Il museo del Castello del Buonconsiglio festeggia i suoi primi cento anni, osservandosi attraverso un punto di vista privilegiato: lo sguardo di Albrecht Dürer. Una piccola sala è dedicata a un acquerello londinese che testimonia lo stato complessivo del castello antecedente all’intervento di Bernardo Cles, prelato che aggiunse il Magno Palazzo alla mole di Castelvecchio.
La pennellata larga sorprende chi è abituato al Dürer incisore e suggerisce una sensazione di freschezza e realismo. Un’impressione decostruita da Luca Gabrielli, che di quel disegno sottolinea l’attenta selezione del dato visivo: fra Castelvecchio e Torre dell’Aquila mancano interi pezzi della fortezza, allora certamente visibili. Nel racconto del paesaggio sono stati espunti gli elementi che rischiavano di inficiarne la…
Il museo del Castello del Buonconsiglio festeggia i suoi primi cento anni, osservandosi attraverso un punto di vista privilegiato: lo sguardo di Albrecht Dürer. Una piccola sala è dedicata a un acquerello londinese che testimonia lo stato complessivo del castello antecedente all’intervento di Bernardo Cles, prelato che aggiunse il Magno Palazzo alla mole di Castelvecchio.
La pennellata larga sorprende chi è abituato al Dürer incisore e suggerisce una sensazione di freschezza e realismo. Un’impressione decostruita da Luca Gabrielli, che di quel disegno sottolinea l’attenta selezione del dato visivo: fra Castelvecchio e Torre dell’Aquila mancano interi pezzi della fortezza, allora certamente visibili. Nel racconto del paesaggio sono stati espunti gli elementi che rischiavano di inficiarne la coerenza.
Albrecht Dürer, Studio di albero e rocce, 1495-1496 circa
Dal Risorgimento in poi è accaduto qualcosa di simile nella narrazione della storia atesina. Nei decenni si sono susseguite mostre e pubblicazioni sui fratelli Dossi, Romanino, Fogolino o Falconetto, ma è stata trascurata la componente tirolese e d’oltralpe, che pure in quel territorio era di casa.
Merito di Dürer e gli altri. Rinascimenti in riva all’Adige propone un punto di vista differente: la prospettiva di Dürer, di altri artisti tirolesi e di altri Rinascimenti accanto al fiume.
Con la loro placida ripartizione per contrastate aree colorate, le carte geopolitiche possono trarre in inganno. I confini sono permeabili e ci sono assi di comunicazione inarrestabili. Lungo l’Adige scorrevano linguaggi diversi, correnti viscose che si guardavano senza confondersi. Questa essenza dinamica anima l’allestimento: l’abbrivio è una mappa “rovesciata”, con il meridione disposto nella parte alta della carta. È una pianta norimberghese del 1493, una di quelle consultate da Dürer per il suo viaggio a sud.
Albrecht Dürer, Fortezza tra mari e monti, 1527 circa
Trento era capitale di uno Stato che ai tedeschi appariva sicuro, perché governato da un vescovo di nomina imperiale. Nel 1493 era principe Ulrich von Frundsberg, protagonista del Bellum venetum e della battaglia di Calliano (1487), evento identitario per la comunità germanofona tridentina.
Dal 1465, e per mezzo secolo, a Trento si sono succeduti presuli transalpini. Le cose non cambiarono nel 1514 con l’elezione di Cles. Si era alla vigilia della Riforma e si apriva una fase turbolenta, con i Lanzichenecchi che s’apprestavano a percorrere la Brennerstrasse per mettere Roma a sacco (1527). A tal riguardo, in mostra stupisce la serena classicità del San Giorgio di Vipiteno (1528), una statua che ritrae Georg von Frundsberg, noto come “il padre dei Lanzichenecchi” e parente del vescovo Ulrich.
Le Alpi erano teatro di inondazioni di soldati, per le valli transitavano predicatori e mercanti. Gli artisti disseminavano opere, come i Flügelaltäre, altari ad ali tipici della cultura tedesca. Dürer ha lasciato anche degli acquerelli e alcuni sono in mostra. In Studio di capanne e pietre dalle rocce appare un volto, analogo alle pareidolie dell’amato Mantegna, mentre la morbidezza di Cava è persino sensuale. Il pertugio della miniera è ripreso in La penitenza di san Giovanni Crisostomo, bulino affiancato da altre celebri stampe: Sant’Eustachio, Nemesis, Ercole al bivio, Il mostro marino…
Albrecht Dürer, Cristo dodicenne tra i dottori, 1506
Tra i dipinti, oltre all’Adorazione dei Magi e a un ritratto genovese, segnaliamo lo splendido Cristo tra i dottori. Accanto al monogramma datato, AD 1506, un’iscrizione recita: opus q[u]inque dierum. L’opera sarebbe quindi stata compiuta in soli cinque giorni e, in effetti, il dipinto ha la struttura di uno studio veloce. Due volti galleggiano sul fondo, come a riempire un foglio ideale, e un gorgo di mani suggerisce la natura di un esercizio. Ma la spirale delle mani illustra una storia: l’espressione passiva di un rabbino, che tiene aperto un libro, introduce al racconto. La trama prosegue con l’unico personaggio in dialogo visivo con Gesù, quest’uomo ha i palmi poggiati sul volume chiuso. La curva della spirale manda in scena una terza figura, è accecata dal cappello calato sugli occhi e si fa scudo del libro con le mani. Il vortice si chiude con le dita di un vecchio, che tocca il Redentore. La caricaturale bruttezza del sacerdote stacca contro la luminosa giovinezza di Gesù. Cristo sembra enumerare, in un gesto che è il precedente dell’angelo caravaggesco nella Conversione di San Matteo. Per una metamorfosi che ha del miracoloso, si assiste alla trasmutazione di uno studio di mani e volti in un manifesto teologico di matrice paolina: la fede è contrapposta alla Legge, la purezza dei semplici all’erudizione dei farisei.
Albrecht Dürer, Due cavalieri, disegno a penna
Il dipinto di Madrid chiude l’allestimento e anticipa l’icona del Buonconsiglio: la pietra specchiante circondata dal motto delfico “Conosci te stesso”. Quasi sembra che il castello vi si rifletta e che ci inviti a ritrovare un’identità plurale, posta al riparo dall’illusione di una pacificante sintesi.
A cura di Bernard Aikema, Laura Dal Prà, Giovanni Maria Fara e Claudio Salsi, la mostra sarà visibile sino al 13 ottobre.