Alex Katz: “A 96 anni dipingo nel vento”
di Lara CrinòAlex Katz fotografato da Oliver Katz nel 2022
A 96 anni, Alex Katz viaggia ancora tra gli Stati Uniti e l’Europa per allestire le sue mostre. Maestro riconosciuto, eppure defilato e lontano dalle correnti dell’arte americana del XX e XXI secolo, è celebrato in questi mesi dalle due parti dell’oceano. Mentre il MoMA di New York si prepara a portare nelle sue sale, da luglio, le tele “atmosferiche” della serie Seasons, dedicate allo scorrere delle stagioni, una selezione più ampia di grandi dipinti recenti è in mostra fino al 29 settembre presso la Fondazione Giorgio Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, per Claire, Grass and Water. Curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione, la mostra riunisce tre gruppi di opere realizzate tra il 2021 e il 2022 e selezionate da curatore e artista tra i lavori inediti conservati da Katz nei suoi atelier, tra la Grande Mela e Lincolnville, in Maine. Vi arrivò da giovane, nell’immediato dopoguerra, con una borsa di studio per la Skowheg…
A 96 anni, Alex Katz viaggia ancora tra gli Stati Uniti e l’Europa per allestire le sue mostre. Maestro riconosciuto, eppure defilato e lontano dalle correnti dell’arte americana del XX e XXI secolo, è celebrato in questi mesi dalle due parti dell’oceano. Mentre il MoMA di New York si prepara a portare nelle sue sale, da luglio, le tele “atmosferiche” della serie Seasons, dedicate allo scorrere delle stagioni, una selezione più ampia di grandi dipinti recenti è in mostra fino al 29 settembre presso la Fondazione Giorgio Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, per Claire, Grass and Water. Curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’arte della Fondazione, la mostra riunisce tre gruppi di opere realizzate tra il 2021 e il 2022 e selezionate da curatore e artista tra i lavori inediti conservati da Katz nei suoi atelier, tra la Grande Mela e Lincolnville, in Maine. Vi arrivò da giovane, nell’immediato dopoguerra, con una borsa di studio per la Skowhegan School of Painting, e vi è tornato da allora ogni estate. È tra i campi del Maine e sulla costa dell’Atlantico che sono nati i “teleri” esposti alla Cini: così li definisce il curatore Luca Massimo Barbero, citando la tradizione veneziana delle schole, da Tiziano a Tintoretto, e il loro legame con le opere monumentali di Katz ora a San Giorgio Maggiore. Un paragone che può sembrare azzardato e che però coglie nel segno: con lucida serenità, in ciò che dice e che fa, come i maestri di un tempo, Katz si lascia dietro stilemi e mode per immergersi solo in ciò che sta cercando. Come guardando il Tiziano dell’estrema maturità pensiamo a Bacon, così guardando Katz l’occhio della mente corre a Rothko ma anche all’Impressionismo, e ancor più lontano nel tempo. Intervistiamo l’artista su Zoom da Parigi dove, presso la sede Paris Pantin della galleria Thaddaeus Ropac che lo rappresenta, è allestita una temporanea del suo lavoro grafico. Elegante in un maglione chiaro, sorseggia un cappuccino mentre parla del suo lavoro e dice: «Sono contento di Venezia, è la cosa giusta, al momento giusto».
Alex Katz, Sott’acqua 1, Ocean 12 (2022), olio su lino
I dipinti che accolgono il visitatore alla Fondazione Cini sono notturni oceanici: visioni oniriche della vita sott’acqua. Come sono nati?
«Sono almeno cinquant’anni che dipingo il modo in cui la superficie del mare riflette la luce, e non sono mai stato del tutto soddisfatto del risultato. L’acqua ha movimento, peso, trasparenza, ma la maggior parte dei pittori non riesce a cogliere queste tre qualità e si limita a una sorta di notazione della superficie. Nelle tele ora alla Cini ho cercato invece di afferrare peso, movimento, trasparenza attraverso il bianco e il nero. Ho fotografato l’oceano e trasformato gli scatti in pittura, usando le pennellate per trasmetterne le caratteristiche.
Chi sono i pittori dell’acqua, secondo lei?
«Claude Monet è certamente un grandissimo interprete dell’acqua. Poi il danese Emil Nolde».
Per questa serie acquatica, così come per i paesaggi campestri, ha scelto un formato molto grande. Come mai?
«Credo che si tragga una certa energia dai dipinti di grandi dimensioni. Il formato trasmette l’impressione di essere circondati, avvolti dal paesaggio, piuttosto che limitarsi a guardare un quadro di piccole dimensioni. Anche i dipinti acquatici hanno la dimensione giusta, secondo me. Si tratta anche di una riflessione su ciò che intendiamo con realismo. Realistica è la sensazione di trovarsi davvero in un campo, tra l’erba, o davvero nell’acqua. Fare qualcosa di meramente illustrativo è privo di scopo: da artista, ciò che vuoi è esplorare un posto in cui nessuno è stato prima».
Alex Katz, En plein air. Grass 3 (2021) olio su lino
Il suo percorso è stato a tratti accostato a correnti dell’arte americana del dopoguerra come la Pop Art. Ma in questi lavori si respira qualcosa di atemporale.
«Penso che il mio lavoro non abbia a che fare con l’idea generale di modernismo, che è solo un breve periodo di tempo nella storia dell’arte, un’etichetta che si usa per definire l’immediato passato rispetto al contemporaneo. Tutto ciò che mi ispira e mi dà energia è valido: il busto di Nefertiti ha tremila anni ed è la mia scultura preferita. Un’altra fonte di ispirazione è Kitagawa Utamaro, che tra XVIII e XIX secolo fu tra i grandi interpreti giapponesi della stampa a blocchi di legno. Ma anche cose molto più quotidiane attirano la mia attenzione. Le idee le prendi dalle cose più inaspettate Come i disegni della stilista Claire McCardell, che hanno ispirato le altre tele ora esposte a Venezia».
Chi era McCardell, e perché l’ha colpita tanto?
«Era una stilista americana. La sua fortuna cominciò negli anni della Seconda guerra mondiale, quando non si poteva importare la moda francese negli Stati Uniti. Claire aveva una concezione diversa della moda, direi proletaria: pensava che una donna potesse stare in giro durante il giorno, lavorare, tornare a casa e grigliare hamburger in giardino con lo stesso abito. Voleva portare lo stile dell’haute couture francese nell’esistenza di tutte. Si tratta di prendere l’ordinario e nobilitarlo. Questo è ciò che mi colpisce; la stessa operazione, in un altro contesto, del Bauhaus».
Lei è considerato un interprete della scena intellettuale e artistica newyorchese. Esiste ancora quel mondo, o i social media con la loro sovrabbondanza di immagini hanno cambiato tutto?
«Tutto quello che puoi osservare e fissare cambia ogni vent’anni. Ogni vent’anni c’è una realtà differente. E questa è una sfida a fare qualcosa di nuovo. Vivere nel presente è sempre strano e complicato, richiede un sacco di intelligenza e di forza di volontà».
Se fosse un giovane artista sceglierebbe ancora la pittura?
«Credo che il reame delle idee sia più controllato, più indirizzato dalle istituzioni culturali del momento. Persino la scrittura è soggetta all’istituzionalizzazione. Invece la pittura afferisce a un altro reame. Puoi spiegare una buona idea, ma un buon dipinto non lo puoi spiegare. Dipingere attraverso le emozioni è una sfida aperta».
A Paris Pantin sono in mostra sessant’anni di sue stampe.
«Ciò che amo è la sorpresa insita nel processo di stampa. E la libertà: le idee vengono da altre stampe, dai film, dalla pubblicità. C’è originalità nelle immagini della cultura popolare e sono lì, a disposizione di chi se ne impossessa. E a volte il risultato, ad esempio di una xilografia, non sembra una xilografia».
A che cosa lavora in questo periodo?
«Dipingo fiori nel vento. Open air».