Eric Fischl: “La pittura è uscita dalla tela”
di Andrea ContinEric Fischl, Bathers
Un velo di dolcezza e malinconia circonda la figura di Eric Fischl, il grande pittore americano che tra i primi ha saputo rappresentare il senso profondo delle periferie, che siano delle città o dei sentimenti. Sentimenti che emanano, discreti e suadenti come l’odore della biancheria da un cassetto socchiuso, dalle sue pennellate cariche di empatia e condivisione. Che oggi escono dalla bidimensionalità della tela con le opere in bronzo dipinto – pitture estruse più che vere sculture – di Bathers, la sua personale alla galleria Victoria Miro Venezia (fino al 17 agosto) per il Vortic’s Artist Projects, che invita gli artisti a sperimentare mezzi alternativi di creazione con le nuove tecnologie, e realizzate alla fonderia inglese Pangolin Editions, dove lo abbiamo incontrato.
La sua pittura ha qualcosa che va oltre la superficie, oltre la tela. Un senso di sospensione che ricorda i racconti di Raymond Carver, dove non c’è una premessa, non c’è un finale, solo un presente, appunto, sospe…
Un velo di dolcezza e malinconia circonda la figura di Eric Fischl, il grande pittore americano che tra i primi ha saputo rappresentare il senso profondo delle periferie, che siano delle città o dei sentimenti. Sentimenti che emanano, discreti e suadenti come l’odore della biancheria da un cassetto socchiuso, dalle sue pennellate cariche di empatia e condivisione. Che oggi escono dalla bidimensionalità della tela con le opere in bronzo dipinto – pitture estruse più che vere sculture – di Bathers, la sua personale alla galleria Victoria Miro Venezia (fino al 17 agosto) per il Vortic’s Artist Projects, che invita gli artisti a sperimentare mezzi alternativi di creazione con le nuove tecnologie, e realizzate alla fonderia inglese Pangolin Editions, dove lo abbiamo incontrato.
La sua pittura ha qualcosa che va oltre la superficie, oltre la tela. Un senso di sospensione che ricorda i racconti di Raymond Carver, dove non c’è una premessa, non c’è un finale, solo un presente, appunto, sospeso.
«Con Carver condivido il tema delle periferie, spazio vuoto di cui gli artisti visivi non si occupavano, e la sensazione di quell’attimo in cui il tempo si ferma e porta le persone a proiettarsi nel futuro e a mettere in discussione le loro certezze. Come siamo arrivati qui? Perché ci siamo fermati qui? Sento che questo è molto importante nel mio lavoro».
E provoca sentimenti opposti, allo stesso tempo attrazione e disgusto, perché quelli che dipinge sono corpi macilenti ma anche attraenti. E questo crea ambiguità, come nelle opere di Hopper.
«Come artista mi sento molto americano, con quel tipico imbarazzo puritano degli americani di cui Hopper è uno dei massimi esponenti. Ho sempre pensato a lui come a un grande artista, c’è qualcosa nella luce dei suoi dipinti che li rende sorprendenti. E anche quell’imbarazzo, quella ambivalenza, la repulsione e l’attrazione, come se lottasse per dipingere la carne ma con leggerezza, senza affanno. L’ambiguità è ciò che cerco, sì».
Nelle sue opere è come se tutto fosse soffuso di un’aura di tenerezza, quasi una redenzione che passa per la luce che filtra dalla finestra o che inonda la spiaggia. C’è una speranza, diversamente da Bacon, ad esempio, che è ben più disperato, o da Lucian Freud, da cui emerge un sentimento di ostilità che a lei non appartiene.
«Fin dagli inizi non penso in anticipo al mio lavoro. Dipingo e capisco come mi sento mentre lo sto facendo. I miei primi lavori in gran parte sono iniziati con una rabbia reale, come se mi dicessi: “Adesso te la faccio vedere io!”. Ed ero arrabbiato con i soggetti del dipinto, non con il pubblico. Poi, col tempo, ho cominciato a sentire quei soggetti più reali, a immedesimarmi, a sentirmi più loro che me».
Viene in mente Luigi Pirandello che, in “Sei personaggi in cerca d’autore”, prova a svelare il meccanismo della creazione artistica nel dialogo tra l’autore e i suoi personaggi.
«Anche per me erano quasi come degli attori che entravano in un ruolo. All’improvviso ho sentito che stavo iniziando a capire il loro punto di vista come fosse stato il mio e la rabbia è scomparsa. Abbiamo cominciato a condividere la stessa condizione esistenziale, e ora mi chiedono le stesse cose che chiedono al pubblico. Perché sei qui? Cosa vedi? Come ti senti? Sapere quando un’opera è finita è il problema di ogni artista: a me succede nel momento esatto in cui anch’io divento pubblico, quando capisco che non guardo più con lo sguardo del pittore ma dello spettatore».
Ha cominciato con la pittura astratta, che poi rifiuta, per arrivare a una figurazione in cui è evidente una componente performativa. È un’azione, una performance dipinta, una foto di scena da cui devi immaginare tutto il resto.
«Gli espressionisti astratti si riferivano alla tela come carne e alla composizione come ossa. Hanno sempre usato riferimenti al corpo per affrontare la lotta esistenziale in cui si trovavano, nel tentativo di imporre la propria volontà a qualcosa che non voleva piegarsi. Una lotta eroica, in cui anch’io mi riconosco. Ho sempre visto l’atto del dipingere come un atto performativo in sé. E poi quello che succede all’interno dell’opera è assolutamente una performance, una messa in scena. Il mio sguardo è puntato in una sorta di spazio scenico e come a teatro si percepisce una provvisorietà, un allestimento effimero della realtà. Dipingo, semplicemente, e parte di quel che dipingo è reale, parte è artificiale. È un palcoscenico di cui la tela dipinta è la quarta parete. Se tutti siamo partecipi della stessa illusione allora, come a teatro, funziona».
Lei che ha affrontato temi come la caduta o la depressione, sostiene che sia proprio in tempi di crisi che l’arte è indispensabile alla società. Possiamo parlare di questioni ambientali, sociali, politiche. Ma il vero problema forse è proprio quel riflesso oscuro nell’animo e nelle azioni delle persone.
«Penso che tutti noi, a un certo punto, sentiamo che la portata dei problemi che dobbiamo affrontare ci dà una sensazione di impotenza. È da qualche parte lì dentro, nello spazio tra la l’enormità della situazione e la piccolezza delle nostre vite, che per me inizia l’esplorazione. Penso che sia molto importante che l’empatia sia una parte dell’espressione del lavoro, perché siamo davvero tutti alla ricerca di una connessione, e questo ci potrebbe dare una nuova forza, un nuovo sguardo. Oggi non abbiamo più le narrazioni epiche, le ricordiamo storicamente ma ne abbiamo perso la forza simbolica. Nel mio lavoro d’artista la profondità storica, i riferimenti alla storia dell’arte, emergono senza intenzione perché ho interiorizzato e interpretato l’archetipo nel linguaggio contemporaneo. Ed è questa l’importanza degli artisti di oggi: rinnovare il senso della storia, l’archetipo e la sua forza espressiva».