Gelsomina Spione (fino al 28 luglio), ripercorre la sua lunga carriera con una selezione di opere di primo piano, e offre l’occasione di vedere, per la prima volta di nuovo insieme dopo la dispersione della collezione, i quadri giovanili dipinti per il cardinale arcivescovo Ludovisi nel 1617 (Il ritorno del figliol prodigo, Lot e le figlie, Susanna e i Vecchioni): subito ammirati dall’anziano Ludovico Carracci (che peraltro Guercino venerava come maestro), diedero l’abbrivio al suo successo. Così Guercino divenne imprenditore, poté incrementare la produzione della bottega – e soddisfare le richieste di committenti di ogni rango – con la divisione del lavoro in base alla specializzazione. Guercino tenne per sé l’invenzione e le figure, e cedette il resto ai collaboratori. L’amato fratello Paolo Antonio, minore di dodici anni, si dedicò alla natura morta (cose feriali e oggetti inanimati). Cipolle, castagne, ortaggi, funghi, melagrane, specchi, paramenti e argenti, fra cui spiccano la bilancia e gli asparagi dell’Ortolana – che il Guercino completò nel 1655, dopo la morte del fratello, aggiungendovi la figura della donna, intenta a contare le monete.

Il Libro dei Conti della bottega – tenuto con scrupolo da Paolo Antonio – si conserva, dunque tutto del Guercino è noto: i prezzi, i tempi di realizzazione, i metodi della spedizione, il costo dei colori (e anche della vita quotidiana). Guercino. Il mestiere del pittore illustra con didattica efficacia gli aspetti concreti della professione ma valorizza anche le peculiarità del maestro. La qualità del disegno, in cui Guercino si esercitò non solo da apprendista, e poi da docente di un’accademia, ma per tutta la vita (anche quando cenava in compagnia): col carboncino e il gessetto bianco fermava sulla carta dettagli anatomici, spalle, schiene, formidabili nudi maschili: appunti visivi di cui poi – non limitandosi mai a una trascrizione pedissequa – si serviva per le sue composizioni. La «felicità de inventione», come notò Carracci, di quel «gran disignatore e felicissimo coloritore». La naturalezza dei personaggi – umili servitori come eroine della Bibbia –, l’immediatezza comunicativa dei dipinti. In ogni quadro, sacro o profano, sempre una figura, un gesto, o un dettaglio colpiscono come la freccia che Cupido, fissandoci negli occhi nel Venere, Marte e Amore (1634) scocca contro di noi. Nell’umile stanza dove arde un camino e la madre culla il neonato cieco, la bambina che si accorge della presenza soprannaturale (Il miracolo di San Carlo Borromeo, 1612-13); il dottore che estrae le schegge dal corpo di Sebastiano (San Sebastiano curato da Irene, 1619), il braccio levato del guerriero Guglielmo, l’astrolabio della musa Urania (il pittore era incuriosito dalle controverse scoperte di Galileo). E più ancora il gioco di sguardi nel Figliol prodigo proveniente dalla Galleria Borghese (1627-28), il gomito ostile di Amnon, che dopo averla stuprata scaccia la sorellastra Tamar (1627). Gli angioletti, e le donne: le orientali ed enigmatiche Sibille, l’androgina Diana (1626), la regina Cleopatra (1648).

La sua vita fu Dio, pittura e famiglia (ma in senso patriarcale: non prese moglie), il che fa di Guercino il contraltare del tormentato Guido Reni, o della sfortunata Elisabetta Sirani. Ebbe legioni di imitatori (tanto che lui stesso dovette smascherarne le copie apocrife), ma non ha generato una leggenda, e perfino il canonico Malvasia, di solito vivace biografo, si limitò (forse anche perché non lo amava abbastanza) a utilizzare i materiali ricevuti dagli eredi. E però esistono anche pittori felici.

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