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Emil Ferris:“Questi mostri siamo noi”

Particolare di una tavola di Emil Ferris: la finta copertina di un fumetto horror 

 
La stravagante autrice americana nel 2017 realizza un capolavoro inaspettato che cambia il mondo dei comics. E adesso ritorna con il secondo capitolo
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Quando in Usa nel 2017 esce La mia cosa preferita sono i mostri per Fantagraphics, subito tradotto in Italia da Bao Publishing, il mondo del fumetto subisce una grande scossa. L’autrice, che non aveva nessun libro all’attivo, guadagna un incredibile successo di critica e di pubblico, sbanca i maggiori premi internazionali e lascia una profonda emozione dietro di sé con un finale aperto. Emil Ferris ci trasporta in una Chicago degli anni Sessanta piena di personaggi e storie che si intrecciano fra di loro e con le memorie dei campi di concentramento e del nazismo. Ogni personaggio è un mondo a sé, il tratto è diretto, immediato, inciso con la penna biro, i fogli sono quelli di un quaderno ad anelli. Siamo di fronte a un diario letterario e ad una dichiarazione d’amore per il fumetto, per il cinema di serie B, le storie horror e i mostri che noi stessi siamo. Oggi dopo un’attesa durata sette anni abbiamo il secondo volume di questo romanzo, in Italia per Bao, ancora una volta nella trad…

Quando in Usa nel 2017 esce La mia cosa preferita sono i mostri per Fantagraphics, subito tradotto in Italia da Bao Publishing, il mondo del fumetto subisce una grande scossa. L’autrice, che non aveva nessun libro all’attivo, guadagna un incredibile successo di critica e di pubblico, sbanca i maggiori premi internazionali e lascia una profonda emozione dietro di sé con un finale aperto. Emil Ferris ci trasporta in una Chicago degli anni Sessanta piena di personaggi e storie che si intrecciano fra di loro e con le memorie dei campi di concentramento e del nazismo. Ogni personaggio è un mondo a sé, il tratto è diretto, immediato, inciso con la penna biro, i fogli sono quelli di un quaderno ad anelli. Siamo di fronte a un diario letterario e ad una dichiarazione d’amore per il fumetto, per il cinema di serie B, le storie horror e i mostri che noi stessi siamo. Oggi dopo un’attesa durata sette anni abbiamo il secondo volume di questo romanzo, in Italia per Bao, ancora una volta nella traduzione di Michele Foschini. La saga di Kare e Deeze, sorella e fratello in un mondo di outsider continua. Incontrare Emil Ferris è emozionante, diretta come la penna Bic, piena di sfaccettature come i suoi romanzi. Il secondo volume è sempre più difficile, ma qui è un po’ come Maus di Spiegelman, una struttura continua e sensibile.

Emil Ferris si autodisegna insieme a una delle sue creature in esclusiva per Robinson

 

Cos’è per lei alla fine questo libro?

«Un ponte tra il primo e altre cose che racconterò. C’è ancora dell’altro. Non è finita qui».

I mostri di cui parla sono sensibili, empatici, Deeze per esempio è un mostro di cui ti innamori.

«È un eroe per me e spero per i miei lettori, perché affronta grandi sfide. C’è un passo della Bibbia che adoro: puoi avere tutti i doni dello spirito, ma se ti manca l’amore, allora sei come una campana che sferraglia. E se hai l’amore, non significa che tu sia perfetto. Jung ci dice che senza imperfezione non c’è completezza. Nel caso di Deeze, la sua interezza è in parte la sua imperfezione, e il suo fondamento. Il terreno in cui è piantato è l’amore per la sua famiglia, per sua sorella e per sua madre, per i suoi amici. Intendo amore vero, il tipo di sentimento che ti porta a fare tutto quello che deve essere fatto. È terribile, ma il mondo non è fatto così?».

Tavola dal libro di Emil Ferris

 

Tutti questi personaggi trovano così la loro forza.

«Ci stanno dicendo: abbraccia la tua oscurità».

Sono tante diverse oscurità ma la sua narrazione affronta tutti loro con la stessa compartecipazione.

«Sa cosa siamo? Siamo tutti un unico spirito. Solo divisi dalle diverse esperienze di una vita. Io credo nella reincarnazione. Credo di essere stata qui centinaia, forse migliaia di volte in passato. Forse milioni. Ma questa volta è unica. Questa è una serie di esperienze che sto facendo in questo corpo, in questo tempo. Magari ci siamo incontrati in ogni vita, in circostanze diverse tutte le volte. Condividiamo lo stesso spirito. Ci capiamo. Siamo tutti connessi e credo che questo sia il nostro potere. Quando ci dicono che la scienza è la nostra forza ma noi siamo fragili e deboli io penso sia una bugia. Non siamo deboli. Siamo molto potenti. Vale per tutti. Le cose cominciano come un sogno, poi lanciamo i nostri incantesimi e le trasformiamo in realtà. Prendiamo Crack il festival indipendente che organizzate a Roma (uno dei più importanti in assoluto per il fumetto underground che si tiene a Forte Prenestino, ndr), e riunisce persone da tutto il mondo. Prima è stato immaginato e poi lo avete trasformato in realtà. Avete fatto la vostra magia. Ora fa parte della vita di migliaia, forse decine di migliaia, di persone. E le cambia, le concentra, indirizza queste vite verso una direzione diversa, forse».

Tavola di Emil Ferris dal libro

 

Il personaggio di Karen immagina una realtà e si mette ad esplorarla indagando come un detective. Osserva gli altri senza che questi la notino, come consigliava di fare un grande sperimentatore dei linguaggi come William Burroughs.

«Non solo lui, anche i surrealisti erano molto interessati all’idea del detective, penso che sia perché avevano attraversato la devastante esperienza della Prima guerra mondiale. Era così orribile, al di là di qualsiasi cosa che si potesse concepire. Da qui l’idea di ritirarsi per osservare, come fa il detective: un osservatore oggettivo, o destinato a esserlo in qualche modo, che in definitiva non lo è mai, anzi è parte della storia. Pensiamo agli uomini con il cappello a bombetta di Magritte. Penso che quando ho scelto il detective l’ho fatto perché ho visto tanti film polizieschi al cinema. Ma anche perché, quando ero bambina, sono andata a una festa. Avevo sei anni, e c’erano tutte queste ragazzine con le loro bambole, mentre gli adulti andavano a bere, i ragazzi prendevano i grissini dal tavolo e li portavano alle ragazze con le bambole. I bambini chiedevano: “Chi sei? Sei una ragazza con la bambola? O cosa farai? Prenderai un grissino?”. C’era una pila di cappotti e cappelli, ne ho indossato uno e un impermeabile e ho detto: “Sono un detective, c’è stato un omicidio”. E questo ha cambiato tutto. E poi ancora: “Ci sono dei morti, chi li ha uccisi? Dobbiamo scoprirlo”. A quel punto erano tutti coinvolti nell’omicidio e non dovevo decidere se avere una bambola o andare a prendere i grissini, una cosa che mi sembrava molto, molto noiosa. Penso che siamo tutti detective. Arriviamo qui e dobbiamo capire chi siamo, cosa amiamo e cosa siamo stati mandati a fare qui. E questo è un lavoro da detective».

Più andiamo avanti nella lettura più si fa strada l’idea che forse siamo proprio noi l’assassino.

«Lo siamo infatti. Certo. E siamo anche la vittima. Oggi viviamo in un mondo che punta a risvegliare le nostre paure. Forse però è arrivato il momento di scegliere qualcos’altro: tante persone stanno scegliendo l’amore invece della paura e questo mi soprende, va al di là di ogni mia aspettativa».

Libro – Emil Ferris, La mia cosa preferita sono i mostri, vol. 2, Bao Publishing, pagg. 420, euro 29. Dal 28 giugno

Libro – Emil Ferris, La mia cosa preferita sono i mostri, volume uno, Bao Publishing, pagg. 416, euro 29

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